Timbuctú

Come Paul Auster si svegliò una mattina da sogni inquieti e si trovò trasformato in un cane… sembrerebbe (ma non lo è) l’incipit giusto per un racconto come “Timbuctú“, una storia apparentemente semplice narrata dal punto di vista di un cane.
Auster è conosciuto come uno scrittore a cui piace sperimentare, mettersi in gioco. Forse per questo è uno degli autori più originali e meno prevedibili.
Chi ama la sua scrittura liscia come la seta riconoscerà in “Timbuctú” alcuni temi familiari come la natura della solitudine e della memoria, il padre perduto e il figlio abbandonato, il confronto tra l’individuo e il vuoto…
Una storia che vale la pena leggere.
William Gurevitch è un poeta geniale che non ha successo e vive a Brooklyn con la madre (un immigrato polacco, come lo erano i genitori di Paul Auster). Quando sua madre muore, William perde tutti i suoi averi e finisce sulla strada col suo cane, Mr. Bones. Come Don Chisciotte e Sancho Panza, viaggiano in tutto il paese vivendo avventure di ogni genere. Il libro inizia appunto con l’ultima, ovvero il viaggio fino a Baltimora per trovare Bea Swanson, l’amata professoressa di liceo di William.
“E’ tutto quello che ho sognato, Mr. Bones. Migliorare il mondo. Portare un po’ di bellezza negli angoli grigi e monotoni dell’anima. Ci puoi riuscire con un tostapane, ci puoi riuscire con una poesia, o tendendo la mano a uno sconosciuto. Non importa la forma. Ecco, lasciare un mondo un po’ migliore di come l’hai trovato. E’ la cosa più bella che possa fare un uomo.”
William, che si sente vicino alla morte, sogna di dare le sue poesie a Bea e soprattutto vuole convincerla a trovare una nuova casa per Mr. Bones.
Il suo sogno però non si realizzerà e Mr. Bones dovrà cominciare una nuova vita senza il suo amato padrone, maestro e amico.

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