Lettere migranti

L’Africa è ricca di una letteratura orale linfa vitale delle sue culture.
L’oralità è tipica dell’Africa. E’ l’arte di narrare per trasmettere la storia, il sapere, gli usi e costumi, le tradizioni, le regole sociali.
Per lasciare tracce della sua letteratura, l’Africa è stata obbligata a passare dallo stadio orale a quello scritto. Lo stimolo alla letteratura scritta è stato imposto dalla coabitazione con i colonizzatori europei e nella maggioranza dei casi è avvenuto con l’uso delle lingue dei dominatori come l’inglese, il francese, il portoghese. Ancora oggi si parla di letteratura africana anglofona, lusofona e francofona. Chi scriveva in una lingua africana, lo faceva solo per pochi.
In Italia, grazie all’impegno di alcune case editrici, i nomi dei premi nobel Wole Soyinka (Nigeria) e Nadine Gordimer (Sudafrica) oggi non sono più del tutto sconosciuti ai lettori italiani e nemmeno quelli di Chinua Achebe, Ben Okri, Buchi Emecheta, Nuriddin Farah, Mia Couto o di Birago Diop.
Oggi in Italia come frutto inatteso dell’immigrazione, nella letteratura mondiale africana, accanto ad una letteratura anglofona, francofona, lusofona, sta germogliando un’italofona. Anche se mi pare più giusto chiamarla semplicemente come Letteratura italiana della migrazione o ancora lettere migranti. Infatti l’Italia svegliandosi dal suo torpore etnocentrico, si scopre ora paese a crescente fisionomia multiculturale e multietnica.
In quell’incontro-scontro di culture in una civiltà che stenta a declinarsi al plurale, è interessante assistere alla nascita di una nuova espressione: quella di una letteratura scritta in italiano da parte di noi immigrati.
Gli autori, sono argentini, brasiliani, uruguayani, peruviani e dominicani, così come albanesi, rumeni e bosniaci, iraniani, egiziani e siriani ma provengono anche dal Maghreb e dall’Africa nera. Certo non ci sono ancora dei Tahar Ben Jelloum, Salman Rushdie o dei Kureishi, ma è solo una questione di tempo.
La poetessa argentina Clementina Ammendola Sandra definisce così l’esperienza della migrazione: “È come fare passare un’anima da un corpo all’altro”: ed è naturalmente questo parto doloroso, l’argomento privilegiato della prima balbuzie di questa nuova letteratura.
Di questa prima fase, miliari furono le pubblicazioni autobiografiche all’inizio degli anni ‘90 fra cui spiccano “Io venditore di elefanti” (Garzanti, 1990) del senegalese Pap Khouma libro scritto in collaborazione con il giornalista italiano Oreste Pivetta e “La promessa di Hamadi” (De Agostini, 1991) di Saidou Moussa Ba con Mario Fortunato.
Questa narrativa nascente a quattro mani esorcizza l’esperienza dell’immigrazione, la mitizzazione dell’occidente, la solitudine, il sogno di un ritorno impossibile, la nostalgia creando uno spazio virtuale all’incontro e alla conoscenza permettendo di uscire dall’etnocentrismo delle “culture superiori”.
Ma al di là dello sfogo taumaturgico, essa è una letteratura che fotografa nel tempo ed immortala un’Italia al presente, catturando la sua essenza, specchiandola a se stessa con inediti valori sociologici nonché antropologici. I “selvaggi” osservano e giudicano i loro “civilizzatori”.
Qui la lingua italiana è una scelta, anche se il suo uso è dettato da un imperativo di comunicazione, e si presenta come “neutra” rispetto all’inglese, il francese, lo spagnolo o il portoghese che sono state lingue dei colonizzatori.
Purtroppo, ora come ora la letteratura della migrazione attrae solo l’antropologia culturale, la sociologia e la pedagogia interculturale.
Focalizzando l’attenzione solo sugli scrittori migranti dell’Africa subsahariana, scopriamo autori in diverse forme d’espressioni: romanzi-racconti (Jadelin Mabiala Gangbo, Emmanuel Zagbla, Paul Bakolo Ngoi, Kossi Komla-Ebri, Mbacke Gadji, Anty Grah, Modou Gaye, Cristina Ali Farah, Gabriella Ghermandi) poesie (Ndjock Ngana, Ribka Sibhatu, Chidi Uzoma, Ben Amushie), riflessioni saggistiche (Jivis Tegno, Jean Léonard Touadi), antropologiche e filosofiche (Genevieve Makaping, Filomeno Lopes, Pedro Miguel).
Da letteratura autobiografica, nostalgica e “testimoniale”, essa sta evolvendosi verso la creatività in uno spazio d’identità trasversale a cavallo di più culture, più lingue e linguaggi in una sintesi di molteplicità identitaria. Il suo linguaggio ibrido, la sua verve talvolta dissacrante e trasgressiva arricchirà la lingua italiana rivisitata, rielaborata e contaminata, perché distillata in significati diversi tramite vissute sensibilità venute d’altrove.

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