Archive for dicembre 2010

Una meravigliosa collezione racconti

27 dicembre 2010

“Natasha” segna il debutto letterario di David Bezmozgis, nato a Riga, in Lettonia, ma emigrato in Canada (nell’esodo degli ebrei sovietici) con la sua famiglia quando aveva sei anni.
La sua è una scrittura invitante e calda che ricorda Babel, Roth, Saul Bellow. Eppure Bezmozgis, con dolorosa onestà, rende i personaggi di queste su storie irresistibilmente originali.
“Natasha” è una meravigliosa collezione di sette racconti autobiografici in parte relativa a una famiglia di immigrati ebrei lettoni a Toronto nei primi anni ’80.
Roman Berman, il patriarca, è un ex allenatore sovietico che aspira a un posto di massaggiatore in Canada. Suo figlio Mark fa la prima elementare e cresce nel corso delle sette storie (è però un osservatore, non un protagonista) affrontando la dolorosa integrazione nella cultura americana del Nord.
Come Gogol, Bezmozgis è ben consapevole dei difetti dei suoi personaggi e scrive con compassione ricordandoci come la bellezza sia spesso nascosta nell’imperfezione umana.
Sono racconti che uniscono malinconia e speranza e ci spiegano con uno stile asciutto e sobrio che cosa significa crescere in un mondo in continuo cambiamento.
Un esordio effervescente che descrive insicurezze e solitudini, una storia familiare abbagliante, divertente, esuberante, incantevolmente comica.

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Sento la penna che graffia…

9 dicembre 2010

“Ho scoperto che scrivere romanzi è una esperienza totalizzante sia a livello fisico che mentale e devo scrivere ogni giorno per mantenere il ritmo, per tenermi concentrato…
Se mi capita di andare via per due settimane, mi ci vuole una buona settimana per recuperare il ritmo e il tempo perduto.
La scrittura per me è soprattutto fisica. Ho sempre la sensazione che le parole escono dal mio corpo, non solo dalla mia mente.
Scrivo a mano, sento la penna che graffia sulla pagina le parole.
Posso anche sentirle le parole da scrivere. Quindi gran parte dello sforzo per me è costruire frasi catturandole in tutta quella musica che sento dentro la mia testa.
Di lavoro ce ne vuole tanto. E’ necessario scrivere e riscrivere per ottenere quella musica esattamente come si desidera che sia.
La musica è una forza fisica. Non solo si scrivono libri fisicamente, ma anche si leggono fisicamente. C’è qualcosa nei ritmi del linguaggio che corrisponde ai ritmi del nostro corpo…”

(libera traduzione da un colloquio di Paul Auster con Jonathan Lethem, febbraio 2005).

Tutti i viventi

6 dicembre 2010

La scrittura di C.E. Morgan, così profonda e riflessiva, è stata paragonata a quella di John Steinbeck, Flannery O’Connor, ma anche a Marilynne Robinson (perché affronta la questione della fede) per restare tra i contemporanei.
Il suo modo di scrivere è davvero qualcosa di speciale e con “Tutti i viventi“, ha dimostrato una profondità e una sensibilità ricca di intuizioni che raramente si riscontrano in un romanziere all’esordio.
Le sue descrizioni sono così vivide e coinvolgenti che il lettore può davvero quasi sentire l’odore dell’aria umida e soffocante e vedere i campi solcati del profondo Sud degli Stati Uniti.
C.E. Morgan non pensa alla propria scrittura come a un lavoro, ma come a una vocazione e, tra le righe, il profumo del talento si sente (la combinazione di rigore intellettuale, intelligenza emotiva, ingegno formale e bellezza del testo è davvero interessante).
E’ nata trentatrè anni fa a Cincinnati, vive attualmente a Berea nel Kentucky e ha studiato musica presso il Berea College e teologia ad Harvard.
“Tutti i viventi” (edito da Einaudi) è un libro straordinariamente ben scritto. Una storia di dolore e di amore estenuanti, un romanzo lirico e commovente sul risveglio delle emozioni in una giovane donna, una meditazione sull’amore e sulla vita che ha la qualità senza tempo di una parabola.
Un debutto incantevole, una nuova e importante voce.

