Ryszard Kapuściński, sulle tracce di Erodoto

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“Benché l’aeroporto di Algeri fosse chiuso e deserto, il nostro aereo, appartenente alle linee nazionali, venne comunque fatto atterrare. Fummo subito circondati da soldati in giubbotto grigioverde che ci scortarono fino a un edificio vetrato. Il controllo, eseguito da militari cortesi ma laconici, non fu particolarmente fastidioso. Ci comunicarono che durante la notte c’era stato un colpo di stato, che il “tiranno” era stato spodestato e il potere assunto dal Comando generale. “Il tiranno?” mi trattenni dal chiedere. “Ma quale tiranno?” Avevo incontrato Ben Bella due anni prima ad Addis Abeba: mi era parso una persona cortese, addirittura simpatica. La città è grande, piena di sole, distesa ad anfiteatro nel vasto golfo. È tutto un salire e uno scendere. Ci sono strade eleganti alla moda francese e affollate alla moda araba. Vi regna una mescolanza di architetture, abbigliamenti e usanze mediterranei. Tutto abbaglia, odora, inebria, affatica. Tutto incuriosisce, attira, affascina e suscita inquietudine. Quando si è stanchi ci si può sedere in uno degli innumerevoli caffè arabi o francesi o mangiare in uno degli innumerevoli bar o ristoranti. Con il mare così vicino, i locali traboccano di pesce d’ogni genere: frutti di mare, crostacei, cozze, polpi, seppie, ostriche. Ma Algeri è innanzitutto il luogo di incontro e di convivenza di due culture: l’araba e la cristiana. La storia di questa convivenza è anche la storia della città (che comunque ha una lunga preistoria fenicia, greca e romana). Chi vive tra l’ombra di una chiesa e quella di una moschea avverte in continuazione il confine tra queste due zone. Prendiamo ad esempio il centro. La sua parte araba si chiama Casbah. Per entrarvi bisogna salire decine di larghe scalinate in pietra, ma non è questo il problema. Il problema è la diversità, sempre più tangibile a mano a mano che ci addentriamo nei vicoli. Ci addentriamo, oppure cerchiamo di svignarcela il più in fretta possibile per sottrarci al fastidio e al disagio delle decine di sguardi immobili che ci fissano con insistenza da ogni parte? Forse è solo una nostra impressione, forse siamo troppo sensibili: ma come mai tutta questa ipersensibilità ci viene proprio nella Casbah, mentre se qualcuno ci guarda in una strada francese la cosa non ce ne importa niente? Come mai in una strada francese non ci fa né caldo né freddo, mentre nella Casbah ci mette tanto a disagio? Gli occhi della gente sono dappertutto gli stessi, il vizio di fissare, pure: e tuttavia reagiamo alle due situazioni in modo completamente diverso. Non voglio dire che, una volta fuori dalla Casbah e rientrati nel quartiere francese, tiriamo addirittura un sospirone di sollievo. Però ci sentiamo più a nostro agio, più liberi e naturali. Come mai, in tante migliaia di anni e in nessuna parte del mondo, non siamo riusciti a eliminare questi stati d’animo nascosti e addirittura inconsapevoli? Uno straniero qualsiasi, che fosse stato sul mio stesso volo per Algeri, non si sarebbe accorto che la notte prima era successo un fatto importante come un colpo di stato e che Ben Bella, il leader popolare nel mondo intero, era stato deposto e sostituito dallo sconosciuto e – come presto si sarebbe visto – riservato e laconico capo dell’esercito Houari Boumedienne. L’azione era stata condotta di notte, lontano dal centro città, in una parte dell’esclusivo quartiere residenziale Hydra riservato al governo e ai generali e inaccessibile alla gente comune. In città non si erano sentite esplosioni o sparatorie, non si erano visti soldati e carri armati. La mattina dopo la gente si era recata al lavoro come al solito, i negozianti avevano aperto le botteghe, i venditori ambulanti le bancarelle e i baristi avevano preparato il caffè per i clienti. Gli spazzini avevano spruzzato d’acqua le strade per rinfrescare l’aria prima della consueta meridiana. I motori degli autobus arrancanti sulle salite avevano emesso il solito ringhio disperato. Camminavo per la città, depresso e furioso contro Judi. Perché mi aveva indotto a partire? Che cosa ero venuto a fare ad Algeri? Che cosa avrei scritto, come avrei giustificato il mio arrivo? Ad un tratto, vidi formarsi un capannello in Avenue Mohammed V. Corsi a vedere. Ma si trattava solo di oziosi attratti dalla lite tra due autisti scontratisi all’incrocio. In fondo alla strada intravidi un altro piccolo assembramento. Corsi a vedere. Era una fila di gente che aspettava pazientemente l’apertura dell’ufficio postale. Il mio taccuino era intonso: niente da registrare. E invece proprio da quel soggiorno ad Algeri avrei imparato che, malgrado gli anni di esperienza giornalistica, stavo sbagliando tutto. Cercavo le immagini spettacolari, convinto che l’immagine potesse sostituire una comprensione più approfondita della realtà, che il mondo si potesse interpretare solo attraverso ciò che ci mostrava nell’ora della convulsione spasmodica, quando era scosso da spari ed esplosioni, avvolto dal fumo, dalle fiamme, dalla polvere e dal puzzo di bruciato; quando crollava in rovina e la gente disperata piangeva sulle spoglie dei propri cari. Ma come si arrivava a drammi del genere? Che cosa ci dicevano quelle scene di distruzione piene di grida e di sangue? Quali forze, sotterranee e invisibili ma nello stesso tempo possenti e irrefrenabili, le avevano causate? Rappresentavano le fine del processo o non ne erano che