Non c’è scrittura senza carta

Chissà quanti dei libri di Pietro Citati non avremmo letto, quanti dei suoi ritratti d’autore non sarebbero mai nati senza il palcoscenico di una destinazione tanto effimera quanto precaria, come i fogli di un giornale?
“Non credo mai di scrivere cose bellissime” si schernisce Citati in un misto di timidezza e autoindulgenza, prima di confessare le molte assenze volontarie dall’ultimo libro. “Faulkner non c’è, Kafka neppure, e nemmeno Proust e Mann… alcune cose che ho scritto non mi piacciono più. I viventi italiani non ci sono per principio: Pasolini narratore allora mi piaceva, ora non più, quindi l’ho tolto. Elsa Morante mi piace, ma su di lei non ho niente di buono. Su Gadda… meraviglioso, ci sono solo tre pezzi, ma ne ho scritto almeno venti”.
Dell’interazione tra libri e giornali la produzione Citati è un modello perfezionato.
“C’è stato un periodo in cui i giornali andavano bene grazie ai libri. Per tre quattro anni hanno addirittura guadagnato attraverso i libri. E’ un paradosso perché i giornalisti hanno sempre disprezzato la letteratura. Ma il Pasticciaccio di Gadda, coi romanzi del Novecento dati in omaggio al giornale, ha venduto 300 mila copie. Mi dica lei se è poco”. Poi però i libri si sono esauriti. E pure il mercato librario si è ridotto. I giornali hanno continuato a vendersi, ma sono in calo, insidiati ogni giorno di più non solo dalla tv, ma da Internet. Eppure, non sono morti, secondo Citati, né moriranno.
“Dovrebbero dare notizie che la tv non dà. Cosa sappiamo, per esempio, della Russia di Putin?
Bisognerebbe raccontarla rispetto a com’era vent’anni fa. Bisogna saper scrivere, però, saper raccontare, mentre i giornali disprezzano la letteratura, come se fossero attività apparentemente rivali. Il giornale di solito raggiunge un pubblico piu vasto e disprezza quelli che hanno un pubblico piu ristretto; un articolo di giornale si scrive in fretta, per scrivere un libro invece ci vuole tantissimo tempo. Raramente i due percorsi si incontrano. Eppure Calvino scrisse ottimi articoli, e come lui Pasolini, e Manganelli, che riusciva a scrivere cose comiche divertentissimi stando in tremila battute. E’ difficile scriver bene stabilendo prima le misure. Un libro non vuole misure: è lui a imporle. Scrivere entro le due tre cartelle è come scegliere un certo ritmo, camminare più svelto o più piano”.

Da un’intervista concessa da Pietro Citati a Marina Valensise (Ottobre 2008)

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Autore: Marco Crestani

La scrittura, quella sì...

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