Archive for giugno 2010

Calvino e Fellini

30 giugno 2010

Italo Calvino scrive nel 1974 la prefazione al libro Quattro Film di Federico Fellini. Il maestro di Rimini gli chiede quindi di scrivere l’Autobiografia di uno spettatore e Calvino racconta la sua esperienza e il suo rapporto con il cinema.

“E’ questa la magia del cinema di Fellini, dove “è il fuori che invade lo schermo, il buio della sala che si rovescia nel cono di luce. […] il film di Fellini è cinema rovesciato, macchina da proiezione che ingoia la platea e macchia da presa che volta le spalle al set”.

“il cinema della distanza che aveva nutrito la nostra giovinezza è capovolto definitivamente nel cinema della vicinanza assoluta. […] Il film di cui ci illudevamo d’essere solo spettatori è la storia della nostra vita”.

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Sono un gran bugiardo

26 giugno 2010

“L’emozione assoluta, da brivido, da estasi, la provo di fronte al teatro vuoto: un mondo da rifare con la luce”.
“Le cose più reali, per me, sono quelle che ho inventato”.
Così parla Federico Fellini in Sono un gran bugiardo, il film documentario di Damian Pettigrew dedicato al grande regista di Rimini.
Fellini è il sorprendente interprete di questo film costruito soprattutto con le interviste rilasciate nel 1993 poco prima della morte e girate dallo stesso Pettigrew. L’appellativo bugiardo fa parte solo del titolo perché è tanta la sincerità con cui Fellini si apre accompagnandosi a tanti estratti di suoi film, a materiale inedito in cui lo vediamo impegnato dietro la cinepresa, a interviste a collaboratori e non, il tutto con il sottofondo delle stupende musiche di Nino Rota e con il rumore del vento sempre presente che si insinua anche oltre le immagini tipicamente felliniane.
L’ormai anziano e saggio regista è davvero se stesso davanti alla macchina da presa e pare voglia renderci partecipi di un mistero antico: quello dell’arte e della sua ambiguità.
Le testimonianze di Roberto Benigni (La voce della luna, 1990) di Terence Stamp (Toby Dammit, 1967) e ancora di Donald Sutherland (Il Casanova di Federico Fellini, 1967), contrapposte alla rappresentazione che Fellini traccia di sé, sono una sorta di quadro di luci e ombre tanto simile agli schizzi, ai bozzetti e alle caricature cui il regista era legato. Si aggiungano gli interventi dell’amico Titta Benzi, del pittore Rinaldo Geleng, dello sceneggiatore Tullio Pinelli, del cameraman Giuseppe Rotunno, di Dante Ferretti e di Italo Calvino, che in breve ci illumina sul rapporto tra arte e menzogna.
Un film fluido composto con un veloce montaggio di flash e battute, che mette a confronto paesaggi girati da Fellini agli stessi ripresi, dopo tanti anni, da Pettigrew.

Intertestualità per capire

14 giugno 2010

Col termine “intertestualità” Julia Kristeva introduce nel linguaggio critico una vera novità che non sta tanto nel termine in sé, ma nel nuovo modo di guardare e di concepire la letteratura. Siamo nel 1967 e l’ambiente è quello nouvelle critique.
Julia Kristeva porta avanti l’idea della metalinguistica di Bakhtin, dicendo che ogni testo è fatto di un mosaico dinamico di citazioni. I testi, così come interpretati dalla Kristeva, fanno parte di una semiotica della cultura che abbraccia tutte le manifestazioni culturali nei vari processi interattivi.

