Archive for febbraio 2010

Non c’è scrittura senza carta

28 febbraio 2010

Chissà quanti dei libri di Pietro Citati non avremmo letto, quanti dei suoi ritratti d’autore non sarebbero mai nati senza il palcoscenico di una destinazione tanto effimera quanto precaria, come i fogli di un giornale?
“Non credo mai di scrivere cose bellissime” si schernisce Citati in un misto di timidezza e autoindulgenza, prima di confessare le molte assenze volontarie dall’ultimo libro. “Faulkner non c’è, Kafka neppure, e nemmeno Proust e Mann… alcune cose che ho scritto non mi piacciono più. I viventi italiani non ci sono per principio: Pasolini narratore allora mi piaceva, ora non più, quindi l’ho tolto. Elsa Morante mi piace, ma su di lei non ho niente di buono. Su Gadda… meraviglioso, ci sono solo tre pezzi, ma ne ho scritto almeno venti”.
Dell’interazione tra libri e giornali la produzione Citati è un modello perfezionato.
“C’è stato un periodo in cui i giornali andavano bene grazie ai libri. Per tre quattro anni hanno addirittura guadagnato attraverso i libri. E’ un paradosso perché i giornalisti hanno sempre disprezzato la letteratura. Ma il Pasticciaccio di Gadda, coi romanzi del Novecento dati in omaggio al giornale, ha venduto 300 mila copie. Mi dica lei se è poco”. Poi però i libri si sono esauriti. E pure il mercato librario si è ridotto. I giornali hanno continuato a vendersi, ma sono in calo, insidiati ogni giorno di più non solo dalla tv, ma da Internet. Eppure, non sono morti, secondo Citati, né moriranno.
“Dovrebbero dare notizie che la tv non dà. Cosa sappiamo, per esempio, della Russia di Putin?
Bisognerebbe raccontarla rispetto a com’era vent’anni fa. Bisogna saper scrivere, però, saper raccontare, mentre i giornali disprezzano la letteratura, come se fossero attività apparentemente rivali. Il giornale di solito raggiunge un pubblico piu vasto e disprezza quelli che hanno un pubblico piu ristretto; un articolo di giornale si scrive in fretta, per scrivere un libro invece ci vuole tantissimo tempo. Raramente i due percorsi si incontrano. Eppure Calvino scrisse ottimi articoli, e come lui Pasolini, e Manganelli, che riusciva a scrivere cose comiche divertentissimi stando in tremila battute. E’ difficile scriver bene stabilendo prima le misure. Un libro non vuole misure: è lui a imporle. Scrivere entro le due tre cartelle è come scegliere un certo ritmo, camminare più svelto o più piano”.

Da un’intervista concessa da Pietro Citati a Marina Valensise (Ottobre 2008)

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Dietro le quinte del Nobel

24 febbraio 2010

Karen Blixen (1885-1962) non ottenne il Premio Nobel della Letteratura perché i giudici dell’Accademia Svedese erano preoccupati di mostrare favoritismi eccessivi nei confronti degli scrittori scandinavi.
La scrittrice danese era la candidata più quotata alla vittoria del Premio nel 1959; facevano parte della rosa dei favoriti l’inglese Graham Greene e l’americano John Steinbeck. Ma documenti inediti, declassificati nel dicembre scorso dagli archivi della Reale Accademia di Svezia e pubblicati dal giornale danese ”Politiken”, rivelano che la corsa dell’autrice, che visse per diciotto anni in Kenya, fu fermata, nonostante avesse dalla sua parte la maggioranza dei giurati del Nobel, proprio perché contro di lei fu sventolata la sua nazionalità appartenente alla regione scandinava. E così il Nobel letterario in quel 1959 fu vinto dal poeta italiano Salvatore Quasimodo.
Dai documenti inediti, risulta che Anders Osterling, segretario permamente dell’Accademia Svedese, che aveva votato in prima battuta per assegnare il Nobel alla Blixen nel 1959, sostenne che il Premio dovesse andare ”senza indugio” all’autrice danese, che ormai aveva settantaquattro anni. Anche gli altri membri della commissione Nobel sostennero l’indicazione di Osterling, ad eccezione dello scrittore svedese Eyvind Johnson, il quale propose la candidatura dell’italiano Quasimodo, sottolineando come già troppi autori scandinavi avessero vinto il Premio, ”quattro volte piu’ di altre importanti nazionalità”. Il sospetto di favoritismi eccessivi verso gli autori della Scandinavia fece colpo sui giurati che successivamente proclamarono vincitore Quasimodo per “la sua poesia lirica, che con il fuoco classico esprime la tragica esperienza della vita dei nostri tempi”.
Karen Blixen non ottenne mai il Nobel e morì a 77 anni nel 1962.
L’ottenne invece più tardi il suo avversario, Eyvind Johnson, che si era opposto alla candidatura dell’autrice danese. Il romanziere svedese conquistò il Nobel nel 1974 per la sua ”arte narrativa al servizio della libertà”.

