Archive for gennaio 2010

Disegna ovunque, tranne che in classe

31 gennaio 2010

Della sua infanzia da somaro in Diario di Scuola, Daniel Pennac scrive storielle spassose, vicissitudini private che, come in una partita di ping pong, saltano dal banco alla cattedra e viceversa, mescolando il punto di vista di un bambino con quello di un insegnante.
«Eppure all’inizio mi applicavo – scrive nelle prime pagine del libro -, rifinivo le lettere meglio che potevo, ma piano piano le lettere si trasformavano in quegli esseri allegri e saltellanti che se ne andavano a folleggiare altrove, ideogrammi della mia sete di vivere». Sono gli stessi omini che oggi disegna generosamente sulle copie dei libri da autografare. Del resto, in una delle sue pagelle scolastiche, alla voce «Arte e immagine», la sua insegnante aveva scritto: «disegna ovunque, tranne che in classe». Almeno da questo punto di vista le cose non sono cambiate!
Ma perché scrivere un libro sulla scuola dal punto di vista dei «somari»? «Da tempo volevo scrivere qualcosa sulla sofferenza del non capire – spiega -. Ho impiegato quattro anni per farlo. Naturalmente è un libro molto autobiografico, io ero un pessimo alunno. Una volta raggiunta la maturità, a 20 anni (mentre la media è di 17-18), e sono diventato professore, ho cercato di capitalizzare questi miei fallimenti scolastici. Mi sono detto: come mai un alunno, anzi un bambino, perché l’essere alunni è una ragione sociale, prova tanto dolore a mantenere questo suo ruolo sociale? La mia risposta è semplice: la paura. Di cosa? Delle domande che gli possono essere rivolte. Tutta la nostra identità si gioca nella risposta. E non esistono domande elementari per un bambino. Ecco, il mio status scolastico di somaro era legato al terrore assoluto nel quale mi gettava la minima domanda. Da insegnante, ho capito che la prima cosa da fare era aiutare i ragazzi a guarire dalla paura. Si trattava di aprire parecchie porte, ma questo è il nostro mestiere. Amen…».

Con grazia e semplicità

30 gennaio 2010

Magda Szabò ha una scrittura scorrevole, suggestiva, riesce a inchiodarti alla pagina e quando arrivi alla fine di un suo libro ti dispiace veramente. Con grazia e semplicità seducenti ci dice che il tempo è fatto di momenti che, scorrendo velocemente, definiscono il sentiero di un’esistenza.
Scrivere per lei è stato un destino. La letteratura è stato il suo pane quotidiano. Leggere, scrivere e insegnare le tre attività della sua vita.
Magda Szabo si è spenta nel 2007, a novant’anni, con un libro in mano, seduta sulla poltrona sulla quale passava i pomeriggi, nella casa di Budapest, a leggere e pensare.
«Alla scrivania mi siedo solo quando ho già tutta la storia in testa», disse. «Solo che di tanto in tanto succede che il protagonista in mezzo al racconto cambi idea e voglia qualcos’altro».

The Catcher in the Rye

28 gennaio 2010

«Voglio dire che ho lasciato scuole e posti senza nemmeno sapere che li stavo lasciando. È una cosa che odio. Che l’addio sia triste o brutto non me ne importa niente, ma quando lascio un posto mi piace saperlo, che lo sto lasciando. Se no, ti senti ancora peggio».

Jerome David Salinger, autore de “Il giovane Holden” (“The catcher in the rye”) è morto a Cornish, nel New Hampshire, all’età di 91 anni: lo ha reso noto il figlio dello scrittore. Dal 1965 aveva smesso di scrivere. Tra gli altri libri, “Nove Storie”, “Alzate l’Architrave Carpentieri”, “Franny e Zoe”.
Dal 1980 non concedeva interviste, ma già dal 1953, poco dopo la pubblicazione del suo libro più famoso, si era ritirato in uno stato di quasi totale isolamento.

