Ken Saro-Wiwa

Un tribunale militare condannò a morte e fece uccidere lo scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa e altre otto persone. Era il 10 novembre 1995. Ken Saro-Wiwa e gli altri otto attivisti lottavano contro i danni ambientali provocati in Nigeria dalla Shell che dal 1958 estrae petrolio nel territorio del delta del fiume Niger. La popolazione Ogoni che vi abita, oltre che essere avvelenata dall’inquinamento degli impianti industriali, è stata costretta a emigrare dai militari.
Con un durissimo rapporto di 196 pagine, intitolato “Ogoni: la lotta continua”, nel 1997 il Consiglio Mondiale delle Chiese (WCC) ha messo sotto accusa il governo nigeriano e la multinazionale petrolifera Shell per oppressione e devastazione ambientale, in particolare nella regione del delta del Niger.

Il Testamento di Ken Saro-Wiwa

“Signor Presidente, tutti noi siamo di fronte alla Storia. Io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra; provo fretta di ottenere che il mio popolo riconquisti il suo diritto alla vita e a una vita decente. Così ho dedicato tutte le mie risorse materiali ed intellettuali a una causa nella quale credo totalmente, sulla quale non posso essere zittito. Non ho dubbi sul fatto che, alla fine, la mia causa vincerà e non importa quanti processi, quante tribolazioni io e coloro che credono con me in questa causa potremo incontrare nel corso del nostro cammino. Né la prigione né la morte potranno impedire la nostra vittoria finale. Non siamo sotto processo solo io e i miei compagni. Qui è sotto processo la Shell. Ma questa compagnia non è oggi sul banco degli imputati. Verrà però certamente quel giorno e le lezioni che emergono da questo processo potranno essere usate come prove contro di essa, perché io vi dico senza alcun dubbio che la guerra che la compagnia ha scatenato contro l’ecosistema della regione del delta sarà prima o poi giudicata e che i crimini di questa guerra saranno debitamente puniti. Così come saranno puniti i crimini compiuti dalla compagnia nella guerra diretta contro il popolo Ogoni”.

Link esterno: Nigeria: Shell patteggia ed evita processo per morte attivista Ken Saro Wiwa

Due giorni dopo la battaglia di Austerlitz, un uomo a cavallo…

Alessandro Baricco, da Picwick, “L’Uomo che portava felicità” di Jürg Federspiel.

Due giorni dopo la battaglia di Austerlitz, un uomo a cavallo arrivò al lago di Costanza.
Due giorni dopo la battaglia di Austerlitz, un ussaro a cavallo arriva sul bordo del lago di Costanza.
È pieno inverno, è tutto gelato, il lago, e c’è neve intorno.
Fa così freddo che, se volesse, l’ussaro non potrebbe nemmeno togliere la sciabola dal fodero, incrostata di ghiaccio.
È fermo, davanti a questo lago.
E tutto intorno escono dalle case, dalle baracche i contadini e cominciano a gridare “Non andare! Si romperà il ghiaccio. Morirai.“
Ed escono le donne dei contadini, ed hanno questi grembiuli bianchi, se li tolgono, e li sventolano in aria.
Il bianco della neve, del ghiaccio, di questi grembiuli.
L’ussaro però guarda intorno a sè, guarda il ghiaccio, guarda la neve, guarda i contadini, guarda questi grembiuli bianchi che sventolano nell’aria, sprona il cavallo e parte al galoppo.
E tutti si fermano e lo guardano galoppare lungo il lago, e scomparire nella nebbia.

La scrittura di Alice

Alice Munro, grande scrittrice canadese di short stories ha dichiarato di aver iniziato perché, con tre bambine da allevare, era l’unica cosa che poteva fare.
Scrive spesso brevi biografie di donne alle prese con la vita e quasi sempre in un momento particolare in cui sono costrette a scegliere. Notevole è la rappresentazione psicologica dei suoi personaggi.
“Ciò che mi piace fare con le mie storie è lasciarmele alle spalle e dimenticarle. Mi assorbono completamente quando le sto scrivendo e quando ho finito, sposto sulla prossima la speranza che sia perfetta.”

