Archive for marzo 2010

Disegnando, scrivendo e incollando…

31 marzo 2010

C’è chi sul moleskine lavora con matite, penne e altro. Sono fumettisti, illustratori e grafici, chi riesce a prendere appunti e a fissare idee e pensieri sul proprio taccuino disegnando, scrivendo e incollando. Appassionati della parola abbinata all’immagine, ma non solo. Disegno a china, inchiostro, penna e pennarello, matita e carboncino… Con una mina a punta il disegno è rapido e preciso. Con una mina già usata il lavoro è più spontaneo e più libero… La matita carbone più resistente, la mina non è friabile e non sporca le dita. Grazie alla sua resa sottile e minuziosa è possibile schizzare con precisione la prospettiva di un edificio, l’architettura di una stazione ferroviaria o di una cattedrale. Per i piccoli schizzi presi dal “vivo” ed i taccuini da viaggio. È lo strumento indispensabile del “disegnatore viaggiatore” o dell’allievo che segue corsi di schizzo…
Gli sketchbooks sono immediatamente coinvolgenti a differenza spesso di alcune opere d’arte che ti mettono ad “una certa distanza”.
Attaccando pezzi di carta e colorandoli può nascere anche un nuovo modo di scrivere…

Fotografare e scrivere…

30 marzo 2010

Julio Cortàzar scrive che “fra i molti modi di combattere il nulla, uno dei migliori è quello di scattare fotografie, attività che dovrebbe essere insegnata precocemente ai fanciulli, perché richiede disciplina, educazione estetica, buon occhio e dita sicure.”
Fotografare l’azione è scrivere?
La parola fotografia ha origine da due parole greche: φως (phos) e γραφίς (graphis), letteralmente fotografia significa scrivere (grafia) con la luce (fotos).

Immediatezza e la carica dirompente

29 marzo 2010

“La gente parla del tema di una storia come se si trattasse dello spago con cui è legato un sacco di mangime per polli: se riesci ad acchiappare il tema come se fosse il capo giusto dello spago, la storia ti si riverserà addosso e potrai dar da mangiare ai polli. Ma non è questo il modo in cui il significato agisce nella narrativa.

Quando puoi stabilire quale sia il tema di un racconto, scinderlo dalla storia stessa, allora stai pur certo che il racconto non è un granchè. Il significato deve essere incorporato nella storia, calato nel concreto. Il racconto è un modo per dire qualcosa che non può essere detto in nessun altro modo; per trasmetterne in significato, ogni singola parola è indispensabile. Le storie si raccontano perché una serie di considerazioni risulterebbe inadeguata. Se qualcuno ci chiede di cosa tratti una storia, l’unica è rispondergli di leggersela. Nella narrativa il significato non è astratto, ma vissuto, e formulare considerazioni sul significato di una storia serve unicamente ad aiutarci a viverla con maggior pienezza […]

Gli altri non fanno che chiedere: “qual è il tema del suo racconto?”, aspettandosi poi una dichiarazione del tipo: “il tema del mio racconto è la pressione economica della macchina sul ceto medio” ..o assurdità del genere. E quando l’hanno avuta, se ne vanno via contenti, senza più sentire il bisogno di leggerlo.

Alcuni credono che una volta compiuta l’immersione nella storia si risalga al significato, ma per lo scrittore di narrativa l’intera storia è il significato, in quanto esperienza e non astrazione.”

Flannery O’Connor, Scrivere racconti e Natura e scopo della narrativa, in Nel territorio del diavolo, traduzione e cura Ottavio Fatica, Teoria, 1993.

L’analfabetismo funzionale

27 marzo 2010

Un’indagine Ocse (marzo 2009), poi confluito in una relazione dell’Onu, stima intorno al 65% la percentuale di analfabetismo funzionale nella nostra nazione.
L’analfabetismo funzionale va assolutamente distinto dall’analfabetismo propriamente detto. L’analfabeta funzionale è infatti colui che sa leggere, scrivere e far di conto, ma non è in grado di rielaborare queste strumentalità in modo autonomo. L’analfabeta di ritorno, magari, sa anche chi sono i vari Leopardi e Manzoni e cosa hanno scritto, ma posto di fronte ad un testo, neanche troppo complesso, non è assolutamente in grado di capirlo. Molto spesso, l’analfabeta funzionale non è in grado di comprendere neanche un semplice modulo da compilare con i propri dati. E’ come un computer dotato di software sofisticatissimi, che però non può utilizzare fino a quando non riceve il “comando” opportuno. Questo tipo di analfabetismo è pericoloso proprio perché non viene capito: ognuno vive convinto di saper leggere, scrivere e far di conto ed è illuso che questo sia sufficiente per essere autonomo in una società che è invece dominata dalle trappole della nuova comunicazione.