l’inizio, il preannuncio di ulteriori sviluppi, generatori di conflitti e tensioni? E chi li avrebbe seguiti, questi ulteriori sviluppi? Non certo noi, corrispondenti e reporter: appena sulla scena degli eventi si seppellivano i morti, si sgombravano le strade dalle carcasse delle macchine incendiate e dalle vetrine rotte, noi giornalisti facevamo fagotto e proseguivamo verso luoghi dove si incendiavano macchine, si spaccavano le vetrine dei negozi e si scavavano fosse per i caduti. Possibile che non si potesse superare quello stereotipo, uscire da quella catena di immagini e provare ad andare un po’ più a fondo? Non potendo descrivere i carri armati, le auto incendiate e le vetrine infrante che non avevo visto, e volendo giustificare il fatto di essere venuto ad Algeri, decisi di ricercare i retroscena e le molle segrete del colpo di stato per scoprire che cosa vi si nascondesse dietro e che cosa volesse dire. Il che significava parlare, osservare la gente e il luogo, leggere. In poche parole, cercare di capirci qualcosa. Di colpo Algeri mi apparve uno dei luoghi più affascinanti e drammatici del mondo. Nello spazio ristretto di quella splendida ma affollata città si incrociavano due grandi conflitti del mondo contemporaneo: quello tra il cristianesimo e l’islam (espresso dallo scontro tra la Francia colonizzatrice e l’Algeria colonizzata) e quello, inaspritosi subito dopo la partenza dei francesi e la conquista dell’indipendenza, tra la corrente aperta, dialogica e, diciamo così, mediterranea dell’islam, e la sua corrente chiusa, originata dell’insicurezza e dallo smarrimento causato dal mondo contemporaneo: la corrente dei fondamentalisti che, pur approfittando della tecnica e dell’organizzazione moderna, consideravano la difesa della fede e dei costumi come la condizione indispensabile per sopravvivere e mantenere la propria identità. Algeri, nata ai tempi di Erodoto come villaggio di pescatori e in seguito sviluppatasi come porto di navi fenicie e greche, si affaccia da un lato sul mare, ma dall’altro si apre sulla grande provincia desertica che qui chiamano bled e che è il dominio di popolazioni osservanti le leggi dell’antico islam chiuso. Ad Algeri si parla addirittura di due islam diversi: uno, l’islam del deserto e l’altro, l’islam del fiume (o del mare). Il primo è la religione delle tribù nomadi combattenti che, in un ambiente ostile quale il Sahara, lottano per sopravvivere; il secondo – è la fede dei mercanti, dei venditori ambulanti, della gente della strada e dei bazar, per la quale l’apertura, il compromesso e lo scambio non sono solo una questione di vantaggio economico, ma condizione stessa dell’esistenza. Finché è durato il colonialismo, le due correnti hanno fatto fronte comune contro il nemico. Poi si è giunti allo scontro. Ben Bella era un uomo mediterraneo, educato secondo la cultura francese, dalla mentalità aperta e il carattere conciliante: i francesi del luogo lo consideravano un musulmano del fiume e del mare. Boumedienne invece comandava un esercito che aveva combattuto per anni nel deserto, che nel deserto aveva le sue basi e i suoi accampamenti e nel deserto reclutava i suoi uomini. Inoltre godeva dell’appoggio e dell’aiuto dei nomadi, gente delle oasi e dei monti desertici. Erano opposti perfino nell’aspetto. Ben Bella sempre curato, elegante, raffinato, cortese e sorridente. Quando Boumedienne, qualche giorno dopo il colpo di stato, era apparso per la prima volta in pubblico, sembrava un carrista appena emerso da un blindato coperto di sabbia del Sahara. Si era perfino sforzato di sorridere, ma si vedeva che non gli riusciva, non era nel suo stile. Al Algeri vedevo per la prima volta il Mediterraneo da vicino, potevo immergerci la mano, sentirne il contatto. Per trovarlo non occorreva informarsi: bastava continuare a seguire le vie in discesa. Lo si intravedeva anche da lontano: era dappertutto, luccicava tra le case, spuntava in fondo alle strade che scendevano a rotta di collo verso il basso. In fondo si stendeva il quartiere del porto con la sua fila di semplici bar in legno, odorosi di pesce, vino e caffè. Ma le folate di vento portavano soprattutto il sentore acre del mare e il suo fresco alito ristoratore. Non avevo mai visto un luogo dove la natura fosse così benevola nei confronti dell’uomo. C’era tutto: il sole, il vento fresco, l’aria chiara, l’argento del mare. Avevo letto talmente tanto su di esso, che mi sembrava di conoscerlo. Nelle sue onde piatte c’era il bel tempo, la pace e l’invito a viaggiare e a conoscere. Veniva voglia di unirsi ai pescatori che salpavano da riva in quel momento. Quando rientrai a Dar-es-Salaam, Judi non c’era più. Mi dissero che era stato richiamato in Algeria: probabilmente per un avanzamento di grado, visto che aveva partecipato alla congiura vittoriosa. Comunque non ritornò più e non potei ringraziarlo per avermi consigliato quel viaggio. Il colpo di stato militare in Algeria sarebbe stato il primo di una catena di analoghe rivoluzioni che, nel successivo quarto di secolo, avrebbe decimato i giovani stati postcolonialisti del continente. Deboli fin dalla nascita, molti di essi lo sono rimasti fino a oggi. Inoltre era stato grazie a quel viaggio che avevo sostato per la prima volta sulla sponda del Mediterraneo. Da quel momento mi era apparso di capire meglio Erodoto. Il suo pensiero, la sua curiosità, il suo modo di vedere il mondo.”

Ryszard Kapuściński

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