“Ognuno sa come funziona una casa, come essa delimita lo spazio e crea collegamenti tra uno spazio chiuso e l’altro e fa vedere in modo nuovo quello che c’è fuori. Questo è il modo meno approssimativo che possiedo per spiegare come funziona una storia per me, e come vorrei che le mie storie funzionassero per gli altri.”

Consigli di scrittura

Questi consigli di John Gardner sono preziosi e andrebbero messi in pratica. Scrivere è qualche cosa di misterioso e non esistono trucchi, di nessuna sorta.
Spesso si intuisce che ci sono scrittori a cui non importa nulla di raccontare storie. Lo si capisce chiaramente perché le loro frasi sono sempre pensate e abbondano di termini sofisticati (della serie “potevamo stupirvi con effetti speciali”). Troppi scrittori vogliono solo far vedere quanto sono bravi. E lo fanno informando senza inventare niente. Ti passano semplicemente dei dati senza comunicare emozioni e l’unica cosa che mettono in mostra sono loro stessi.

Lo scrittore più svantaggiato è quello il cui senso del linguaggio sembra incorreggibilmente deviato. L’esempio più ovvio è lo scrittore che non riesce a muovere un passo senza servirsi di frasi tipo “con un lampo di felicità negli occhi”, o “la deliziosa coppia di gemelli”, o “l’eco della sua sonora risata”: espressioni prive di vita, emozioni meccaniche, da zombie, di uno scrittore che nella vita quotidiana non prova alcuna sensazione o comunque non crede a ciò che sente in misura sufficiente da cercare di definirlo con parole proprie, e chi quindi preferisce ripiegare su “ella soffocò un singhiozzo”, “un sorriso amichevole all’angolo della bocca”, “inarcando il sopracciglio in quel suo tipico modo interrogativo”, “un lieve sorriso le piegava il labbro”, “il volto incorniciato da riccioli ramati”. Il problema è che non si tratta solo di clichés (logori, abusati) ma che questo linguaggio è sintomatico di uno sfondo psicologico che conduce all’atrofia.

Il bravo scrittore vede le cose in modo netto, vivido, preciso e selettivo (vale a dire che sceglie ciò che è importante) non necessariamente perché la sua capacità di osservazione sia per natura più acuta di quella delle altre persone (benché con la pratica diventi tale) ma perché si preoccupa di vedere le cose in modo chiaro e di metterle per iscritto in maniera convincente. Una visione trascurata può indebolire il suo progetto.

Il giovane scrittore dovrebbe leggere gli altri scrittori per vedere come vengono realizzate le pagine chiedendosi quello che avrebbe fatto lui nella stessa situazione e se il suo metodo sarebbe stato migliore o peggiore, e i motivi per cui sarebbe stato tale. Egli legge nello stesso modo in cui un giovane architetto guarda un edificio, o uno studente di medicina osserva un’operazione: sia con dedizione, sperando di imparare da un maestro, che in modo critico, attento a ogni possibile errore.

