Archive for gennaio 2011

… e gridava: L’America

31 gennaio 2011

“Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire… Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi… Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte… magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni… alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva.
Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava: L’America.”

(Alessandro Baricco, da “Novecento“)

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Timbuctú

28 gennaio 2011

Come Paul Auster si svegliò una mattina da sogni inquieti e si trovò trasformato in un cane… sembrerebbe (ma non lo è) l’incipit giusto per un racconto come “Timbuctú“, una storia apparentemente semplice narrata dal punto di vista di un cane.
Auster è conosciuto come uno scrittore a cui piace sperimentare, mettersi in gioco. Forse per questo è uno degli autori più originali e meno prevedibili.
Chi ama la sua scrittura liscia come la seta riconoscerà in “Timbuctú” alcuni temi familiari come la natura della solitudine e della memoria, il padre perduto e il figlio abbandonato, il confronto tra l’individuo e il vuoto…
Una storia che vale la pena leggere.
William Gurevitch è un poeta geniale che non ha successo e vive a Brooklyn con la madre (un immigrato polacco, come lo erano i genitori di Paul Auster). Quando sua madre muore, William perde tutti i suoi averi e finisce sulla strada col suo cane, Mr. Bones. Come Don Chisciotte e Sancho Panza, viaggiano in tutto il paese vivendo avventure di ogni genere. Il libro inizia appunto con l’ultima, ovvero il viaggio fino a Baltimora per trovare Bea Swanson, l’amata professoressa di liceo di William.
“E’ tutto quello che ho sognato, Mr. Bones. Migliorare il mondo. Portare un po’ di bellezza negli angoli grigi e monotoni dell’anima. Ci puoi riuscire con un tostapane, ci puoi riuscire con una poesia, o tendendo la mano a uno sconosciuto. Non importa la forma. Ecco, lasciare un mondo un po’ migliore di come l’hai trovato. E’ la cosa più bella che possa fare un uomo.”
William, che si sente vicino alla morte, sogna di dare le sue poesie a Bea e soprattutto vuole convincerla a trovare una nuova casa per Mr. Bones.
Il suo sogno però non si realizzerà e Mr. Bones dovrà cominciare una nuova vita senza il suo amato padrone, maestro e amico.

Che tu sia per me il coltello

26 gennaio 2011

Non c’è gioia paragonabile alla lettura di un romanzo di David Grossman perché la sua scrittura esalta alla perfezione la qualità sublime della parola.
“Che tu sia per me il coltello” è una strana ed emozionante storia d’amore tra un uomo e una donna che non si sono mai realmente incontrati. E’ un capogiro, un viaggio mozzafiato negli angoli più oscuri dell’animo umano, un romanzo che solleva gravi interrogativi.
Il goffo Yair, venditore di libri rari, vede una bella donna, Miriam, che non conosce e si sente in dovere di scriverle suggerendole una relazione basata solo sulla corrispondenza. Lei accetta l’offerta e da questo momento in poi tra i due inizia una relazione intensa.
Yair si dedica a questo rapporto non realistico e Miriam fa lo stesso.
Inizia così tra i due una storia di parole, una corrispondenza che diventa un doloroso scambio di segreti.
“Mi stringerai ancora più forte e mi bacerai con tutta l’anima, così facendo, riversassi in me tutto quello che è racchiuso e celato in te, che si aprirà e si svelerà nel mio corpo, piano piano, finché tutto si scioglierà.”
Grossman scende a spirale nella psiche di un uomo e di una donna in modo appassionato e lo fa con una scrittura densa, impegnativa, ricca di momenti di grande poesia e inventiva che però può anche diventare difficile e oscura (tanto che alcuni passaggi chiedono di essere riletti).