In Absurdistan…

4 dicembre 2010

Gary Shteyngart (all’anagrafe Igor Shteyngart, classe 1972) è oggi uno scrittore americano nato a Leningrado in Unione Sovietica (che egli chiama “St. Leningrado” o “St. Leninsburg”).
In Russia ha trascorso i primi sette anni della sua infanzia. Proviene da una famiglia ebrea e descrive la sua famiglia come tipicamente sovietica. Suo padre lavorava come ingegnere in una fabbrica di macchine fotografiche, sua madre era una pianista. E’ emigrato negli Stati Uniti nel 1979 ed è cresciuto senza televisione parlando sempre russo. Per questo ha conservato, fino all’età di quattordici anni, il suo forte accento russo.
E’ un tipo piuttosto eccentrico, decisamente originale. Si è laureato presso l’Oberlin College in Ohio e ha conseguito un MFA in scrittura creativa. Durante i primi anni ’90 ha lavorato come scrittore per varie organizzazioni non-profit di New York.
Vive nel Lower East Side di Manhattan e attualmente insegna scrittura creativa alla Columbia University e a Princeton.
Shteyngart eccelle a evocare e giustapporre le differenze di cultura e di luogo. La sua è una scrittura esilarante e satirica e dimostra di avere intuizioni davvero acute a proposito della politica mondiale, in particolare dell’attuale clima negli States.
In Absurdistan, il protagonista Misha Vainberg, è il figlio “in carne” di uno degli uomini più ricchi della Russia post-sovietica che, dopo aver vissuto per dodici anni nel Midwest e a New York City, si considera un assolutamente un americano nel corpo di un russo.
Le sue passioni sono il cibo e l’alcol, ma anche il rap e tutto quello che fa rima con New York, la città che ha dovuto abbandonare a causa del comportamento violento del padre.
Misha arriverà rocambolescamente in uno stato strampalato come l’Absurdistan, ma vuole scappare presto da questo suo esilio, lontano dai suoi amati States. Quando sta per ottenere un passaporto belga per darsi alla fuga, in Absurdistan scoppia una guerra civile e a Misha toccherà diventare Ministro degli affari interculturali e scontrarsi con un mondo in cui avere una vita conforme alla media pare inattuabile.
Nonostante la sua vocazione storica, “Absurdistan” può essere considerato più un romanzo di satira politica e culturale che uno scritto fantasioso di geopolitica.
Se non fosse uno scrittore Shteyngart vorrebbe essere un urbanista perché dice di amare le città più di ogni altra cosa ed è affascinato dal modo in cui sono messe insieme. E’ inoltre convinto che umorismo e pathos possono coesistere in una singola pagina, persino in una sola frase.
In un’intervista recente ha detto di aver scritto i suoi romanzi quasi interamente sdraiato sul letto o sul divano con i piedi sul tavolino da caffè.

Una storia senza tempo

3 dicembre 2010

Non c’è dubbio che Graham Greene sia stato una figura importante nella letteratura del XX° secolo per le opere teatrali, le sceneggiature, i saggi e le critiche, così come per i thriller. Greene ha creato indimenticabili personaggi ed è stato probabilmente l’autore più volte “nominato” al Nobel, anche se non lo ha mai vinto.
Il nostro agente all’Avana” del 1958 per me è stato un’autentica sorpresa. Mi ha completamente spiazzato perché è un burlesco racconto di spionaggio e intrighi (ma anche un’arguta parodia della vita) davvero ben scritto, in rapido movimento e con dei personaggi molto umani. Una satira sui servizi d’informazione in generale e sui servizi segreti inglesi in particolare. Una storia senza tempo che potrebbe anche avere successo al giorno d’oggi.
Greene, nonostante il tono divertente, riesce comunque a dire alcune cose importanti sulle varie classi sociali di Cuba, sulla Chiesa cattolica e sull’assurdità delle relazioni internazionali.
L’eroe della storia è Jim Wormold, un venditore di aspirapolvere divorziato e a corto di denaro nella Cuba prima di Fidel Castro.
Sua figlia Milly di diciassette anni sta crescendo in fretta e ha bisogno di continue “sovvenzioni”. Così, quando il servizio segreto britannico lo recluta, inventa un intero mondo fatto di agenti segreti e intrighi internazionali solamente per mantenere il suo lavoro e aumentare il flusso di contanti.
Tutto ad un tratto, però, le bugie che ha inventato sembrano cadere come un castello di carte e la trama si infittisce, muovendosi a un ritmo vertiginoso.
La cosa strana è che agli occhi del lettore, che lo conosce meglio, Wormold è meno importante come agente dei servizi segreti e vale di più come essere umano.
Ero totalmente coinvolto mentre lo leggevo che mi sono ritrovato, a volte, a ridere ad alta voce.