La storia… per Ralph Waldo Emerson


Ralph Waldo Emerson non a caso è definito da Harold Bloom la “figura centrale nella cultura americana”. La sua opera è stata fondamentale per Walt Whitman e per la tradizione letteraria americana fino e oltre la Beat Generation.
Emerson si riconosce anche nel Pragmatismo americano, nell’attuale psicologia umanistica, nel diritto contemporaneo (la legge sulla privacy ha radici nell’opera di Emerson), nella filosofia di Stanley Cavell e nel pensiero politico di George Kateb, nella storia americana relativa allo schiavismo e alla guerra civile americana, nella teoria e composizione musicale di Charles Ives.

Vi è una mente comune a tutti gli individui. Ognuno si immette in essa e in tutto ciò che è di essa. Chi una volta sia ammesso a un tale superiore diritto di ragione, si fa libero cittadino dell’intero dominio. Ciò che Platone ha pensato, anch’egli può pensarlo; ciò che un santo ha sentito, anch’egli può sentirlo; e tutto ciò che in qualsiasi tempo sia accaduto ad ogni uomo, egli può comprenderlo. Chi ha accesso a una tale universale mente, partecipa di tutto ciò che è stato e che può essere fatto, poiché è essa l’unico e sovrano elemento agente.
La storia non è che il resoconto delle opere di questa mente. Il suo genio è illustrato dall’intera serie dei giorni. Da nient’altro l’uomo può essere spiegato che sia di meno della sua stessa storia. Senza né affrettarsi né ristare, lo spirito umano procede fin dal principio incarnando ogni facoltà, pensiero ed emozione che ad esso appartiene, attraverso eventi appropriati. Ma sempre il pensiero precede il fatto; tutti i fatti della storia preesistono nella mente come leggi. Ogni legge, a sua volta, è resa predominante dalle circostanze: e una per volta, perché a una sola di esse i limiti della natura assegnano il predominio. Un uomo è l’intera enciclopedia dei fatti. La creazione di mille foreste è contenuta in una sola ghianda, e l’Egitto, la Grecia, Roma, la Gallia, la Britannia, l’America sono celate già dentro il primo uomo. Epoche, guerre, regni, imperi, repubbliche, democrazie, sono semplicemente l’applicazione del suo multiforme spirito alla multiforme realtà del mondo.

Questa nostra mente ha scritto la storia, ed è essa anche quella che deve leggerla. La Sfinge deve infine sciogliere il suo enigma. Ma se la storia è tutta in un solo uomo, essa va tutta spiegata attraverso le esperienze del singolo individuo. Vi è un rapporto fra le ore della nostra vita e i secoli del tempo. Come l’aria che io respiro è tratta dai grandi depositi della natura e la luce che cade sul mio libro mi è offerta da una stella distante centinaia di milioni di miglia, e come il portamento del mio corpo dipende dall’equilibrio tra forze centrifughe e forze centripete, così le ore dovrebbero essere illuminate dalle epoche e le epoche spiegate dalle ore. Della mente universale ogni individuo è un’ulteriore incarnazione. Tutte le sue proprietà si ritrovano in lui. E ogni nuovo fatto nell’ambito delle personali esperienze di lui getta luce anche su quanto sia stato operato da grandi comunità umane; e le crisi nella sua vita si collegano con le crisi dell’intera società. Ogni rivoluzione fu dapprima un pensiero nella mente di un singolo uomo; e quando un identico pensiero s’accende nella mente di un altro uomo, ecco che diventa la chiave per spiegare quell’epoca. Ogni riforma fu dapprima un’opinione personale, e quando tornerà a essere un’opinione personale, risolverà il problema dell’epoca. Il fatto narrato deve corrispondere a qualcosa in me che sia credibile e intellegibile. Dobbiamo farci, mentre leggiamo, Greci, Romani, Turchi, sacerdoti e re, martiri e carnefici; dobbiamo collegare queste immagini con qualche realtà che sia nella nostra intima esperienza: altrimenti, non apprenderemo mai nulla, non riterremo nulla con esattezza. Ciò che accadde ad Asdrubale o a Cesare Borgia è un’esemplificazione dei poteri e dei pervertimenti della mente nell’identica misura in cui lo è ciò che è accaduto a noi. Ogni nuova legge, ogni nuovo movimento politico ha un significato per voi. Potreste mettervi dinanzi a ciascuna delle sue tavole e dire: «Sotto questa maschera si nasconde la stessa natura proteiforme». Questo rimedierebbe al difetto di un’ eccessiva vicinanza a noi stessi, e collocherebbe le nostre azioni come in prospettiva; e come i vari granchi e arieti e scorpioni e bilance e acquari perdono la loro insignificanza non appena pendono di lassù come segni dello zodiaco, allo stesso modo io potrei avere di fronte a me i miei stessi difetti, e senza accalorarmene, nelle figure, distanti nel tempo, di un Salomone, di un Alcibiade e di un Catilina.