L’occhio di Rhodes

“I vecchi si ricordano di Della e Wilson Montgomery come se fosse stato appena domenica scorsa che, dopo la frugale cena parrocchiale, erano saliti sulla loro Chevrolet grigia e innestata la retromarcia, erano partiti in direzione della loro casa di campagna, con Della che agitava la mano dal finestrino e Wilson curvo sul volante, che teneva con entrambe le mani. Riescono come se fosse ieri a ricordare di essere passati in macchina dalla casa di arenaria dei Montgomery e di averli visti seduti sull’altalena sotto la veranda, Wilson che la dondolava lentamente e coscienziosamente avanti e indietro, Della sorridente, i piccoli piedi che sfioravano appena il suolo quando l’altalena tornava indietro, simili a due diligenti, tranquilli bambini. Le mani di Della erano così piccole che si sarebbero potute infilare in vasetti di conserva per le trote. Per diversi anni era stata la loro unica maestra e, fatta eccezione per i più giovani, tutti erano stati suoi alunni, e avevano desiderato ardentemente di essere bravi in grammatica e in matematica per farla contenta. Immancabilmente, gli strilli dei bambini si calmavano in mormorii quando lei li prendeva in braccio. Tra le donne si pensava che non ci fosse bisogno di cercare aiuto o conforto in caso di necessità, perché Della l’avrebbe fiutato nell’aria e sarebbe arrivata. I vecchi adesso non parlano di lei, se non fosse per un’ombra che cala sui loro volti, e sembra che stiano parlando di una parte di loro stessi – non perché Della appartenesse al passato, ma perché, quando lei e Wilson se ne andarono, non sembrò possibile che ogni cosa da allora in poi dovesse andare avanti senza di loro.”


David Rhodes, brano tratto da Rock Island Line, 1975.

L’occhio di Rhodes, come quello di ogni eccellente romanziere, è preciso sia nei dettagli letterali che nelle corrispondenze metaforiche.
Il potere visivo della metafora è a portata di mano tanto del romanziere quanto del poeta. Spesso un gesto importante o un insieme di gesti non può essere afferrato con pari efficacia da nessun altro mezzo. Rhodes si affida alla metafora come ai dettagli significativi.

Il “Sirio”

Il “piroscafo veloce” Sirio venne costruito nei cantieri Naplier di Glasgow il 24 marzo 1883. Lo scafo era in ferro, stazzava 3.635 tonnellate e poteva contare su una macchina alternativa da 3.900 cavalli in grado d’imprimergli una velocità di 15 nodi. La sua linea sottile e appuntita aveva uno stile audace e moderno nell’architettura navale del suo tempo, quando sugli oceani si celebrava l’acceso duello tra due epopee: quella della tradizione velica arrivata al suo massimo splendore e quella emergente del vapore.
I due fumaioli esili e accostati esternavano la nuova potenza meccanica, i tre alberi a goletta facevano venire in mente le attrezzature dei velieri e in qualche modo acquietavano i passeggeri dalle possibili avarie della macchina alternativa. Il Sirio aveva 48 posti di prima classe a poppa, una grande sala da pranzo, un auditorio e sala per signore con fumatoio. La seconda classe si trovava a proravia del ponte di comando e poteva disporre di 80 posti. Poi c’era la suburra della terza classe. I poveri, che avevano venduto tutto per pagarsi il viaggio, venivano sistemati nei grandi cameroni derivati dai corridoi delle stive per un totale di 1290 posti.
Il Sirio partì dai cantieri di Glasgow il 19 giugno 1883, comandato dal capitano Sebastiano Rosasco, giunse a Genova il 27 giugno e ripartì il 15 luglio 1883 per il suo viaggio inaugurale al Plata. Quel maiden voyage fu il primo di una lunga serie di viaggi legati per lo più alla storia della nostra emigrazione, che cessarono, purtroppo, sulla scogliera di Capo Palos nel 1906.
Il naufragio ebbe dell’incredibile e le critiche furono notevoli, perché la giornata era bella, il mare in bonaccia e la visibilità buona. La nave, proveniente da Genova e diretta verso lo Stretto di Gibilterra, andava a tutta velocità quando andò a schiantarsi su una delle secche più note del Mediterraneo.
Il Sirio restò come un cavallo quando salta l’ostacolo, con la prua che guarda il cielo e la poppa poggiata sugli scogli a tre metri di profondità. Aveva a bordo 120 passeggeri di prima e seconda classe e oltre 1200 emigranti che durante il giorno prendevano il sole a proravia. Gran parte di loro, per l’urto improvviso, furono scaraventati in mare e morirono annegati.
All’epoca si disse che avrebbero potuto salvarsi quasi tutti, poichè il Sirio non affondò subito, ma rimase in agonia ben sedici giorni, prima di spaccarsi in due e andare a fondo. Purtroppo le operazioni di salvataggio furono talmente disordinate e confuse che ci furono 293 morti (riconosciuti ufficialmente dai Registri dei Lloyd’s londinesi), ma per la stampa, e in questo non fu mai contraddetta, le vittime superarono le 500 unità, gran parte delle quali fu pietosamente composta lungo il molo del porto di Cartagena e poi tumulata nei cimiteri della zona.
Nel piccolo museo di Capo Palos dedicato al Sirio, sono tuttora conservati i volantini che propagandavano anche le soste “fuori programma” per far salire i clandestini. La questione non fu mai chiarita, ma si disse anche che senza quelle tappe sottocosta, la nave sarebbe passata al largo della scogliera chiamata Bajo de Fuera.
Si aprirono le inchieste di rito, ma emerse, contrariamente alle tante accuse rivolte contro lo stato maggiore della nave, che il comandante del Sirio Giuseppe Piccone, insieme ai suoi ufficiali, diresse con calma le operazioni d’abbandono nave e fu l’ultimo a porsi in salvo. Fu stabilito, tuttavia, che l’erronea valutazione della posizione della nave e della distanza dalle secche fu causa del grave incidente e delle tragiche conseguenze che ne derivarono.
Il capitano Giuseppe Piccone che aveva sessantadue anni ed era al comando del Sirio da ventisette anni, fu rinviato a giudizio, ma chiuso nel suo dolore, morì a Genova due mesi dopo l’evento descritto.
Il Sirio apparteneva ad una grande Società: la Navigazione Generale Italiana (N.G.I), nata nel 1881 all’atto della fusione delle Società Riunite Florio-Rubattino. La gloriosa N.G.I. risultò composta di 81 vapori e detenne il monopolio del trasporto passeggeri e merci della nostra Marina sino al 1936 quando nacque, per volontà di Mussolini, il gruppo FINMARE.