Danilo Dolci

18 febbraio 2010

All’inizio degli anni ’50 Danilo Dolci si stabilisce nella Sicilia più misera, dopo l’esperienza presso la comunità di Nomadelfia, a fianco di don Zeno.
Nell’area dei comuni antistanti il Golfo di Castellammare, vicino a Palermo, nel corso degli anni ’50 e ’60, realizza un’efficace opera di intervento sociale per il riscatto delle società locali dalle condizioni di miseria e l’avvio di un’esperienza di sviluppo endogeno volta verso forme di auto-organizzazione. I principi che informano la sua azione sono sostanzialmente quello della nonviolenza attiva – digiuni, scioperi alla rovescia, “pressioni” sociali ecc. – e quello educativo, diretto ad accrescere il tenore di vita della comunità e a incoraggiare lo sviluppo della cooperazione e di azioni di solidarietà, attraverso un dialogo tenace con la società locale.
I suoi metodi di lotta non violenta, caratterizzati da approdi concreti, diventano ben presto famosi: dal primo digiuno sul letto di un bambino morto di fame (ottobre 1952), al digiuno “dei mille” di Trappeto (nel 1956), che prelude allo sciopero alla rovescia intrapreso per rendere transitabile una trazzera locale, al conseguente primo arresto che mobiliterà i maggiori intellettuali di sinistra in sua difesa.
L’esperienza del Centro per la piena occupazione (successivamente Centro studi e iniziative) di Partinico, che Dolci fonda con l’aiuto di collaboratori volontari giunti da varie parti d’Italia e dall’estero, è sicuramente una tra quelle più rilevanti di sviluppo di comunità (insieme alle esperienze attivate dal Movimento di Comunità, promosso da Adriano Olivetti) sviluppatesi in Italia nell’immediato dopoguerra. Alla costruzione del progetto comunitario e di pianificazione organica fondata sulla partecipazione e promozione sociale,  iniziati da Dolci nel corso degli anni ’50, collaborano attivamente esponenti di diverse discipline (urbanisti-architetti, sociologi, agronomi, economisti etc.), tra i quali Ludovico Quaroni, Carlo Doglio, Bruno Zevi, Edoardo Caracciolo, Giovanni Michelucci, Lamberto Borghi, Paolo Sylos Labini, Sergio Steve, Giorgio Fuà, Giovanni Haussmann, Carlo Levi, Georges Friedmann, Alfred Sauvy.
All’interno di questa esperienza assume connotati peculiari sia il processo di pianificazione dal basso, che si fonda sul lavoro di gruppo e sull’interazione dialogica, sia la traduzione di obiettivi di sviluppo in azioni concrete, secondo una prospettiva pragmatistica ispirata al pensiero di Dewey. Tra le azioni intraprese con il concorso della popolazione e costanti pressioni, la più rilevante è la costruzione della diga sul fiume Jato, opera fondamentale per la valorizzazione delle risorse agricole locali e di conseguenza per l’avvio del processo di sviluppo dell’area.
Contemporaneamente a questa azione si svolge anche lo sforzo incessante di indagine sul contesto, diretto, da un lato, a denunciare le condizioni di vita della popolazione, le situazioni di spreco di risorse (soprattutto lo spreco di risorse umane), le collusioni tra mafia e sistema politico, l’assenza di una nozione di diritto e di un ambiente realmente democratico, fondamentali per la costruzione di una società civile, dall’altro a individuare le risorse locali da valorizzare per la promozione di un processo di sviluppo endogeno dell’area. Questo ampio lavoro di indagine sta alla base della proposta di pianificazione organica, avanzata dal Centro studi e iniziative, per lo sviluppo dell’area compresa tra le valli del Belice, dello Jato e del Carboi sconvolta dal terremoto del 1967.
Dolci afferma che «per comunicare è necessario che ognuno sia creativo nell’ascoltare-interpretare, così come nell’esprimersi, non solo verbalmente… per questo non può esistere alcuna [vera] comunicazione di massa».
In questa prospettiva assume aspetti peculiari anche il lavoro di indagine, di interpretazione e di comprensione del contesto locale, che si svolge in particolare attraverso il costante dialogo con la società nella forma delle storie di vita. E appunto queste ultime costituiscono la parte più rilevante e significativa delle indagini sul contesto della Sicilia occidentale, raccolte nei libri-inchiesta più noti di Dolci, i quali avranno un’ampia diffusione anche all’estero. Non solo, il metodo dell’autobiografia costituirà un’anticipazione importante destinata ad esercitare una significativa influenza  sugli sviluppi della ricerca sociologica in Italia.
Con la creazione del Centro educativo di Mirto, dall’inizio degli anni ’70, Dolci orienta la propria azione sulla costruzione di un sistema educativo ispirato ai principi dell’attivismo pedagogico, alternativo a quello tradizionale e in questa direzione prosegue la propria esperienza di “valorizzatore” sociale. «Educare un mondo congruo a vivere – come affermerà negli anni ’80 – in cui l’umano uno senta necessario scoprire e attuare un’unità più complessa, forse significa formare laboratori maieutici in cui, valorizzando anche tempi e spazi diversi ognuno possa risultare levatrice ad ognuno… in cui la struttura ambientale condizioni in modo organicamente liberatorio dalle diverse forme di oppressione, ignoranza, ansia, paura, attraverso la continua ricerca».
Sull’importanza fondamentale dell’agire comunicativo inteso come il solo ambito nel quale – come afferma Habermas dialogando con Dolci – «la struttura della nostra personalità, del nostro io, si può evolvere poiché il nostro io interiore più profondo è il prodotto di strutture comunicative», si concentra da diversi anni la riflessione e l’impegno di Dolci.
Al “manifesto” del comunicare quale legge per la vita, che Dolci propone nella seconda metà degli anni ‘80, aderiscono studiosi di diversa formazione tra i quali, oltre ad Habermas, Noam Chomsky, Lamberto Borghi, Paulo Freire, Johan Galtung, Giovanni Michelucci, Paolo Sylos Labini, Carlo Rubbia, Rita Levi Montalcini.

