Archive for marzo 2011

Correva il 1927…

30 marzo 2011

Avevo dodici anni la prima volta che camminai sulle acque.
A insegnarmi il trucco fu l’uomo vestito di nero e non sarebbe da me far finta di aver imparato nel giro di una notte. Maestro Yehudi, che mi aveva trovato quando di anni ne avevo solo nove, ero orfano e vagavo per le strade di Saint Louis mendicando spiccioli, mi aveva addestrato per tre anni di seguito prima di lasciarmi esibire i miei numeri in pubblico. Correva il 1927, l’anno di Baby Ruth e di Charles Lindbergh, proprio l’anno in cui la notte incominciò a calare sul mondo una volta per tutte. Tenni duro fino a pochi giorni prima del crollo d’ottobre, e quel che facevo era più strabiliante di qualsiasi fantastica impresa dei due galantuomini appena nominati. Vale a dire, ciò che nessun americano aveva fatto prima e ciò che da allora più nessuno ha fatto.

Paul Auster, Mr. Vertigo

Con Mr. Vertigo Paul Auster rivela ancora una volta il suo notevole talento per una scrittura chiara, luminosa, illuminata, splendente, cristallina, pulita.
La capacità di Auster nel confondere il confine tra fantasia e realtà ha portato a storie originali, atipiche, rare, assolutamente preziose.

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In quel mondo senza luce

29 marzo 2011

“Così io penso, per averlo imparato a mie spese, che la vita è una cosa molto più limitata di quanto credano coloro che si trovano presi dal turbine dell’esistenza. La luce viene ad illuminare le azioni della vita per un periodo di tempo limitato e brevissimo. Per qualche decina di secondi soltanto, forse. Passati i quali se ne va, e se uno non è riuscito ad afferrare la rivelazione che gli veniva offerta in quel momento, non avrà una seconda opportunità. E dovrà vivere il resto dei suoi anni in profonda solitudine, in un rimpianto senza speranza. In quel mondo senza luce non potrà più sperare di ricevere nulla. Tutto ciò che gli resterà in mano sarà solo la carcassa effimera di ciò che avrebbe dovuto esserci.”

Haruki Murakami, da L’uccello che girava le viti del mondo.

Nella scrittura di Haruki Murakami le culture si fondono e certe situazioni sono apparentemente incoerenti, contraddittorie, assurde, illogiche, discordanti. Eventi inspiegabili confondono, disorientano, turbano. Persone scompaiono o trasformano i mondi intorno a loro. Il risultato è un atmosfera da sogno che si fonde con il mistero, l’evento inspiegabile, il fatto incomprensibile.

Ognuno di noi ha la propria “no man’s land”

28 marzo 2011

Fin dai primi anni della mia giovinezza pensavo che ognuno di noi ha la propria “no man’s land”, in cui si è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. (…) Semplicemente, l’uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un’ora al giorno, o una sera alla settimana, o un giorno al mese: vive di questa sua vita libera e segreta da una sera (o da un giorno)all’altra, e queste ore hanno una loro continuità. Queste ore possono aggiungere qualcosa alla vita visibile dell’uomo, oppure avere un loro significato del tutto autonomo; possono essere felicità, necessità, abitudine, ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la “linea generale” dell’esistenza. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto o ne viene privato da circostanze esterne, un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non s’è mai incontrato con sè stesso, e c’è qualcosa di malinconico in questo pensiero. Mi fanno pena le persone che sono sole unicamente nella stanza da bagno, e in nessun altro tempo e luogo. (…) In questa “no man’s land”, dove l’uomo vive nella libertà e nel mistero, possono accadere strane cose, si possono incontrare esseri simili, si può leggere e capire un libro con particolare intensità, o ascoltare musica in modo anch’esso inconsueto, oppure nel silenzio e nella solitudine può nascere il pensiero che in seguito ti cambierà la vita, che ti porterà alla rovina o alla salvezza. Forse in questa “no man’s land” gli uomini piangono, o bevono, o ricordano cose che nessuno conosce, o osservano i propri piedi scalzi (…) non lo so, e non lo voglio sapere.

Nina Berberova
(dal libro Il giunco mormorante)

Il giunco mormorante è il racconto di un amore che non c’è più. Di un amore salvaguardato e difeso nella no man’s land, in quella nostra zona libera e segreta, ovattata, impercettibile, inavvertibile che dimora in ognuno di noi.

Tutto il mondo è qui

27 marzo 2011

Mentre si muoveva appena dentro il suo bel cappotto nero, pensava che dopotutto la vita fosse un dono, che uno dei pregi dell’invecchiare fosse la consapevolezza che molti momenti non erano soltanto momenti, ma doni. E come era bello, davvero, che la gente facesse festa con tanto ardore in quel periodo dell’anno. Non importava che cosa la vita riservasse loro, […] nonostante tutto si sentivano spinti a fare festa perché in qualche modo sapevano, ciascuno alla sua maniera, che la vita era un dono da festeggiare.