La storia… per Ralph Waldo Emerson


Ralph Waldo Emerson non a caso è definito da Harold Bloom la “figura centrale nella cultura americana”. La sua opera è stata fondamentale per Walt Whitman e per la tradizione letteraria americana fino e oltre la Beat Generation.
Emerson si riconosce anche nel Pragmatismo americano, nell’attuale psicologia umanistica, nel diritto contemporaneo (la legge sulla privacy ha radici nell’opera di Emerson), nella filosofia di Stanley Cavell e nel pensiero politico di George Kateb, nella storia americana relativa allo schiavismo e alla guerra civile americana, nella teoria e composizione musicale di Charles Ives.

Vi è una mente comune a tutti gli individui. Ognuno si immette in essa e in tutto ciò che è di essa. Chi una volta sia ammesso a un tale superiore diritto di ragione, si fa libero cittadino dell’intero dominio. Ciò che Platone ha pensato, anch’egli può pensarlo; ciò che un santo ha sentito, anch’egli può sentirlo; e tutto ciò che in qualsiasi tempo sia accaduto ad ogni uomo, egli può comprenderlo. Chi ha accesso a una tale universale mente, partecipa di tutto ciò che è stato e che può essere fatto, poiché è essa l’unico e sovrano elemento agente.
La storia non è che il resoconto delle opere di questa mente. Il suo genio è illustrato dall’intera serie dei giorni. Da nient’altro l’uomo può essere spiegato che sia di meno della sua stessa storia. Senza né affrettarsi né ristare, lo spirito umano procede fin dal principio incarnando ogni facoltà, pensiero ed emozione che ad esso appartiene, attraverso eventi appropriati. Ma sempre il pensiero precede il fatto; tutti i fatti della storia preesistono nella mente come leggi. Ogni legge, a sua volta, è resa predominante dalle circostanze: e una per volta, perché a una sola di esse i limiti della natura assegnano il predominio. Un uomo è l’intera enciclopedia dei fatti. La creazione di mille foreste è contenuta in una sola ghianda, e l’Egitto, la Grecia, Roma, la Gallia, la Britannia, l’America sono celate già dentro il primo uomo. Epoche, guerre, regni, imperi, repubbliche, democrazie, sono semplicemente l’applicazione del suo multiforme spirito alla multiforme realtà del mondo.