Infinite Jest, tour de force tentacolare

13 giugno 2010

Mi ci sono voluti cinque mesi per terminare Infinite Jest e alla fine mi sono reso conto di aver letto quattro o cinque libri. Forse perché è un romanzo vasto e tentacolare che sembra essere lì a sfidarti solo per il suo peso (la versione Einaudi conta 1179 pagine scritte in corpo minuscolo, più altre 100 di note e aggiunte al testo) o perché è complesso e pretende impegno oltre che ritmo. Oppure perché è il libro di un sogno che annulla ogni regola di fiction e leggerlo è come versare del mercurio sul pavimento.
Scritto nella prima metà degli anni 1990, coglie con chiarezza l’importanza della tecnologia per la vita quotidiana. Un futuro tecnologico in cui la tecnologia di rete non sembra però mai unire le persone.
Collocato in un futuro in cui i tragicomici progressi della tecnologia e gli irreali sviluppi della politica non hanno cambiano certe difficoltà tipiche dei sentimenti e dei rapporti umani, questo secondo spropositato romanzo dallo spirito dark consacra David Foster Wallace tra i grandi della narrativa americana degli ultimi decenni. Colpendo soprattutto per la complessità linguistica e la sperimentazione stilistica. Oltre che per la complessità delle sue trame barocche e per l’umorismo sorprendente ricco di riferimenti culturali, Una strana massa labirintica, un intreccio di minutissime linee che tratta di tossicodipendenza e recupero, di intrattenimento popolare e di tennis. Forse il romanzo più innovativo in lingua inglese dopo l’Ulisse di James Joyce.
Leggendolo si resta sorpresi, sconcertati, stupefatti, sbalorditi, incuriositi, sconvolti, ci si rinfresca intellettualmente, si viene provocati, sfidati, decisamente stimolati… Perché Foster Wallace è un virtuoso e la creatività è una sua costante.
Infinite Jest è davvero un enorme groviglio e un sacco di storie separate, ma mai del tutto convergenti. Wallace salta da trama a trama, ma anche avanti e indietro nel tempo in ogni capitolo. E’ un romanzo splendido paragonabile a una scultura incompiuta di Michelangelo.
Ogni pagina è divertente e piena di fatti interessanti, di osservazioni, di intuizioni. Il linguaggio è molto erudito e senz’altro affascinante. Non è mai pedante, è una sorta di divertente, eccentrico gioco di parole.
Infinite Jest è un libro sul tennis come espressione figurata dei processi di competizione che governano le nostre vite nelle società industrializzate; è un libro sulla Dipendenza (sull’America come la terra delle dipendenze), scomposta in ogni sua forma e variante; è un libro su una società basata sul divertimento, in cui il termine party viene adoperato quasi fosse un verbo e in cui l’Intrattenimento è l’obiettivo primario. Un mondo di persone totalmente dedite al divertimento che, anche se vivessero tutta la loro vita nel dolore, non potrebbero mai rinunciare nemmeno a un secondo di piacere. E’ un libro sulla pubblicità, dove il messaggio pubblicitario si è intrufolato dappertutto nella vita di tutti i giorni, persino gli anni sono “sponsorizzati” e hanno il nome di un prodotto. E’ un libro sul terrorismo insurrezionalista del Quebec e sui drammatici contraccolpi della nostra aberrante produzione di spreco, di rifiuti, di immondizia, sul disastro ecologico, ambientale, umano. E’ un libro sulla tristezza per una mancanza di senso o di scopo, che emerge anche momenti più divertenti del romanzo; è un libro che conquista con una potenza creativa sconfinata e libera con pagine di “profonda e lucida tristezza” (Jonathan Franzen, dalla quarta di copertina dell’edizione Einaudi).
Il problema principale di Infinite Jest è forse l’eccesso. E’ davvero troppo. Troppo storia, troppi personaggi, troppo testo.
E’ chiaro che Wallace quando lo ha scritto aveva in mente un fine teorico-estetico, ma tutto poteva essere realizzato in meno di duecento pagine? E’ intenzionale, certo, ma è necessario? E’ utile?
Infinite Jest è un lavoro impressionante, non c’è dubbio su questo. Non è una narrazione convenzionale e si nota come Wallace si diverta con la scrittura e certe sue intuizioni sono notevoli.

Che cos’è un autore?

6 giugno 2010

Chi è l’autore ? Chi se ne importa.
“Che importa chi parla, qualcuno ha detto, che importa chi parla”, diceva Samuel Beckett.
“Si può immaginare una cultura dove i discorsi circolerebbero e sarebbero ricevuti senza che la funzione-autore apparisse mai. Tutti i discorsi, qualunque sia il loro statuto, la loro forma, il loro valore e qualunque sia il trattamento che si fa loro subire, si svolgerebbero nell’anonimato del mormorio. Non si ascolterebbero più le domande così a lungo proposte: ‘Chi ha realmente parlato? È veramente lui e nessun altro? Con quale autenticità o con quale originalità E che cosa ha espresso dal più profondo si se stesso nel suo discorso?’ Ma altre come queste: ‘Quali sono i modi di esistenza di questo discorso? Da dove viene tenuto, come può circolare e chi può appropriarsene? Quali sono le ubicazione predisposte per dei soggetti possibili? Chi può riempire queste diverse funzioni del soggetto?’ E dietro a tutte queste domande non si capterebbe altro che il rumore di un’indifferenza: ‘Cosa importa chi parla?'” (Che cos’è un autore? di Michel Foucault, 1969)

Orson Welles, un genio poco compreso

1 giugno 2010

Orson Welles è stato un grande regista, nonché attore, autore e giornalista televisivo, spesso descritto come un genio, ma poco apprezzato nel suo tempo.
La fioritura del suo genio è avvenuta all’inizio di carriera (forse troppo presto) e ha trascorso la maggior parte della sua vita probabilmente sprecando il suo notevole talento, anche se fu molto apprezzato per il suo lavoro in radio e a teatro.
Non ha mai giocato secondo le regole di Hollywood e Hollywood gli ha voltato le spalle. Solo negli ultimi decenni gli è stato riconosciuto il suo vero valore di autentico visionario del cinema.
È fuori questione che il sofisticato e classico Quarto potere, suo primo tentativo come regista, sia un capolavoro. Il film ha avuto un’enorme influenza sui registi dal 1950 ad oggi ed è probabilmente il film più famoso al mondo per narrazione e tecniche sperimentali, per innovazioni cinematografiche nella fotografia, nel montaggio e nel suono.
Il film, che allora ebbe un budget di 800 mila dollari, ricevette unanime apprezzamento della critica anche quando uscì, ma non fu un successo commerciale fino a quando fu riproposto dopo la seconda guerra mondiale trovando il meritato (ma ritardato) riconoscimento in Europa.
Quando ci fu la proiezione di anteprima, quasi tutti i presenti si resero conto di aver visto un grande film, tranne Hedda Hopper, gossip columnist di punta a quei tempi. Lei odiava il film e lo definì “un irresponsabile e violento attacco a un grande uomo.” L’uomo in questione era il magnate della stampa William Randolph Hearst, che ispirò il personaggio del cinico editore Charles Foster Kane.
Hearst fece di tutto per boicottarlo cercando anche di acquistarne la pellicola per bruciarla. Usò tutto il suo potere mediatico e scatenanò una violenta campagna di stampa contro il film, invitando tutti a non andarlo a vedere e chiedendone pubblicamente la censura.