È questa universale natura che dà valore a uomini e cose particolari. La vita umana, nella misura in cui la contiene in sé, è misteriosa e inviolabile, e noi la recingiamo e proteggiamo con leggi e sanzioni. Tutte le leggi derivano da qui la loro ultima ragione; tutte esprimono infine, più o meno distintamente, una qualche indicazione di questa suprema, illimitabile essenza. Anche i beni materiali hanno qualcosa dell’anima, coprono fatti spirituali, e istintivamente noi li proteggiamo subito con spade e leggi e vaste e complesse convenzioni. L’oscura consapevolezza di ciò è per noi la luce della nostra giornata, la richiesta delle richieste; e ci spinge a reclamare educazione, giustizia, carità; ed è il fondamento dell’amicizia, dell’amore, dell’eroismo, della magnificenza: tutte cose che appartengono ad atti di fiducia in sé stessi. È da rilevare come, involontariamente, assumiamo, nel leggere, quasi un atteggiamento di superiorità. La storia universale, i poeti, i romanzieri, nelle loro più efficaci rappresentazioni – nei grandi palazzi sacerdotali o imperiali, nei trionfi della volontà e del genio -, ovunque, non ci fanno mai perdere la nostra attenzione, non ci fanno mai sentire come intrusi e che tutto ciò sia per uomini a noi superiori; ma è vero anzi che in quelle grandiose situazioni ci sentiamo perfettamente come a casa nostra. Tutto quello che Shakespeare dice dei re, quella birba di ragazzo che se ne sta a leggere nel suo angolo avverte che è vero anche per lui. Ci sentiamo in perfetta consonanza con i grandi momenti della storia, con le grandi scoperte, le grandi resistenze, le grandi fortune: perché là una nuova legge è stata promulgata, un oceano è stato esplorato, una terra è stata scoperta,un buon colpo è stato assestato – e tutto ciò per noi, così come noi stessi in quelle stesse circostanze avremmo fatto o applaudito.

Lo stesso interesse proviamo per le condizioni sociali e per il carattere. Onoriamo i ricchi perché posseggono, esternamente, quella libertà, quel potere, quella raffinatezza che noi avvertiamo come elementi appropriati dell’uomo, appropriati a noi. In tal modo, tutto ciò che del saggio è stato detto sia dagli stoici che dai filosofi orientali e dai saggisti moderni, delinea perfettamente per ogni lettore tutto quello che egli stesso pensa, gli descrive il suo stesso non raggiunto, ma raggiungibile io. Ogni letteratura ci presenta l’ideale del saggio. Libri, monumenti, quadri, conversazioni sono come dei ritratti nei quali ognuno scopre quei lineamenti che egli stesso sta tracciando per sé. Silenziosi ed eloquenti, lo elogiano e gli si accostano, ed egli trova incitamenti ovunque si volga, quasi come delle personali allusioni. Chi dunque veramente aspira a qualcosa di superiore, non ha bisogno di cercare, in una conversazione, diretti e personali riferimenti elogiativi. Egli ode là l’encomio non di sé, ma – cosa a lui più gradita – di quella fermezza del carattere di cui va alla ricerca, in ogni parola che fa riferimento al carattere, e anzi in ogni altro fatto e circostanza: nel fiume che scorre e nel brusio del grano. Allora, la lode è contemplata, l’omaggio è offerto, l’amore fluisce, e tutto proviene dalla muta natura, dalle montagne intorno e dalle luci del firmamento.

Queste allusività, distillate, si direbbe, dal sonno e dalla notte, usiamole anche in pieno giorno. Occorre che si legga la storia in maniera attiva, non passivamente; tener presente che è la nostra vita che fa da testo, mentre i libri forniscono solo il commento. Costretta in tal modo, la Musa della storia pronunzierà allora oracoli che mai potrebbe offrire a chi non avesse rispetto di se stesso. Non m’aspetto che diventi buon lettore di storia chi pensasse che ciò che fu compiuto in un’epoca remota da uomini i cui nomi sono poi risuonati famosi abbia un più profondo significato di quello che egli stesso sta operando quest’oggi, in questo momento.