Questa nostra mente ha scritto la storia, ed è essa anche quella che deve leggerla. La Sfinge deve infine sciogliere il suo enigma. Ma se la storia è tutta in un solo uomo, essa va tutta spiegata attraverso le esperienze del singolo individuo. Vi è un rapporto fra le ore della nostra vita e i secoli del tempo. Come l’aria che io respiro è tratta dai grandi depositi della natura e la luce che cade sul mio libro mi è offerta da una stella distante centinaia di milioni di miglia, e come il portamento del mio corpo dipende dall’equilibrio tra forze centrifughe e forze centripete, così le ore dovrebbero essere illuminate dalle epoche e le epoche spiegate dalle ore. Della mente universale ogni individuo è un’ulteriore incarnazione. Tutte le sue proprietà si ritrovano in lui. E ogni nuovo fatto nell’ambito delle personali esperienze di lui getta luce anche su quanto sia stato operato da grandi comunità umane; e le crisi nella sua vita si collegano con le crisi dell’intera società. Ogni rivoluzione fu dapprima un pensiero nella mente di un singolo uomo; e quando un identico pensiero s’accende nella mente di un altro uomo, ecco che diventa la chiave per spiegare quell’epoca. Ogni riforma fu dapprima un’opinione personale, e quando tornerà a essere un’opinione personale, risolverà il problema dell’epoca. Il fatto narrato deve corrispondere a qualcosa in me che sia credibile e intellegibile. Dobbiamo farci, mentre leggiamo, Greci, Romani, Turchi, sacerdoti e re, martiri e carnefici; dobbiamo collegare queste immagini con qualche realtà che sia nella nostra intima esperienza: altrimenti, non apprenderemo mai nulla, non riterremo nulla con esattezza. Ciò che accadde ad Asdrubale o a Cesare Borgia è un’esemplificazione dei poteri e dei pervertimenti della mente nell’identica misura in cui lo è ciò che è accaduto a noi. Ogni nuova legge, ogni nuovo movimento politico ha un significato per voi. Potreste mettervi dinanzi a ciascuna delle sue tavole e dire: «Sotto questa maschera si nasconde la stessa natura proteiforme». Questo rimedierebbe al difetto di un’ eccessiva vicinanza a noi stessi, e collocherebbe le nostre azioni come in prospettiva; e come i vari granchi e arieti e scorpioni e bilance e acquari perdono la loro insignificanza non appena pendono di lassù come segni dello zodiaco, allo stesso modo io potrei avere di fronte a me i miei stessi difetti, e senza accalorarmene, nelle figure, distanti nel tempo, di un Salomone, di un Alcibiade e di un Catilina.

