Oltre gli stereotipi

Libereditor’s Blog ha intervistato Giovanni Nebuloni, scrittore intelligente dalla vivida immaginazione e dalla prosa cinematografica elettrizzante.
Di lui ci ha colpito l’uso originale del dialogo frapposto all’azione, le sperimentazioni linguistico-narrative e la vibrante ricerca spirituale del divino.
Giovanni Nebuloni  ha da poco pubblicato il suo quarto romanzo (che potete trovare qui) e ci ha gentilmente concesso quest’intervista.

(L.B.): Dopo “La polvere eterna”, “Il disco di Nebra” e “Fiume di luce”, è uscito da poco tempo “Dio a perdere”, il suo quarto romanzo pubblicato.
Se dovesse scegliere un termine o un aggettivo per descrivere questo suo ultimo libro quale utilizzerebbe? E perché?

(G.N.): Sarebbe “nuovo”, per l’attuale letteratura e non soltanto italiana.
Nei miei romanzi c’è un respiro internazionale proprio del villaggio globale. Vado decisamente oltre gli stereotipi, le ricorrenti classificazioni di moda, per esempio “garbato” e “brillante”, in quanto la vita non sempre è cortese o vivace e spigliata. Esistono Marcel Proust, Thomas Mann o Italo Calvino, ma anche, allo stesso livello come “scultore” del mondo, Dashiell Hammett, Raymond Chandler, Lawrence Durrell, Henry Miller o Charles Bukowski.
Intendo la letteratura assimilabile alla scultura: il materiale c’è già, presente nell’autore, il quale deve dare soltanto una forma al blocco di marmo che a una prima scorsa è il suo essere.
Il mio stile è personalissimo. Con riferimenti alla pittura, la mia scrittura è più espressionista che impressionista. Cerca anche di avvicinare la letteratura al linguaggio cinematografico e vorrei che per il lettore la pagina diventasse “una videata da leggere” – non solo mediante dispositivi digitali –, uno “schermo di carta” che però si possa piegare fisicamente.
Le mie storie sono sempre nuove e il messaggio non è mai banale. Non parlano della trita, desueta condizione della donna o, perché no, dell’uomo, del solito serial killer variamente mascherato, di uno stucchevole rapporto fra persone, del drago e delle ninfe. Le innovazioni stilistiche, ponderate e in costante evoluzione, sono numerose: dalla forma dei dialoghi – a volte spontanea, senza interventi da parte mia, proprio come avviene in un film –, alle descrizioni scorrevolissime, all’assenza di time-out o pesi morti.
Negli ultimi dieci anni, il mio unico punto di riferimento è stato Michael Crichton, fino al romanzo “Preda”.
Nel presente, guardo al futuro prossimo e personalmente vi sono già immerso. Credo che nell’era dell’immagine, le narrazioni molto estese, i “mattoni”, non abbiano più senso. L’autore conosce vita, morte e miracoli dei suoi personaggi e devono bastare poche righe per descrivere il vissuto di un personaggio. Non si deve tediare e depistare il lettore. Come in un film, il personaggio si delinea anche attraverso le sue parole. La mia scrittura è il risultato di azioni di sintesi ed è il futuro imminente – per me realtà già attuale – della letteratura.

(L.B.): Quanto è stato difficile scrivere una storia così particolare come “Dio a perdere”? Che cosa lo ha spinto a scriverlo?

(G.N.): Potrei rispondere che per me la difficoltà non è scrivere, quanto invece farsi conoscere per ciò che si è.
Comunque, l’espressione per me meno immediata del lavoro di romanziere è la resa dei personaggi, che devono essere “ripresi” come da una telecamera, un mezzo che s’addentra però anche nell’interiorità, dentro la psiche. Cosa d’altro canto difficile da rendere nel cinema, se non con tecniche particolari e questo è un vantaggio della letteratura rispetto al film. Nei miei personaggi, cerco di immedesimarmi, come fa un attore alla Strasberg o Stanislavskij con le parole del copione. Da questo punto di vista credo d’essere un buon attore, ma anche uno sceneggiatore e un regista. Nella pagina scritta o sullo schermo scritto, cioè, si può paragonare l’attore allo stile della scrittura e lo sceneggiatore e il regista alla trama.
Ho avuto l’idea di “Dio a perdere” semplicemente osservando ciò che si può visitare della grotta di Lascaux.

(L.B.): Parlando di lei come scrittore quando e perché ha iniziato a scrivere?