Il mondo esiste per l’educazione di ognuno di noi. Non vi è epoca, non vi è condizione della società e modo d’agire nella storia cui non corrisponda qualcosa della vita di ognuno. Ed è meraviglioso il modo in cui ogni cosa tende a condensare se stessa e ad offrire, ad ognuno, le sue proprie virtù. Ognuno dovrebbe rendersi conto del fatto che può rivivere l’intera storia nella sua propria vita. Basta che se ne stia seduto tranquillamente in casa e non tolleri di essere tiranneggiato da re o imperi, ma si convinca che egli è più grande di tutta la geografia e di tutto il governo del mondo; che deve trasferire il punto di vista, dal quale la storia viene generalmente letta, da Roma e da Atene e da Londra e spostarlo verso se stesso, senza mai smentire l’idea che è lui stesso il tribunale giudicante e che se l’Inghilterra o l’Egitto hanno qualcosa da dirgli, egli aprirà la discussione; altrimenti, se ne stiano lì zitti per sempre. Egli deve saper raggiungere e ritenere in se stesso quell’alta capacità di visione entro la quale gli eventi si aprono a manifestare il loro segreto significato, e storia e poesia diventano simili. La tendenza della mente, il proposito della natura si rivelano già nell’uso che intanto facciamo delle principali narrazioni storiche. Il tempo disperde per l’etere luminoso le solide angolature dei fatti. Non vi sono àncore, non vi è corda o steccato che valgano a far sì che un fatto resti esclusivamente un fatto. Babilonia, Troia, Tiro, la Palestina, e anche la Roma arcaica, stanno già passando nel dominio della leggenda. Il Giardino dell’Eden, il sole fermo su Gibeon sono, da allora, perenne fonte di poesia per tutte le nazioni. Chi si cura di sapere come andassero propriamente i fatti, dopo che ne abbiamo tratto una costellazione da appendere in cielo come insegna immortale? Londra, Parigi, New York devono percorrere la stessa strada. «Cos’è la storia» disse una volta Napoleone «se non una favola da tutti condivisa?» La nostra vita è impregnata di Egitto, i Grecia, di Gallia, d’Inghilterra, di Guerra, Colonizzazione, Chiesa, Tribunale e Commercio, come da tanti fiori e svariati ornamenti solenni e gai. Ma io non ne terrò conto più del necessario. Io credo nell’Eternità. Potrò trovare la Grecia, l’Asia, l’Italia, la Spagna e le Isole, il genio e il principio creativo di ciascuna e di tutte le epoche nella mia propria mente.

Veniamo continuamente in contatto con i più clamorosi fatti della storia nella nostra esperienza personale, e in tal modo li verifichiamo. Tutta la storia diventa soggettiva; in altri termini, non esiste, propriamente, la storia, esiste solo la biografia. Ogni mente deve conoscere l’intera lezione per sé – deve percorrere l’intero campo. Ciò che essa non vede, ciò che essa non vive, non riuscirà mai a conoscerlo. Ciò che un’epoca precedente compendiò in qualche sua formula o regola per un suo proprio ed esclusivo uso, non potrà più essere utilmente riverificato dalla nostra mente, a causa della barriera rappresentata da quella formula. In qualche maniera, in qualche altro tempo, la mente cercherà e troverà forme di compensazione per tale perdita rifacendo il lavoro da sé. Ferguson scoprì in astronomia molte cose che erano state già da un pezzo conosciute nel passato. Tanto meglio per lui.

La storia dev’essere questo, o non è niente. Ogni legge che lo Stato promulga è sempre indicativa di qualcosa che è nella natura umana: ecco tutto. Dobbiamo essere noi a saper scorgere in noi stessi la ragione necessaria di ogni fatto; vedere come poteva e doveva essere. Ed è con questo atteggiamento che bisogna porsi di fronte ad ogni operazione pubblica e privata; dinanzi a un’orazione di Burke, dinanzi a una vittoria di Napoleone, a un martirio di Sir Thomas More, di Sidney, di Marmaduke Robinson; di fronte a un regno del Terrore in Francia e di fronte a un’impiccagione di streghe a Salem; di fronte a un fanatico Risveglio religioso e al magnetismo animale a Parigi o a Providence. Pensiamo che sotto gli stessi influssi, dovremmo tutti esserne toccati allo stesso modo, e conseguire quindi gli stessi esiti; e il nostro scopo è quello di controllare con l’intelletto i nostri passi e cercare di portarci alla stessa altezza o alla stessa bassezza secondo quanto hanno fatto il nostro amico e il nostro vicino.

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