È questa universale natura che dà valore a uomini e cose particolari. La vita umana, nella misura in cui la contiene in sé, è misteriosa e inviolabile, e noi la recingiamo e proteggiamo con leggi e sanzioni. Tutte le leggi derivano da qui la loro ultima ragione; tutte esprimono infine, più o meno distintamente, una qualche indicazione di questa suprema, illimitabile essenza. Anche i beni materiali hanno qualcosa dell’anima, coprono fatti spirituali, e istintivamente noi li proteggiamo subito con spade e leggi e vaste e complesse convenzioni. L’oscura consapevolezza di ciò è per noi la luce della nostra giornata, la richiesta delle richieste; e ci spinge a reclamare educazione, giustizia, carità; ed è il fondamento dell’amicizia, dell’amore, dell’eroismo, della magnificenza: tutte cose che appartengono ad atti di fiducia in sé stessi. È da rilevare come, involontariamente, assumiamo, nel leggere, quasi un atteggiamento di superiorità. La storia universale, i poeti, i romanzieri, nelle loro più efficaci rappresentazioni – nei grandi palazzi sacerdotali o imperiali, nei trionfi della volontà e del genio -, ovunque, non ci fanno mai perdere la nostra attenzione, non ci fanno mai sentire come intrusi e che tutto ciò sia per uomini a noi superiori; ma è vero anzi che in quelle grandiose situazioni ci sentiamo perfettamente come a casa nostra. Tutto quello che Shakespeare dice dei re, quella birba di ragazzo che se ne sta a leggere nel suo angolo avverte che è vero anche per lui. Ci sentiamo in perfetta consonanza con i grandi momenti della storia, con le grandi scoperte, le grandi resistenze, le grandi fortune: perché là una nuova legge è stata promulgata, un oceano è stato esplorato, una terra è stata scoperta,un buon colpo è stato assestato – e tutto ciò per noi, così come noi stessi in quelle stesse circostanze avremmo fatto o applaudito.

Lo stesso interesse proviamo per le condizioni sociali e per il carattere. Onoriamo i ricchi perché posseggono, esternamente, quella libertà, quel potere, quella raffinatezza che noi avvertiamo come elementi appropriati dell’uomo, appropriati a noi. In tal modo, tutto ciò che del saggio è stato detto sia dagli stoici che dai filosofi orientali e dai saggisti moderni, delinea perfettamente per ogni lettore tutto quello che egli stesso pensa, gli descrive il suo stesso non raggiunto, ma raggiungibile io. Ogni letteratura ci presenta l’ideale del saggio. Libri, monumenti, quadri, conversazioni sono come dei ritratti nei quali ognuno scopre quei lineamenti che egli stesso sta tracciando per sé. Silenziosi ed eloquenti, lo elogiano e gli si accostano, ed egli trova incitamenti ovunque si volga, quasi come delle personali allusioni. Chi dunque veramente aspira a qualcosa di superiore, non ha bisogno di cercare, in una conversazione, diretti e personali riferimenti elogiativi. Egli ode là l’encomio non di sé, ma – cosa a lui più gradita – di quella fermezza del carattere di cui va alla ricerca, in ogni parola che fa riferimento al carattere, e anzi in ogni altro fatto e circostanza: nel fiume che scorre e nel brusio del grano. Allora, la lode è contemplata, l’omaggio è offerto, l’amore fluisce, e tutto proviene dalla muta natura, dalle montagne intorno e dalle luci del firmamento.

Queste allusività, distillate, si direbbe, dal sonno e dalla notte, usiamole anche in pieno giorno. Occorre che si legga la storia in maniera attiva, non passivamente; tener presente che è la nostra vita che fa da testo, mentre i libri forniscono solo il commento. Costretta in tal modo, la Musa della storia pronunzierà allora oracoli che mai potrebbe offrire a chi non avesse rispetto di se stesso. Non m’aspetto che diventi buon lettore di storia chi pensasse che ciò che fu compiuto in un’epoca remota da uomini i cui nomi sono poi risuonati famosi abbia un più profondo significato di quello che egli stesso sta operando quest’oggi, in questo momento.