Elizabeth Strout
(dal libro Olive Kitteridge)

Elizabeth Strout fa parte di una generazione di scrittori americani che, per fortuna, continuano a scrivere coinvolgente e appassionante letteratura.
Olive Kitteridge è stato definito “un romanzo di racconti” perché ognuno dei tredici racconti che lo compone è indipendente rispetto all’altro (la sua struttura è insolita, ma il messaggio è penetrante).
Leggetene uno a caso e avrete una fotografia istantanea della vita costiera del New England nei dettagli attraverso un particolare e ricercato gioco di luci e ombre (combinato con sentimento struggente e poetico).
Tuttavia, per ottenere il pieno impatto emotivo del libro sarebbe meglio leggere l’intero mosaico dall’inizio alla fine perché ogni storia aggiunge sempre nuovi e inattesi livelli per una migliore comprensione.
Ai margini del continente la cittadina di Crosby nello stato del Maine può sembrare nulla, un puntino miniscolo e insignificante, ma visto attraverso gli occhi di Olive Kitteridge è, in sostanza, tutto il mondo in cui si vive il grande dramma umano della gelosia, del desiderio, della disperazione, dell’attesa, della speranza e dell’amore.
Una città che sembra come tante, ma che in realtà è molto più vicina a noi di quanto sembri a una prima lettura.
Olive, un insegnante di matematica in pensione, è una persona complessa che raramente approva e spesso commisera i cambiamenti che avvengono nella sua piccola città e nel mondo in generale, ma che non sempre riconosce le piccole e grandi trasformazioni nelle persone intorno a lei.
Dovrà affrontare gli eventi di petto e sarà portata, a volte dolorosamente, ma sempre con spietata onestà, a una più profonda comprensione di sé e della sua stessa vita.
Un libro, Olive Kitteridge, che testimonia il mistero dell’umanità e ci fa domandare perché facciamo quello che facciamo, ma anche perché la conoscenza di noi stessi è troppo spesso deformata e carente. Oppure perché ognuno di noi è fondamentalmente incapace di guardarsi dentro.

Galleggiare attraverso la vita

26 marzo 2011

Michele Lupo è uno scrittore avveduto con uno sguardo pungente, acuto, intelligente, ma anche intenso, affilato, penetrante.
Mi ha decisamente colpito L’onda sulla pellicola, il suo romanzo d’esordio (Besa, 2004) incentrato sulla figura di Livio Viola, un uomo multiforme dei nostri tempi, libertino impenitente, che affronta il presente in una ricerca che lo porterà a prendere atto dell’incoerenza e delle stravaganze dell’esistenza, forse del senso stesso di una società che è la copia in carta carbone di quella attuale.
Un avvincente e graffiante romanzo che ha al centro delle proprie vicende la scuola e il precariato, la superficialità e il narcisismo, la spudoratezza e la miseria intellettuale. In un crescendo di elucubrazioni taglienti e di avventure picaresche dall’incessante e alacre movimento.
Un libro da leggere, insomma.

Ho intrattenuto una breve chiacchierata virtuale con Michele Lupo e intendo condividerla coi lettori di Libereditor’s Blog.

(L.B. sta per Libereditor’s Blog, M.L. per Michele Lupo)

(L.B.) : Il protagonista, Livio Viola, sceglie di non scegliere e così facendo mantiene sempre aperte tante possibilità… E’ un libertino dei nostri giorni per cui il futuro non c’è, un Don Giovanni infantile e prepotente che passa da una donna all’altra senza legarsi a nessuna (anche se il suo cambiar donne rischia di cadere nella temuta e inevitabile noia degli eventi).
C’è qualcosa in Livio Viola dell’esuberante Augie March di Saul Bellow…

(M.L.): Già qualcun altro, recensendo L’onda sulla pellicola, ha parlato del libro da lei citato, ma debbo dire che se Bellow è stato per il mio romanzo un modello imprescindibile, è successo per via di Herzog, soprattutto. Almeno, così pensavo, avendolo amato molto più di Augie March.

(L.B.): L’onda sulla pellicola può essere definito un affresco dell’egoismo e dell’individualismo feroce che caratterizza la nostra società attuale. Ma è solo una visione pessimistica e cinica?

