Elias Canetti, il volto oscuro del genio

(di Claudio Magris)

Era un don Chisciotte solitario. Ma un giorno mi disse: la nostra amicizia si è conclusa Nella tradizione ebraica c’ è un demone «che vede senza essere veduto». Forse, come diceva Singer, uno scrittore assomiglia facilmente a questo demone e la scrittura è spesso anche un modo di sottrarsi, di nascondere il proprio volto pure quando si narra la propria autobiografia con una precisa fedeltà che si converte spesso, anche inconsapevolmente, in un insondabile travestimento. Pochi scrittori hanno saputo nascondersi come Elias Canetti, che ha celebrato in pagine indimenticabili la metamorfosi quale strategia per sfuggire al potere e alla morte e l’ ha padroneggiata nella sua stessa vita e non solo quando, al telefono, per non essere disturbato, fingeva di essere una governante, salvo poi togliersi, con qualcuno, questa maschera. Così era successo a me, una volta in cui gli avevo telefonato a Londra, dove lo avevo incontrato la prima volta già negli anni ‘ 60, quando i suoi anni inglesi, quelli dell’esilio, stavano per finire ed erano forse per lui intimamente finiti. La stagione inglese, nella vita di Canetti, non è del resto soltanto il periodo compreso fra il 1939 – quando egli emigra con la moglie Veza dalla Vienna nazista – e il 1971, il periodo della guerra, del dopoguerra e dei governi Thatcher; in Inghilterra, e precisamente a Manchester, Canetti aveva già trascorso da ragazzo – quasi ancora bambino – due anni fra il 1911 e il 1913, rievocati – forse reinventati o occultati? – con grande forza poetica nella Lingua salvata (la sua autobiografia) e fondamentali per la sua anomala educazione sentimentale: gli anni della morte del padre e del feroce e ferito amore per la madre, della scoperta della lingua tedesca, quella in cui egli sarebbe divenuto – forse soltanto con un libro, Auto da fé – uno dei più singolari e più grandi scrittori della letteratura universale. Nella Lingua salvata e nei successivi volumi della sua autobiografia – ai quali, più che al suo capolavoro narrativo, al grandioso e abnorme saggio Massa e potere, ai geniali aforismi o a splendidi libri di viaggio come Le voci di Marrakech egli deve la fama e il premio Nobel – Canetti rievoca la sua città natale, Rustschuk nell’ attuale Bulgaria, crogiolo di popoli, culture, idiomi e religioni in cui egli nasce il 25 luglio 1905 da una famiglia ebrea sefardita; la sua lingua madre è infatti lo spaniolo, l’ antico castigliano degli ebrei di Spagna. Suggestivo affresco di quell’ infanzia e di quel mondo cosmopolita dell’ Europa centro-sud-orientale, l’ autobiografia, che nei volumi seguenti abbraccia gli altri luoghi dell’ esistenza dello scrittore, da Manchester a Zurigo a Vienna, e i fatti salienti della sua esperienza, specialmente culturale, nasconde l’ essenziale della sua vita più di quanto lo riveli. Essa aggira – pur documentando dati, date e figure – soprattutto quel buco nero costituito dal suo irripetibile, unico, grande capolavoro, inquietante in primo luogo per lui stesso, che più tardi ha infatti cercato di attutirne e addomesticarne l’ eccezionale e distruttiva forza d’ urto: Auto da fé, il romanzo uscito nel 1935, una gelida e inesorabile parabola della malattia mortale contemporanea, del delirio che sconvolge la ragione del secolo o meglio della ragione divenuta essa stessa delirio. Auto da fé è la grottesca odissea dell’ intelligenza che, per paura della vita, si trincera contro di essa, si costruisce una corazza e infine si distrugge perché si è trasformata tutta in una corazza, che schiaccia l’ esistenza. Il romanzo ritrae, con perfetta coerenza stilistica e straordinaria potenza poetica, un mondo follemente caotico e prosciugato di ogni desiderio, in cui la paranoia impedisce agli uomini di proiettare i loro affetti sulle cose. L’ io, l’ autore scompare; è come se nessuno guardasse e ordinasse le cose, che assumono una stravolta disumanità, in una disperata mancanza d’ amore che fa sentire, per contrasto, la necessità dell’ amore. La fine o abolizione del soggetto, tante volte proclamata dalle avanguardie letterarie, raramente è stata realizzata con altrettanta radicalità come in quest’ opera, da cui irradia il gelo della follia o meglio di una realtà non più contemplata e percepita dall’ uomo, nella quale l’ umano è quasi sparito. Vienna, la Vienna quale basso ventre della storia e la Vienna dei furori morali di Karl Kraus, è stata per Canetti il teatro del mondo di quell’ apocalisse. Auto da fé ha la sgradevolezza dei grandi libri, che non concedono nulla, non ammorbidiscono l’ angoscia e la morte, non smussano alcuno spigolo e colpiscono come un pugno; è uno dei più grandi libri scritti sulla demonia del Novecento e della vita, da un autore che deve essersi trovato sul ciglio di quell’ abisso, prossimo al gorgo di quel delirio. Un autore di cui l’ autobiografia non dice quasi nulla e che non riusciamo a immaginare né forse a collegare con l’ uomo gentile e pacato che ho avuto la fortuna di frequentare personalmente, a Trieste e a Zurigo insieme alla mia famiglia, e che una volta, insieme a Nora Baldi, l’ autrice del Paradiso di Saba, abbiamo portato – non