La ragazza di via Maqueda

15 febbraio 2010

Sono ventiquattro i racconti che Dacia Maraini ha raccolto nel suo “La ragazza di via Maqueda”, che vanno da Sogno romano, di due pagine, in cui si rivela il fantasma di Pasolini, al più lungo di tutti, Due o tre cose che so di lei. Un libro diviso in tre sezioni, che poi coincidono con le tre stagioni della vita di Dacia: la Sicilia (la più lunga), Roma e l’Abruzzo.
Si legge nell’introduzione, intitolata Geografia della narrazione: «Vorrebbero essere racconti della curiosità verso il mondo e della gioia di narrare. E della gioia di leggere, naturalmente, e due cose vanno insieme a passo di danza». Ma sono anche, soprattutto nella prima sezione, racconti d’una memoria ostinatamente rivolta a mantenere in vita, attraverso la scrittura, ciò che uno sviluppo senza progresso – per ricordare ancora Pasolini e una delle sue ossessioni – ha cancellato per sempre, come l’incantato giardino dell’«albergo delle Palme» che Maupassant ricorda nel suo viaggio del 1885, protagonista di uno di questi racconti.

Sono state scritte a mano

14 febbraio 2010

Alfonso Berardinelli ha scritto ieri su Avvenire che “la vecchia fiducia moderna nell’«educazione progressiva dell’umanità» non è confermata dai fatti.” E che, anzi, ci sono attività e produzioni che invece di avanzare regrediscono.
Ma davvero l’uso di tecnologie sempre più complicate ci ha reso più intelligenti e felici? Mah… L’informatica pare non avere prodotto grandi capolavori della letteratura in questi ultimi anni.
In fin dei conti la narrativa di Elsa Morante e di Italo Calvino, le poesie di Montale e Zanzotto sono state scritte a mano.