L’inverno di Ann Beattie

19 gennaio 2011

Gelide scene d’inverno” è uno di quei libri difficili da descrivere. L’ho letto più volte, ma ci trovo delle cose nuove ogni volta che lo riprendo in mano.
Ann Beattie ha descritto nei suoi libri un intero spaccato della società americana e lo ha fatto con ironia trattando della confusione e della disillusione di un’intera generazione, quella tra i ’60 e i ’70.
I personaggi della Beattie sono persone intelligenti e istruite le cui vite sono immerse nella delusione e in un vago senso di disperazione in cui la fanno da padrone relazioni fallite, nostalgia per il passato e incapacità di conciliare idealismo giovanile con le esigenze della vita adulta.
Ann Beattie, tra i migliori scrittori di racconti della sua generazione, è stata definita una minimalista, ma secondo il mio punto di vista questa è un’etichetta troppo riduttiva.
Il suo modo di scrivere, come quello di Raymond Carver, è semplice, ricco di humour e ogni dettaglio è spesso osservato nei particolari.
Come Carver non giudica ed è distaccata dai personaggi e dalle loro azioni, ma in “Gelide scene d’inverno” (che la Beattie sostiene di aver scritto in tre settimane e oggi è forse il suo lavoro più noto) ha uno stile molto realistico e riesce a rendere i suoi personaggi davvero “umani”.
Nel 1979 il romanzo è stato adattato in un film di Joan Micklin Silver con John Heard e Mary Beth Hurt, ma ha avuto un’accoglienza tiepida per un lieto fine insoddisfacente. Nel 1982 è stato rifatto col titolo del romanzo e con un finale che corrispondeva al libro ed è stato un successo.

Zeitoun per capire

7 gennaio 2011

Quando l’uragano Katrina colpisce New Orleans, Abdulrahman Zeitoun, un ricco siriano-americano (è nato a Jebleh, sulla costa mediterranea della Siria) padre di quattro figli, sceglie di rimanere per proteggere la sua casa e i suoi affari mentre la sua famiglia ha deciso di lasciare la città per precauzione. Nei giorni successivi viaggia per le strade allagate con una canoa di seconda mano, aiutando chi può. Kathy, la moglie lo implora di lasciare la città per lei e per i suoi quattro figli, ma lui dice di no, qui hanno più bisogno. Un giorno la Guardia Nazionale lo accusa di essere un saccheggiatore e lo mette in prigione. La storia cambia improvvisamente e da un’avventura umana diventa un dramma socio-politico raccapricciante.
Una settimana dopo, il 6 settembre 2005, Zeitoun scompare improvvisamente.
Dave Eggers (che ha una laurea in giornalismo presso l’Università dell’Illinois) ci ha messo tre anni a scrivere questo libro per raccontare la storia il più chiaramente e oggettivamente possibile, ma ne è sicuramente valsa la pena. Forse perché è una storia che si racconta da sola, un libro che ha fuso e combinato elementi di memorie, di storia orale e finzione.
Anche se Eggers non è stato un diretto testimone della devastazione dell’uragano Katrina, egli coglie l’esperienza attraverso gli occhi di Zeitoun e si avvicina con tenerezza al cuore del dramma. Ci dice che cosa la gente pensava e come si sentiva, ma non giudica, consentendo al lettore di trarre le proprie conclusioni.
In “Zeitoun” Eggers esplora le radici di Abdulrahman Zeitoun in Siria, il suo matrimonio con Kathy – un’americana convertita all’Islam – e dei loro figli, e cerca di capire che cosa gli è successo e come è stato possibile.
“Zeitoun” è la storia vera di gente comune alle prese con circostanze straordinarie. Una storia raccontata con l’abilità di un maestro della narrativa. Una storia terribile che lascia il lettore ribollente di rabbia per tutte le ingiustizie che vi si verificano. Una lettura emotivamente difficile, ma importante.
Con questo libro Eggers traccia un ritratto indelebile di gestione delle crisi dell’era-Bush, imbottigliando, meglio di chiunque altro, la sensazione di disperazione che si è realmente respirata nel dopo-Katrina.
“Zeitoun” è una storia avvincente e sorprendente che mette in luce la bellezza della natura multi-culturale della società americana. Una grande opera ricca di fuoco e spirito, un instant classic scolpito con eloquenza feroce e una inquietante sensibilità morale.