Le parole a ispirare i sentimenti

28 gennaio 2010

John Cheever è uno di quei scrittori non comuni a cui le parole che usa sono sufficienti. Di più: non sono i sentimenti a scandire le parole, ma le parole a ispirarli. C’è qualcosa di tremendo nello sguardo che Cheever posa sulle persone e sugli oggetti che lo attorniano: una sorta di riflesso bianco, di una luce tanto chiara che, da sola, dice tutto.
Per chi già conosce Il nuotatore – straordinaria è l’interpretazione cinematografica di Burt Lancaster – non sarà difficile capire di cosa stiamo parlando. In quel caso, la storia scorre lungo il filo di una scommessa: arrivare a casa, passando di villa in villa. Per l’esattezza: di piscina in piscina. Per poi scoprire che l’ambìto punto d’arrivo è qualcosa che non esiste più da tempo. Due gli elementi tipici dell’opera di Cheever: la scommessa col destino, che finisce quasi sempre con una drammatica beffa, e il viaggio, fisico o mentale che sia.

La scrittura di Bjorn Larsson

27 gennaio 2010

Björn Larsson nasce a Jönköping, Svezia, nel 1953. È attualmente docente di letteratura francese all’Università di Lund. Appassionato di navigazione, passa le sue estati in mare, veleggiando sulla “Stornoway”, la sua barca a vela, a bordo della quale si dedica alla scrittura. La sua carriera di scrittore comincia nel 1980 con una raccolta di racconti, ma è nel 1992 che si fa conoscere al grande pubblico con Il cerchio celtico. Tra i suoi romanzi: La vera storia del pirata Long John Silver, Il porto dei sogni incrociati, L’occhio del male (tutti editi da Iperborea). Nel 2006, in Bisogno di libertà, il primo libro scritto in francese, abbandona momentaneamente la forma romanzesca per raccontare di sé – come già fece per La saggezza del mare.
La sua è una scrittura essenziale e coivolgente che vale la pena riportare e quindi leggere e rileggere.

“Dev’essere stato in gennaio che Helle e io abbiamo invitato sua madre e le sue sorelle con i rispettivi mariti a cena a bordo. Quando sono arrivati, intorno alle sei, era già buio. Come al solito, eravamo praticamente l’unica barca ormeggiata dietro al molo nord del vecchio porto di Dragør. Fuori c’erano cinque gradi sotto zero. All’interno la temperatura variava tra i più dieci e i più trenta, a seconda se ci si trovava a livello del pavimento o del soffitto della cabina. La nostra stufa a gasolio scaldava bene, ma in maniera poco uniforme, bisogna ammetterlo.
Siamo rimasti tutta la sera in cabina a chiacchierare, a bere vino e a mangiare altrettanto bene di quanto avremmo fatto a terra. Soffiava un leggero vento da ovest, e l’unico rumore che si sentiva era il debole sciabordio dell’acqua contro lo scafo del Rustica. Il rollio si faceva sentire solo con forte vento da est o da sud-est. Il tempo è volato, ben presto si è fatta mezzanotte ed è arrivata l’ora di salutarci. Quando siamo usciti, il ponte e la banchina erano coperti da una decina di centimetri di neve. Tutto era calmo. Il vento era calato del tutto. Per un attimo siamo rimasti in religioso silenzio a guardare l’Öresund, dove la luce dei fari lampeggiava nel buio.
Un giorno ho visto formarsi il ghiaccio. Ero in cabina e guardavo fuori dall’occhio di bue. Quella sera si era alzato un vento leggero da nord che soffiava dall’Artico. Stavo osservando alcuni gabbiani posati sui pali d’ormeggio, controvento, come sempre. Nel frattempo le prime increspature da vento hanno iniziato a scomparire qua e là. Qualche attimo dopo, l’acqua sembrava coperta da uno strato d’olio. Solo dopo mi sono reso conto che quello che vedevo era la prima pellicola di ghiaccio, sottile come una garza, che si stava formando sull’acqua scura, e che era quella membrana a spianare le onde. La mattina dopo, quando ci siamo svegliati, il ghiaccio era abbastanza spesso da reggere una rondine di mare che si era posata tremante accanto al Rustica.
Quell’anno il ghiaccio è arrivato tardi e ha sorpreso parecchi uccelli marini che già facevano fatica a sfamarsi nel freddo invernale. Le rondini di mare sembravano essere particolarmente colpite. In una tersa mattina di sole ne abbiamo visto una morire assiderata accanto alla nostra barca. È rimasta tutta la mattina a guardare fissa nella stessa direzione, senza curarsi del vento che le scompigliava il piumaggio esponendola ancora di più al gelo. Verso mezzogiorno ha esaurito le forze ed è caduta su un fianco.
È stato uno spettacolo straziante, ma che diritto avevamo di immischiarci nel corso della natura?”

