Ritornerà alle stampe?

Dopo la morte di di Richard Yates, nel 1992, tutti i suoi romanzi sono rimasti sugli scaffali ad ammuffire. Questo malgrado sia stato tra i “classici” più amati tra gli scrittori. Andre Dubus, che fu suo allievo ad Iowa, quando ne ha avuto l’occasione, lo ha sempre citato, così come Tobias Wolff, Tennessee Williams, Ann Beattie o Gina Berriault. Richard Ford lo fa chiaramente capire: «Vorrei che si sapesse il mio debito di gratitudine verso i racconti e romanzi di Richard Yates, scrittore troppo poco apprezzato.”
Eppure Yates non riesce ad uscire appieno dal dimenticatoio, non viene ristampato. Forse perché non è un acrobata della parola come Nabokov o un narratore puro come Steven Millhauser. Non è nemmeno un intellettuale o uno scrittore ossessivo come lo sono stati William Gaddis o Harold Brodkey.
In un’epoca che ha visto Pynchon, DeLillo e Rushdie primeggiare nelle classifiche di vendita, Richard Yates si è limitato a scrivere sulla tristezza e la banalità della vita domestica in un linguaggio minimo che richiama poco l’attenzione su di sé.
Il suo stile potrebbe essere definito semplice o tradizionale, convenzionale, senza particolari trucchi estetici. Come scrittore lo si può paragonare a Cechov o forse Fitzgerald, ma senza il talento poetico di Fitzgerald. Come un cronista della vita americana mainstream dal 1930 alla fine degli anni ’60, è pari solo a John Cheever.
Il suo primo romanzo, Revolutionary Road (1961), quando uscì, fu un successo immediato. Attualmente è stato rispolverato e ristampato perché è stato fatto il film con Leonardo DiCaprio e Kate Winslet. In Italia viene stampato per i tipi di Minimim Fax con la traduzione di Adriana dell’Orto.
I suoi libri (anche gli altri titoli) meriterebbero, però, di essere più letti, soprattutto oggi.

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