(G.N.): Io non sono uno “scrittore”, non ancora, almeno. Scrittore è colui che riesce a manifestare un mondo a sé stante, che esiste di per sé. Lo scrittore è una persona che ha un’esaustiva visione del mondo accettata universalmente. In Italia, nei giorni nostri non ci sono scrittori in questo senso, cioè scrittori come coloro che ho nominato o tanti altri: Yukio Mishima, Gide, Hemingway, Sciascia, Deledda, Quasimodo, Montale, Faulkner, Steinbeck, Bellow, Joseph Roth o Philip Roth, Norman Mailer, Capote, Dostojevskji, eccetera.
Io mi definisco un romanziere e, forse con apparente contraddizione nei termini, mi ritengo “un artista artigiano”.
Ho iniziato a scrivere a diciassette anni perché credevo, credo ancora, d’avere qualche storia da raccontare. Perché vorrei dare qualcosa agli altri e anche per scoprire qualcosa: sono il solo esponente della “fact-finding writing”, la scrittura conoscitiva. Questa corrente letteraria, in due parole, considera che in modo documentabile e magari riproducibile non scopriremo mai la risposta alla domanda “perché siamo qui su questa terra?”. Non ha risposto la filosofia e non risponderà la fisica, la matematica o altre scienze e io credo che un piccolo tassello potrà fornirlo la letteratura. Come fece Edgar Allan Poe il quale, senza disporre di un radio telescopio e del back-ground odierno, scoprì perché il cielo notturno è nero.

(L.B.): Che cosa secondo lei rende una grande storia?

(G.N.): La novità, appunto.

(L.B.): In una giornata quanto tempo dedica di solito alla scrittura?

(G.N.): Negli ultimi dieci anni, una media di sei ore al giorno.

(L.B.): In questo momento ha in cantiere qualcos’altro? Magari un nuovo romanzo?

(G.N.): Due romanzi. Ne sto ultimando un altro, ne ho iniziato un altro ancora e le storie, i messaggi sono sempre nuovi e diversi.

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Ci saranno momenti di confusione e momenti di desiderio

(…) Ci saranno momenti di confusione e momenti di desiderio, e altri in cui la mia solitudine verrà alleviata solo dalle lacrime che, come uccellini bagnati, cadranno ad ammorbidire le mie labbra aride. Ma ci sarà consolazione e ci sarà bellezza, come l’amore di qualche fanciulla morta. Ci saranno risate soffocate e la quieta attesa della notte e una tenue paura dell’abbraccio avvolgente e derisorio della morte. E la notte verrà, e con essa i dolci oli delle mie marine, versati su di me da chi ho abbandonato per inseguire i sogni della mia gioventù. (…)

(John Fante, da “Chiedi alla polvere”)

La primavera dell’editoria elettronica

Libereditor’s Blog ha intervistato Damiano Mazzotti autore del saggio Libero pensiero e liberi pensatori (ed. Ibiskos Risolo, 2009). E’ stata un’occasione importante per capire e imparare qualcosa in più sulla nuova editoria e sul fenomeno nascente degli ebook (all’ultima Buchmesse di Francoforte il vero protagonista è stato proprio il libro digitale).
All’ultimo Salone del Libro di Torino si è detto che entro la fine del 2010 l’ebook arriverà a coprire l’1,5% del catalogo dei titoli e l’8-9% delle novità. L’abitudine a leggere su schermi digitali si è più o meno triplicata in tre anni e oggi è ad appannaggio di quasi due milioni di italiani, di età superiore ai 14 anni.
Una rivoluzione in atto?

L. B.Gli studenti di oggi hanno spesso bisogno di stimoli che la carta non può dare. Sono abituati a vedere immagini in movimento e a sentire suoni forse perché “vivono” in un mondo multimediale che la carta non può riprodurre. Può esser questa una ragione dello scarso appeal della scuola vista come un ambiente vecchio e poco stimolante?

D. M. – Indubbiamente ai nuovi occhi delle menti multimediali le scuole italiane sembrano vecchi musei. E la situazione non è molto diversa per molte università. Questo problema è legato alla presenza di insegnanti anziani e poco aggiornati, che a loro tempo sono stati educati all’antica. Per cambiare veramente le cose occorre prepensionare molti insegnanti come hanno fatto in Germania.

L. B.L’ebook a scuola può davvero determinare un cambiamento strutturale?

D. M. – L’ebook può migliorare la situazione e risvegliare molte menti assopite, ma la cosa fondamentale è un buon insegnamento della lingua inglese, che è la principale porta di accesso alla conoscenza e alla scienza. Dovremmo fare come in Olanda e in Svezia dove si insegna l’inglese come prima lingua (naturalmente è meglio utilizzare docenti madrelingua fin dalla scuola primaria). Del resto la lingua italiana si può imparare benissimo nella vita quotidiana. Si dovrebbe studiare meno letteratura e si dovrebbero leggere più quotidiani, riviste, saggi (con libera scelta dei ragazzi).