da Björn Larsson, La saggezza del mare – Da Capo dell’Ira alla Fine Del Mondo, 2000– Traduzione dallo svedese Katia De Marco – Postfazione di Paolo Lodigiani, Iperborea, I ed.: Luglio 2003.

Una vita per la scrittura

25 gennaio 2010

Leggere quello che ha scritto Fernanda Pivano è come fare un viaggio nella memoria, alla ricerca di motivazioni ed emozioni di una vita vissuta per la scrittura.
A lei dobbiamo Hemingway, mica uno qualsiasi. Tutte le edizioni italiane di “Papa” risentono dello straordinario lavoro di traduzione di Fernanda. Lo stile di scrittura del grande Ernst, almeno in lingua inglese, era appassionato, intenso, veemente. Fernanda Pivano è riuscita a rendere tutte queste sue venature e sfumature in lingua italiana, senza snaturare l’originale, anzi, arricchendolo di perifrasi suggestive. E senza perdere nulla della straordinaria semplicità di questo genio della forma.
A lei dobbiamo e dovremo sempre tanto.

Non c’è tempo per l’approfondimento

25 gennaio 2010

José Rodrigues dos Santos è considerato uno dei giornalisti portoghesi più prestigiosi, insignito di due premi del Club Portoghese della Stampa e tre della CNN. Ha pubblicato quattro saggi e quattro romanzi, tradotti in molti Paesi del mondo.
In un’intervista a Il Messaggero, curata da Vincenza de Iudicibus, risponde così alla domanda se la chiave dei suoi romanzi è nel mescolare l’intrattenimento letterario all’informazione. Una tecnica che riscuote successo e che serve a colmare la mancanza di approfondimento nel giornalismo.
«L’informazione quotidiana non ha tempo per l’approfondimento, e quella di scrivere un libro è una buona soluzione per ovviare a questa carenza. Tutti possono scrivere dei romanzi che non si intreccino con le tematiche reali. L’obiettivo delle mie storie è invece quello di coniugare narrativa e informazione, intrattenimento e apprendimento. In Portogallo il pubblico ha dimostrato di gradire questo approccio. A due mesi dall’uscita il libro aveva venduto già 120 mila copie. E il risultato sa qual è stato? Sono stato invitato in Parlamento a spiegare il tema trattato, il perché del bisogno di parlarne. Un buon segnale, che dimostra come l’opinione pubblica sia più importante di quanto si creda».
Il romanzo in questione è Il settimo sigillo. La fine del petrolio, Edizioni Cavallo di Ferro.

“Le piattaforme di ghiaccio agiscono come sistema frenante dei ghiacciai. Collocandosi tra l’Antartide e il mare, impediscono che l’aria marittima più calda arrivi al continente,regolando così lo scioglimento dei ghiacciai. La scomparsa delle piattaforme modificherà questo equilibrio. L’aria calda comincerà ad arrivare in Antartide e i ghiacciai si scioglieranno. Sciogliendosi, libereranno acqua in mare e, allora sì, il livello degli oceani salirà – Rivolse le mani verso l’alto, in un gesto di supplica. – Quando questo accadrà… God help us!”