senza una sua certa preoccupazione – in barca nel golfo triestino. Un autore che mi ha aiutato a fare chiarezza in me stesso in certi miei momenti di oscurità e ha avuto per me parole di indimenticabile generosità, che mi hanno aiutato a crescere. Un autore che incantava tanti anni fa i miei studenti a Trieste, rimasti ancora oggi legati in un «gruppo Canetti» triestino ormai mitico e che in tanti scritti successivi ad Auto da fé, specialmente nei saggi e negli aforismi, è divenuto maestro e simbolo di umanità. Apprezzato da Mann e da Musil, Auto da fé, riscoperto decenni dopo, era pressoché scomparso dalla scena letteraria, come due testi letterari, Nozze eLa commedia della vanità, cui si aggiungerà più tardi un altro, Vite a scadenza, anch’ esso interessante ma tutto sommato trascurabile. Per molti anni Canetti ha rinunciato alla letteratura d’ invenzione per dedicarsi a quello che egli considerava l’ opera principale della sua vita, alla quale egli e la moglie Veza hanno sacrificato tutto e alla quale egli ha sacrificato pure le esigenze dell’ amatissima Veza: Massa e potere, analisi di questi due fenomeni antropologici e storici che si avvale di uno sterminato materiale soprattutto mitico. Non si tratta, come egli voleva credere, di un libro che esprima una verità oggettiva e scientifica, ma di una grandiosa metafora, la cui verità è poetica; è un’ abnorme parabola della morte, del potere, della massa, del delirio, cui doveva seguire una seconda e impossibile (e infatti mai uscita) parte, quella che doveva, dopo la diagnosi del male, indicare i rimedi; forse addirittura l’ inconfessata donchisciottesca utopia di sconfiggere la morte e disarmare il potere in ogni sua forma, grandiosa e umanissima monomania. Da quel libro sono in certo modo nate pure le sue raccolte di fulminei aforismi e i saggi che riprendono e variano il tema della morte, della resistenza ad essa e al suo falso splendore, del potere e della metamorfosi quale strategia per sfuggirgli, del tirannico impulso a sopravvivere a spese degli altri. Canetti ha avuto la forza di sopportare l’ oscurità e di non pubblicare per tanti anni. Non è forse un buon servizio pubblicare ora tutte le sue carte postume, come i recenti ricordi intitolati Parties inglesi, usciti in Germania e in Francia, che non aggiungono nulla al suo ritratto e talora mettono in imbarazzo il suo entusiasta e accanito lettore, con quelle immagini di grandi personalità – Bertrand Russell, Henry Moore, Herbert Read e tanti altri – non narrate bensì solo descritte, sia pure in un’ esemplare prosa classica, e destinate a restare isolate e senza vita come busti in un parco e come i personaggi illustri di quei parties di cui lo scrittore denuncia la sostanziale futilità. Generiche critiche all’ Inghilterra, tanto più deboli in quei terribili anni di guerra, peraltro quasi assenti nel libro, si alternano a intense durissime pagine contro i governi Thatcher e a sfoghi penosi, come quello sulla sua liaison con Iris Murdoch. Ma anche un genio ha il diritto, come tutti, di essere talvolta banale e di scrivere quello che gli pare, perfino meschinità, e di lasciarle nel suo cassetto. Canetti ha insegnato a rispettare ogni vita e a proteggerla contro la morte. Sven Hanuschek gli ha dedicato una mirabile biografia, esaustiva e umanissima, la quale aiuta più di ogni altro testo a comprendere l’ uomo e lo scrittore, il quale guardava con sospetto e diffidenza chi si metteva sulle sue tracce, che egli cercava invece di celare, per stemperare la sua immagine e per nascondere il volto estremo dell’ autore di Auto da fé dietro una figura rassicurante e positiva. Quando, con la libertà che si può e si deve avere con i grandi scrittori, dissi a Canetti che la sua autobiografia stava ad Auto da fé come un bellissimo saggio su Kafka sta al Processo, si adombrò e scrisse che il tempo della nostra amicizia si era concluso. Dopo averlo letto e conosciuto guardo il mondo diversamente; da lui ho imparato, come da pochi altri, che – come egli ha scritto – ognuno, ma veramente ognuno è il centro del mondo Nato a Rustschuk, nell’ attuale Bulgaria, Canetti ha vissuto in diverse città europee. Si è laureato a Londra nel 1929, in chimica, ma il suo vero interesse è sempre stato la letteratura: è autore di saggi, testi teatrali e autobiografici e del romanzo «Auto da fé» (foto Rolf Adelcreutz/Corbis) Vita e opere Elias Canetti nasce il 25 luglio 1905 a Rustschuk, in Bulgaria. Nel 1935 pubblica il romanzo «Die Blendung» (in italiano «Auto da fé»). Nel 1938, emigra a Londra. Lì lavora a «Massa e potere», che vedrà la luce nel 1960. Premiato nel 1981 con il Nobel per la letteratura, muore a Zurigo il 14 agosto del 1994 In Italia i suo libri sono pubblicati da Adelphi. In occasione del centenario della nascita, è in uscita da Bollati Boringhieri la biografia «Elias Canetti, metamorfosi e identità» di Youssef Ishaghpour, in libreria dal primo settembre (pp. 240, euro 32) Testimoni La scrittrice Iris Murdoch (Dublino 1919 – Oxford 1999), ebbe una relazione con Elias Canetti durante gli «anni inglesi» del Nobel bulgaro

(19 luglio 2005) – Corriere della Sera

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