Si può dire che ho sempre scritto…

12 febbraio 2010

La scrittrice spagnola Alicia Giménez-Bartlett dialoga del suo ultimo libro, Il silenzio dei chiostri, e della sua attività letteraria in un veloce botta e risposta con Lella Costa al Salone Internazionale del Libro di Torino (17 maggio 2009). Riporto qui volentieri alcuni passaggi che meritano di essere letti e (magari) riletti.

“Ho cominciato a scrivere molti anni fa. Si può dire che ho sempre scritto, anche quando non sapevo ancora scrivere, perché dettavo i miei racconti a mio padre. Mi sono resa poi conto che scrivere è molto più complesso di quello che può sembrare. È un lavoro appassionante e duro che ti porta spesso a una grande solitudine.”

“Penso che l’ironia sia difficile da accettare. Io tiro fuori la mia ironia solo con le persone che mi piacciono, con cui ho empatia. Se non mi piacciono sto zitta. Ma io sono molto critica e ironica anche con me stessa, non solo quando parlo ma anche quando penso”.

“La chiesa mi affascina perché a volte è molto teatrale. Inoltre mi interessano quelli che vediamo tutti i giorni ma di cui non sappiamo assolutamente nulla, per esempio i barboni. La stessa cosa succede per i conventi: vediamo da fuori segni di vita, come i fornitori che vanno e vengono, ma non sappiamo nulla di quello che succede all’interno”.