Il mondo esiste per l’educazione di ognuno di noi. Non vi è epoca, non vi è condizione della società e modo d’agire nella storia cui non corrisponda qualcosa della vita di ognuno. Ed è meraviglioso il modo in cui ogni cosa tende a condensare se stessa e ad offrire, ad ognuno, le sue proprie virtù. Ognuno dovrebbe rendersi conto del fatto che può rivivere l’intera storia nella sua propria vita. Basta che se ne stia seduto tranquillamente in casa e non tolleri di essere tiranneggiato da re o imperi, ma si convinca che egli è più grande di tutta la geografia e di tutto il governo del mondo; che deve trasferire il punto di vista, dal quale la storia viene generalmente letta, da Roma e da Atene e da Londra e spostarlo verso se stesso, senza mai smentire l’idea che è lui stesso il tribunale giudicante e che se l’Inghilterra o l’Egitto hanno qualcosa da dirgli, egli aprirà la discussione; altrimenti, se ne stiano lì zitti per sempre. Egli deve saper raggiungere e ritenere in se stesso quell’alta capacità di visione entro la quale gli eventi si aprono a manifestare il loro segreto significato, e storia e poesia diventano simili. La tendenza della mente, il proposito della natura si rivelano già nell’uso che intanto facciamo delle principali narrazioni storiche. Il tempo disperde per l’etere luminoso le solide angolature dei fatti. Non vi sono àncore, non vi è corda o steccato che valgano a far sì che un fatto resti esclusivamente un fatto. Babilonia, Troia, Tiro, la Palestina, e anche la Roma arcaica, stanno già passando nel dominio della leggenda. Il Giardino dell’Eden, il sole fermo su Gibeon sono, da allora, perenne fonte di poesia per tutte le nazioni. Chi si cura di sapere come andassero propriamente i fatti, dopo che ne abbiamo tratto una costellazione da appendere in cielo come insegna immortale? Londra, Parigi, New York devono percorrere la stessa strada. «Cos’è la storia» disse una volta Napoleone «se non una favola da tutti condivisa?» La nostra vita è impregnata di Egitto, i Grecia, di Gallia, d’Inghilterra, di Guerra, Colonizzazione, Chiesa, Tribunale e Commercio, come da tanti fiori e svariati ornamenti solenni e gai. Ma io non ne terrò conto più del necessario. Io credo nell’Eternità. Potrò trovare la Grecia, l’Asia, l’Italia, la Spagna e le Isole, il genio e il principio creativo di ciascuna e di tutte le epoche nella mia propria mente.

Veniamo continuamente in contatto con i più clamorosi fatti della storia nella nostra esperienza personale, e in tal modo li verifichiamo. Tutta la storia diventa soggettiva; in altri termini, non esiste, propriamente, la storia, esiste solo la biografia. Ogni mente deve conoscere l’intera lezione per sé – deve percorrere l’intero campo. Ciò che essa non vede, ciò che essa non vive, non riuscirà mai a conoscerlo. Ciò che un’epoca precedente compendiò in qualche sua formula o regola per un suo proprio ed esclusivo uso, non potrà più essere utilmente riverificato dalla nostra mente, a causa della barriera rappresentata da quella formula. In qualche maniera, in qualche altro tempo, la mente cercherà e troverà forme di compensazione per tale perdita rifacendo il lavoro da sé. Ferguson scoprì in astronomia molte cose che erano state già da un pezzo conosciute nel passato. Tanto meglio per lui.

La storia dev’essere questo, o non è niente. Ogni legge che lo Stato promulga è sempre indicativa di qualcosa che è nella natura umana: ecco tutto. Dobbiamo essere noi a saper scorgere in noi stessi la ragione necessaria di ogni fatto; vedere come poteva e doveva essere. Ed è con questo atteggiamento che bisogna porsi di fronte ad ogni operazione pubblica e privata; dinanzi a un’orazione di Burke, dinanzi a una vittoria di Napoleone, a un martirio di Sir Thomas More, di Sidney, di Marmaduke Robinson; di fronte a un regno del Terrore in Francia e di fronte a un’impiccagione di streghe a Salem; di fronte a un fanatico Risveglio religioso e al magnetismo animale a Parigi o a Providence. Pensiamo che sotto gli stessi influssi, dovremmo tutti esserne toccati allo stesso modo, e conseguire quindi gli stessi esiti; e il nostro scopo è quello di controllare con l’intelletto i nostri passi e cercare di portarci alla stessa altezza o alla stessa bassezza secondo quanto hanno fatto il nostro amico e il nostro vicino.