Dipinge le parole sulla carta

25 marzo 2010

“Credo che Sherwood Anderson sia tra i più bravi a giocare con le parole come fossero pietre, o roba da mangiare.
Lui dipinge le parole sulla carta. E sono così semplici che si sentono flussi di luce, porte che si aprono, pareti che luccicano.
Si vedono tappeti, scarpe e dita. Lui ha le parole. Delizioso. Eppure sono come proiettili. Sanno buttarti giù.
Sherwood Anderson ha l’istinto. Hemingway, invece, ce la mette tutta.
Infatti nella sua scrittura si sente la fatica. Anderson sà ridere mentre ti dice qualcosa di serio. Hemingway non sà ridere!
Uno che si alza alle sei del mattino per scrivere non può avere alcun senso dell’ umorismo. Vuole sconfiggere qualche cosa.”

da Il capitano è fuori a pranzo di Charles Bukowski

L’uso dei due punti

24 marzo 2010

E’ corretto usare i due punti in due frasi che si susseguono?
L’Accademia della Crusca risponde che “non c’è nulla che vieti di fare ricorso a questo tipo di soluzione, la quale anzi spesso chiarifica, rendendolo esplicito per via interpuntiva, il rapporto di connessione tra gli enunciati; di solito un rapporto di causalità bidirezionale: vale a dire interpretabile sia in senso progressivo, dalla causa all’effetto, sia regressivo, dall’effetto alla causa, come nella frase Il tempo è sovrano: nulla dura e nulla permane, dove si può leggere ciascuno dei due enunciati tanto come causa che come conseguenza dell’altro.”
Carlo Emilio Gadda fa grande uso dei due punti in sequenze consecutive, in sintonia con una forzatura espressiva della lingua in tutti i suoi aspetti, compreso quello interpuntivo: “All’anulare destro, sulla mano bianca dalle lunghe dita di signore, che gli servivano da scotere la sigaretta, er signorino ci aveva un anello: d’oro vecchio, assai giallo: magnifico: un diaspro sanguigno nel castone; un diaspro ovale con una cifra a matrice.” (da Quer pasticciaccio brutto de via Merulana).
Ma anche scrittori caratterizzati, al contrario, da uno stile molto più minimale, come Silvio D’Arzo, in Casa d’altri, indulgono in simili costruzioni interpuntive: “Qualcosa doveva accadere: qualcosa era già per l’aria, vi dico: e di colpo, senza sapere perché, mi fu più chiaro del sole che tutte quelle sue sciocche domande sul matrimonio e la regola e sui casi speciali e via ancora non erano più che un pretesto: e se io le avevo prese sul serio e mi ci ero per giunta arrabbiato, bene, tanto peggio per me.”

Per Tess (di Raymond Carver)

23 marzo 2010

Giù nello Stretto le onde schiumano,
come dicono qui. Il mare è mosso e meno male
che non sono uscito. Sono contento d’aver pescato
tutto il giorno a Morse Creek, trascinando avanti
e indietro un Daredvil rosso. Non ho preso niente.
Neanche un morso. Ma mi sta bene così. È stato bello!
Avevo con me il temperino di tuo padre e sono stato seguito
per un po’ da una cagnetta che i padroni chiamavano Dixie.
A volte mi sentivo così felice che dovevo smettere
di pescare. A un certo punto mi sono sdraiato sulla sponda
e ho chiuso gli occhi per ascoltare il rumore che faceva l’acqua
e il vento fischiava sulla cima degli alberi, lo stesso vento
che soffia giù nello Stretto, eppure è diverso.
Per un po’ mi son concesso il lusso di immaginare che ero morto
e mi stava bene anche quello, almeno per un paio
di minuti, finché non me ne sono reso conto: Morto.
Mentre me ne stavo lì sdraiato a occhi chiusi,
dopo essermi immaginato come sarebbe stato
se non avessi davvero potuto più rialzarmi, ho pensato a te.
Ho aperto gli occhi e mi sono alzato subito
e son ritornato a essere contento.
È che te ne sono grato, capisci. E te lo volevo dire.

Per Tess racconta una piccola storia e, allo stesso tempo, cattura un momento. Ricordatevi che una poesia non è soltanto un atto di espressione personale. Una poesia o un racconto (…) è un atto di comunicazione tra lo scrittore e il lettore. (…) C’ è sempre l’esigenza di tradurre i propri pensieri e le proprie preoccupazioni più profonde in un linguaggio che li fonda in una forma – narrativa o poetica – nella speranza che il lettore li possa capire e possa provare quelle stesse sensazioni e interessi. Le sensazioni e le intuizioni del lettore accompagnano e integrano sempre un brano letterario. È una cosa inevitabile e anche auspicabile. (…) Credo di essere nel giusto quando penso che quella di essere capito sia una premessa fondamentale da cui qualsiasi buon scrittore deve prendere le mosse o, piuttosto, una meta da prefiggersi.

Anche se, a rigor di termini, Per Tess non è una poesia autobiografica (…), tutte le cose che accadono nella poesia mi erano effettivamente successe a un certo punto della vita, me le ricordavo e le inserii in dettaglio in poesia. Però – e questo è importante – l’emozione che è nella poesia, il sentimento (da non confondere con il sentimentalismo) è autentico in ogni verso ed è reso con un linguaggio chiaro e preciso. Inoltre i particolari della poesia risaltano in maniera vivida e esatta. E anche per quanto riguarda il suo aspetto narrativo, credo che la poesia risulti autentica e convincente (Non sopporto le poesie che per andare avanti fanno ricorso alla retorica o a un linguaggio pseudopoetico, disimpegnato e astratto. Tendo sempre a tenermi a distanza di sicurezza dall’astrazione e dalla retorica, sia in letteratura che nella vita). Raymond Carver