Tristan Corbière, la scrittura come specchio

12 febbraio 2010

Il suo nome è lo pseudonimo di Édouard-Joachim Corbière, nato a Morlaix il 18 luglio 1845 e morto, d’artrosi e tisi, il 1 marzo 1875.
Tristan ebbe una vita vagabonda. Si stabilì a Roscoff in una casa di proprietà dei suoi genitori. Gli abitanti del paese lo soprannominarono l’“Ankou”, cioè “lo spettro della morte”, a causa della sua magrezza e della sua andatura dinoccolata. Il poeta, che sognava di essere marinaio, non potrà soddisfare il suo desiderio di imbarcarsi su una nave, ma amerà il mare con passione.
Persona eccentrica lo si troverà vestito da donna o da mendicante, o ancora, nel corso di una visita a Roma, porterà a passeggio al guinzaglio un maiale travestito da vescovo, durante i festeggiamenti del carnevale ai quali assistette il Papa.
La sua musa fu la giovane attrice parigina Armida Josefina Cuchiani, che Corbière ribattezzò “Marcelle”. Sì nutrì delle opere dei maestri del Decadentismo francese, quali Hugo, Baudelaire e Musset.
Pubblica nel 1873, a spese del padre, la sua unica raccolta di poesie, “Les Amours jaunes”, che passa inosservata. Tristan, che non conosce alcun successo nel corso della sua vita, è una scoperta postuma di Verlaine, che gli consacra un capitolo del suo saggio “Les Poètes maudits” (1883). “Les Amours jaunes” si trovano anche ben collocati nella raffinata biblioteca di Des Esseintes, il protagonista di “À Rebours”: la sua presenza nell’opera di Huysmans contribuirà a far conoscere Corbière ad un più vasto pubblico.
La raccolta “Gli amori gialli” ha una forte connotazione di modernità: essendo Corbière di dieci anni più anziano di Rimbaud, ne sembra il precursore, per un certo stile di rottura degli schemi classici. La sua opera poetica è incisiva, saggiamente complessa e stimabile, incomprensibile a tratti nella sua genialità un poco visionaria; si capisce come non abbia avuto il giusto successo ai suoi tempi, così come non lo ebbe il più famoso Rimbaud, entrambi debitori al poeta Verlaine che seppe riconoscere i semi della modernità, sia nell’opera di Rimbaud che in quella di Corbière.
La scrittura, per Corbière, pare uno specchio davanti al quale egli riceve, riflessi, i propri tratti somatici, uno specchio che riflette una realtà interpretata dai sensi dello scrittore, e rimandata al lettore in una sorta di auto-giudizio, qualche volta impietoso, come ad esempio nel già citato testo “Paria” o in “Il rospo”. Il termine “paria” viene attribuito a persone di infima condizione sociale, che vivono nell’isolamento rispetto alla maggioranza (emarginati); egli attribuisce a sé stesso tale termine, ma lo fa evocando, con versi caratteristicamente sincopati e incisivi, una sorta di evangelica positività: “[…] // Il mio pensiero è un soffio arido: / E’ l’aria. L’aria mi appartiene ovunque. / E la mia parola è l’eco vuota / Che non dice niente – ed è tutto. // […]”. In “Il rospo” si identifica con l’omonimo anfibio: “[…] // – Un rospo! – Perché quest’ansia, / […] / Usignolo del fango… – Orrore! – // Buonasera – quel rospo sono io” (pagina 103). Commovente l’affermazione “Usignolo del fango”: se da una parte Corbière pare identificarsi, a causa delle sue condizioni esistenziali contingenti, con il rospo in quanto abitante del fango, dall’altra egli si sente intimamente diverso rispetto a tale rimando visivo, si direbbe l’opposto, un usignolo, essendo questo, in quanto volatile, capace di librarsi liberamente nell’aria e ben lontano dalla fanghiglia, habitat del rospo. Ma egli, probabilmente, riflette nella figura del rospo la visione che pensa che gli altri si siano fatta di lui, in quanto il rospo gracida, mentre l’usignolo ha un canto piacevole e il cui ascolto è auspicabile. Egli è poeta dal canto di un usignolo mentre il mondo intorno lo tiene invisibile a terra disgustosamente gracidante nel fango.
Nel giovane Corbière v’è una sorta di urgenza di scrivere, come se la Gloria, tanto cercata nella scrittura, non attenda il domani; nella poesia egli trova una motivazione di vita e la redenzione dalla miseria, il suo personale riscatto, vi vede la gloria perché è la sua intima vocazione: “[…] // Oh, la primavera! Voglio scrivere! / Passami il mio mozzone di matita / – Il mio mozzone di matita è la mia lira – / E – qua – io mi sento una saetta. // Alla svelta!… Ho visto, nel mio delirio, / Venire a sfamarsi nella mano / La Gloria che voleva darmi una scorsa! / – La Gloria non aspetta domani. – // […] // Avremo soldi a palate / Quando avrò corretto le mie bozze! / – Per vivere, bisogna arrangiar quattrini… // […] // A me la prova d’immortale / Dei grandi poeti che ho letto! // […]”, (tratto da “Un giovane che se ne va”, pagina 87). Ma, ahimé, si sa che la poesia raramente dà il pane quotidiano, e anzi ha lasciato alla fame molti poeti. Soltanto diversi anni dopo la sua morte arrivò la gloria, egli fu riconosciuto e stimato poeta. Come già accennato Verlaine, nel 1883, di lui scrisse: “Tristan Corbière fu Bretone, uomo di mare, e lo sdegnoso per eccellenza, aes triplex. Bretone, cattolico che prova poco la sua fede, ma credente ossessionato; marinaio senza averne la spocchia e soprattutto la sete insaziabile, ma votato furiosamente al mare che solcava solo quand’era in tempesta, incredibilmente focoso sulla più focosa delle cavalle. (Di lui si raccontano prodigi d’imprudenza folle). Incurante del Successo e della Gloria al punto da avere l’aria di sfidare quei due imbecilli, senza mostrargli un briciolo di pietà!
Passiamo sopra l’uomo, che fu grandissimo, e parliamo del Poeta. Come rimatore e come prosodista non ha nulla d’impeccabile, cioè a dire di disgustoso. […] Gli impeccabili, quelli sono… un po’ di tutto. Legno, legno e nient’altro che legno. Corbière era fatto di carne ed ossa, semplicemente”. Bellissima descrizione, ma devo dire che non sono pienamente d’accordo, mi si perdoni la presunzione, su ciò che afferma Verlaine sul fatto che fu “incurante del Successo e della Gloria”, anzi, la sua ansia esistenziale aveva come unica meta e sfogo, a mio avviso, la gloria e il successo, che non significa certo bramosia, ma anzi mi pare che gloria e successo possano essere una possibile conseguenza naturale di uno spirito inquieto e un’intelligenza acuta.
Tristan Corbière è un poeta dalla scrittura decisa, che sa affondare con ironia e determinazione la sua parola nei punti nevralgici della propria esistenza, un poeta che sa guardare a sé stesso con sarcasmo, simpatia e serietà, le cui poesie sono dense di significati esistenziali, assolutamente da leggere a piccole dosi o tutte d’un fiato.