Il nuovo Salinger?

Arnon Grunberg (Amsterdam 1971) scrive anche sotto lo pseudonimo Marek van der Jagt ed è considerato il nuovo Salinger.
La vita stessa di Arnon è una fonte d’ispirazione: «Mi hanno sbattuto fuori dalla scuola quando avevo sedici anni perché bigiavo sempre. Volevo fare l’attore, ma non andavo mai bene, c’era chi aveva da ridire sul mio fisico, chi sulla mia voce. Decisi di fondare una mia casa editrice specializzata in autori tedeschi rigorosamente non ariani. Pubblicai cinque libri di letteratura tedesca tradotti in olandese, ma purtroppo mi rimasero sul gobbo».
A ventitre anni debutta con il romanzo autobiografico Lunedì blu (Mondadori 1996, Instar Libri 2005) e vince i premi Anton Wachter Prize e l’Orecchia d’Oro come miglior romanzo esordiente. Curiosamente Grunberg è l’unico autore ad aver ricevuto due volte il premio come miglior esordiente. Dal 1994 al 2006 pubblica altri sette romanzi, tradotti in più di venti lingue. Oggi Grunberg vive e lavora a New York e, oltre a dedicarsi ai suoi romanzi, scrive saggi, racconti e sceneggiature. Collabora inoltre con testate prestigiose quali “The New York Times”, “Tages-Anzeiger”, “Suddeutsche Zeitung” e “Bookforum”.
C’è chi dice che in Italia si legge poco perché sono tutti impegnati a scrivere.
Arnon Grunberg è convinto che attraverso la letteratura si possa vedere la realtà più chiaramente di quanto non sia possibile attraverso i giornali, la televisione o internet: «Svelare i trucchi della realtà attraverso le bugie della letterature». Eppure non è di quegli autori che amano mettersi in cattedra e dispensare spot elettorali. Quello che penso – ha detto – è nei libri che scrivo. Non si sente uno scrittore impegnato né tanto meno etichettabile: «Le etichette ti collocano in un canto e questo ti rende meno pericoloso».
La scrittura di Grunberg nasce dalla curiosità verso chi «odora di sfortuna», in bilico tra illusione e follia, e deve mettere in atto qualsiasi stratagemma per sopravvivere. Senza giudicare: «Ci sono tante cose in noi e a volte le circostanze si ergono contro di noi e ci fanno fare cose che non avremmo voluto».
Nelle sue storie – sospese tra reale e surreale – si affacciano persone sgradevoli, avvezze al peccato senza responsabilità, solitarie per inettitudine, che possono diventare violente.
«La violenza per molti è l’unico modo di uscire dall’anonimato, di non essere più invisibili, anche se per poco.
Non c’è nulla che prendiamo sul serio quanto la violenza». Grunberg è formidabile nell’esplorare il lato oscuro dell’umanità costringendo il pubblico ad ammettere, con ribrezzo, che si può provare simpatia anche per un mostro. «Nelle mie opere cerco di mettere a fuoco piccoli drammi individuali che a volte, quando se ne occupa Marek van der Jagt, prendono una piega tragica, mentre se a raccontarli è Arnon Grunberg l’aspetto comico tende a prevalere».

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