Danilo Dolci

All’inizio degli anni ’50 Danilo Dolci si stabilisce nella Sicilia più misera, dopo l’esperienza presso la comunità di Nomadelfia, a fianco di don Zeno.
Nell’area dei comuni antistanti il Golfo di Castellammare, vicino a Palermo, nel corso degli anni ’50 e ’60, realizza un’efficace opera di intervento sociale per il riscatto delle società locali dalle condizioni di miseria e l’avvio di un’esperienza di sviluppo endogeno volta verso forme di auto-organizzazione. I principi che informano la sua azione sono sostanzialmente quello della nonviolenza attiva – digiuni, scioperi alla rovescia, “pressioni” sociali ecc. – e quello educativo, diretto ad accrescere il tenore di vita della comunità e a incoraggiare lo sviluppo della cooperazione e di azioni di solidarietà, attraverso un dialogo tenace con la società locale.
I suoi metodi di lotta non violenta, caratterizzati da approdi concreti, diventano ben presto famosi: dal primo digiuno sul letto di un bambino morto di fame (ottobre 1952), al digiuno “dei mille” di Trappeto (nel 1956), che prelude allo sciopero alla rovescia intrapreso per rendere transitabile una trazzera locale, al conseguente primo arresto che mobiliterà i maggiori intellettuali di sinistra in sua difesa.
L’esperienza del Centro per la piena occupazione (successivamente Centro studi e iniziative) di Partinico, che Dolci fonda con l’aiuto di collaboratori volontari giunti da varie parti d’Italia e dall’estero, è sicuramente una tra quelle più rilevanti di sviluppo di comunità (insieme alle esperienze attivate dal Movimento di Comunità, promosso da Adriano Olivetti) sviluppatesi in Italia nell’immediato dopoguerra. Alla costruzione del progetto comunitario e di pianificazione organica fondata sulla partecipazione e promozione sociale,  iniziati da Dolci nel corso degli anni ’50, collaborano attivamente esponenti di diverse discipline (urbanisti-architetti, sociologi, agronomi, economisti etc.), tra i quali Ludovico Quaroni, Carlo Doglio, Bruno Zevi, Edoardo Caracciolo, Giovanni Michelucci, Lamberto Borghi, Paolo Sylos Labini, Sergio Steve, Giorgio Fuà, Giovanni Haussmann, Carlo Levi, Georges Friedmann, Alfred Sauvy.
All’interno di questa esperienza assume connotati peculiari sia il processo di pianificazione dal basso, che si fonda sul lavoro di gruppo e sull’interazione dialogica, sia la traduzione di obiettivi di sviluppo in azioni concrete, secondo una prospettiva pragmatistica ispirata al pensiero di Dewey. Tra le azioni intraprese con il concorso della popolazione e costanti pressioni, la più rilevante è la costruzione della diga sul fiume Jato, opera fondamentale per la valorizzazione delle risorse agricole locali e di conseguenza per l’avvio del processo di sviluppo dell’area.
Contemporaneamente a questa azione si svolge anche lo sforzo incessante di indagine sul contesto, diretto, da un lato, a denunciare le condizioni di vita della popolazione, le situazioni di spreco di risorse (soprattutto lo spreco di risorse umane), le collusioni tra mafia e sistema politico, l’assenza di una nozione di diritto e di un ambiente realmente democratico, fondamentali per la costruzione di una società civile, dall’altro a individuare le risorse locali da valorizzare per la promozione di un processo di sviluppo endogeno dell’area. Questo ampio lavoro di indagine sta alla base della proposta di pianificazione organica, avanzata dal Centro studi e iniziative, per lo sviluppo dell’area compresa tra le valli del Belice, dello Jato e del Carboi sconvolta dal terremoto del 1967.
Dolci afferma che «per comunicare è necessario che ognuno sia creativo nell’ascoltare-interpretare, così come nell’esprimersi, non solo verbalmente… per questo non può esistere alcuna [vera] comunicazione di massa».
In questa prospettiva assume aspetti peculiari anche il lavoro di indagine, di interpretazione e di comprensione del contesto locale, che si svolge in particolare attraverso il costante dialogo con la società nella forma delle storie di vita. E appunto queste ultime costituiscono la parte più rilevante e significativa delle indagini sul contesto della Sicilia occidentale, raccolte nei libri-inchiesta più noti di Dolci, i quali avranno un’ampia diffusione anche all’estero. Non solo, il metodo dell’autobiografia costituirà un’anticipazione importante destinata ad esercitare una significativa influenza  sugli sviluppi della ricerca sociologica in Italia.
Con la creazione del Centro educativo di Mirto, dall’inizio degli anni ’70, Dolci orienta la propria azione sulla costruzione di un sistema educativo ispirato ai principi dell’attivismo pedagogico, alternativo a quello tradizionale e in questa direzione prosegue la propria esperienza di “valorizzatore” sociale. «Educare un mondo congruo a vivere – come affermerà negli anni ’80 – in cui l’umano uno senta necessario scoprire e attuare un’unità più complessa, forse significa formare laboratori maieutici in cui, valorizzando anche tempi e spazi diversi ognuno possa risultare levatrice ad ognuno… in cui la struttura ambientale condizioni in modo organicamente liberatorio dalle diverse forme di oppressione, ignoranza, ansia, paura, attraverso la continua ricerca».
Sull’importanza fondamentale dell’agire comunicativo inteso come il solo ambito nel quale – come afferma Habermas dialogando con Dolci – «la struttura della nostra personalità, del nostro io, si può evolvere poiché il nostro io interiore più profondo è il prodotto di strutture comunicative», si concentra da diversi anni la riflessione e l’impegno di Dolci.
Al “manifesto” del comunicare quale legge per la vita, che Dolci propone nella seconda metà degli anni ‘80, aderiscono studiosi di diversa formazione tra i quali, oltre ad Habermas, Noam Chomsky, Lamberto Borghi, Paulo Freire, Johan Galtung, Giovanni Michelucci, Paolo Sylos Labini, Carlo Rubbia, Rita Levi Montalcini.

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Una Risposta to “Danilo Dolci”

  1. alessia Says:

    Segnalo questo sito curato dal saggista Gaetano G. Perlongo: “Danilo Dolci. Fare presto (e bene) perché si muore” – http://www.inventareilfuturo.com

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