(M.L.): Non saprei. Il bisogno di Livio Viola, il protagonista del romanzo, di cercare il fondo delle cose, non può essere appagato. Deve fare il viaggio sino alla fine per capire che, con Kafka, dietro una maschera c’è solo un’altra maschera. Questo non è estraneo al fatto che si lasci andare a una vita di piaceri immediati e molto ego-riferiti. La stessa rabbia di fondo non trova sbocchi che non siano estemporanei. In un’ottica sociale, teniamo conto che il romanzo è ambientato a metà degli anni Novanta, inizi del Berlusconi politico: Viola vede bene cosa significa. Quasi vent’anni dopo non è facile dargli torto.

(L.B.): Solo Malerba non si fa impressionare dal professor Viola… Chi o che cosa rappresenta la proprietaria del diplomificio con la sua odiosa sfrontatezza?

(M.L.): L’italiano nella sua specie peggiore, dominante in questi anni. La scuola che gestisce è un microcosmo esemplare del nostro paese. Denaro che può tutto contro le regole, corruzione, sfrontatezza e volgarità da arricchiti e disprezzo del sapere. Viola è a suo modo un mascalzone, ma di tutt’altro genere – da punto di vista civile, non del tutto italiano. Della nostra antropologia culturale invece condivide la teatralità, talché vive come se fosse sempre in scena. Non è tanto che la signora Malerba non si lasci impressionare, è abbastanza intelligente da capire quanto lo sia lui, ma il principio economico nella sua vita è tutto: uno come Livio Viola non le serve.

(L.B.): Ma perché il cinema e la scrittura non riescono a indurre un tipo come Viola a riflettere e a reagire?

(M.L.): Riflettere riflette eccome. Non progetta, non crede nel futuro, un po’ perché l’erotizzazione della vita lo trattiene sempre nel qui e ora, un po’ perché storicamente il clima e le concrete possibilità materiali favoriscono il disincanto che a lui per temperamento viene già facile di suo.

(L.B.): Posso chiederle come è nato nella sua mente un racconto come Congedo dell’ultima sua raccolta I Fuoriusciti?

(M.L.): La genealogia di un racconto a volte può essere molto complessa. In sintesi, come spesso mi accade, due nuclei narrativi, due immagini, due ipotesi di storie si sono incrociate. C’era questa donna, una poetessa, che non ne poteva più della recita del mondo, e non trovava più nella lingua un rifugio, un rimedio. E c’era un uomo che invece non riusciva a togliersela dalla testa. A questo mondo, ognuno sragiona a modo suo.

Tutti noi siamo di fronte alla Sto­ria

26 marzo 2011

Signore, siamo tutti di fronte alla storia. Io sono un uomo di pace, di idee. Inorridito dall’umiliante povertà del mio popolo, che pure vive in una terra ricca, angosciato per la sua emarginazione politica e per lo strangolamento economico di cui è vittima, indignato per la devastazione del suo territorio, che ne è il patrimonio fondamentale, deciso a preservarne il diritto non solo alla vita, ma a una vita decente, e determinato a introdurre in questo Paese un sistema equo e democratico che protegga tutti i gruppi etnici e ci permetta di partecipare a giusto titolo alla civiltà umana, ho investito le mie risorse intellettuali e materiali, tutta la mia vita, in una causa in cui credo ciecamente e per la quale non posso accettare ricatti o intimidazioni. Malgrado le traversie e le prove che dovrò affrontare insieme a coloro che intraprenderanno con me questo viaggio, non nutro alcun dubbio sul fatto che alla fine ce la faremo. Né la prigionia, né la morte potranno impedire la nostra vittoria.

Queste sono le parole (che non non gli per­mis­ero di leggere) con cui Ken Saro-Wiwa tenta di costru­ire la pro­pria difesa al processo che in Nigeria lo condannerà a morte.

Ken Saro-Wiwa si è battuto per i diritti degli Ogoni, il suo popolo. L’arma che ha usato è stata la parola. Una parola forte che è stata capace di unire le persone e smascherare le ipocrisie. I suoi discorsi e la notorietà tra la gente lo hanno reso bersaglio principale del governo militare nigeriano che ne ha decretato la morte. Fisica.

Storia della terra e storia spirituale

26 marzo 2011

Nell’analizzare la storia evita di essere profondo perchè spesso le cause sono proprio superficiali.

Ralph Waldo Emerson aveva due concezioni della storia: la storia della terra (condizionata da fatti e dati) e la storia spirituale.

Il tempo dissolve nell’etere scintillante la solida angolarità dei fatti. Non esistono ancore, funi o steccati capaci di mantenere un fatto come un fatto. Babilonia, Troia, Tiro, la Palestina e anche l’antica Roma stanno già trasformandosi in storie fantastiche. Il Giardino dell’Eden, il sole fermo davanti a Gedeone, sono da allora poesia per tutte le nazioni. A chi interessano i nudi fatti, quando ne abbiamo fatto una costellazione celeste, un segno immortale.