L. B.Quasi ogni giorno appaiono articoli su giornali e riviste riguardo nuovi dispositivi di lettura e la richiesta, in costante crescita, di ebook da parte del mondo editoriale. Per gli ebook è un momento fortunato e sembra venga visto come una nuova opportunità di consumo e di diffusione di testo. È  stato più volte scritto che in questo contesto le università hanno un ruolo importante in quanto l’ebook è un modo di pubblicare che può garantire aggiornamenti rapidi e integrati con supporti multimediali, eliminando diversi problemi tra cui, per esempio, quello della ristampa. Lei cosa ne pensa?

D. M. – Almeno in Italia e in gran parte dell’Europa, lo sviluppo del settore editoriale digitale è stato sopravvalutato. Per ora si può dire che gli Stati Uniti sono il paese più innovativo e che i francesi sono i migliori lettori e perciò sono i cittadini più predisposti ad ogni tipo di sperimentazione. Però le università di tutti i paesi dovrebbero essere le prime organizzazioni a investire nel digitale: qui ci sono tutte le risorse umane in grado sviluppare le potenzialità multimediali, qui si lavora meglio in gruppo e l’editoria universitaria è uno dei settori dove si può iniziare a guadagnare prima e meglio.

L. B.Molti contenuti sono già – o in un prossimo futuro saranno solo – fruibili come ebook o in altre forme digitali. Quello che fino a pochi anni fa sembrava un affare quasi esclusivo delle biblioteche universitarie o specialistiche, può oggi rappresentare anche una notevole opportunità per le biblioteche pubbliche. Quali conseguenze può avere questo sviluppo per le biblioteche pubbliche malgrado le restrizioni nei budget e la riduzione del personale? Come si prospetta il futuro di questo mercato dell’ebook e quali cambiamenti sono prevedibili nel modo di leggere degli utenti?

D. M. – Il settore delle biblioteche pubbliche avrà degli esiti imprevedibili dovuti ai vari problemi legati ai diritti d’autore. Però si può prevedere una trasformazione delle biblioteche in centri multimediali, in centri di formazione, in “centri congressi” e in piazze virtuali, che daranno la possibilità di prendere a prestito libri, musica, film, documentari e seminari, direttamente da casa. Le biblioteche dovranno instaurare un rapporto più diretto con gli autori e gli editori. I bibliotecari potrebbero intervistare gli scrittori via e-mail, anche su richiesta dei lettori, oppure potrebbero organizzare il classico “incontro ravvicinato del terzo tipo” e registrare videointerviste da linkare.

L. B. Molto del futuro dei libri dipenderà dal formato che assumeranno. La scelta del carattere tipografico in un libro elettronico deve secondo lei essere un elemento per rispettare l’autore e il suo contenuto?

D. M. – All’EbookLabItalia di Rimini gli esperti del settore dicono di si. Però la questione del carattere tipografico riguarda principalmente l’identità di una casa editrice o di una collana editoriale. Nelle pubblicazioni digitali è meglio privilegiare la leggibilità e la scorrevolezza delle parole e delle frasi, per non appesantire la “nuova” attività dei lettori, magari non abituali. Lo stile dell’autore è più legato alla forma letteraria, ai contenuti e al contesto delle sue “esternazioni”.

L. B.Quest’anno self-publishing è in aumento. A gennaio ci sono stati 18 libri della categoria self-publishing tra le top 50 best seller di Kindle Store. Quando potrà accadere con libri italiani?

D. M. – Come sempre l’Italia sarà in ritardo anche in questo settore. Prevedo un ritardo situato tra i due e i cinque anni. Quindi fra tre anni è probabile  che ci sarà almeno un best seller di uno scrittore italiano autoprodotto tra i primi 20 ebook delle varie classifiche settimanali.

L. B. Il self-publishing può rappresentare linfa vitale e sperimentazione per gli editori?

D. M. – Sicuramente è un’occasione a buon mercato per fare scouting: basta monitorare il web. Però occorrono ragazze e ragazzi giovani, tecnologici, “indisciplinati” e multidisciplinari, da sguinzagliare in piena libertà senza vincoli legati ai vecchi gusti letterari degli editor più vecchi.

L. B.Quale potrà essere il ruolo dell’editore in un quadro in cui il valore di ogni singola copia viene drasticamente abbattuto?

D. M. – Probabilmente gli editori più piccoli e accorti inizieranno a “spigolare”, cioè a vendere poche decine di libri di migliaia di scrittori. Verranno scelti molti scrittori tra le nuove promesse e molti altri tra gli scrittori più affermati di tutte le nazioni del mondo. Inoltre gli ebook e i “videolibri”  saranno più o meno costosi, più numerosi, più o meno complessi, per cui vincerà chi imparerà l’arte di ottimizzare. Per questo motivo verremo colonizzati da molto case editrici straniere più esperte, più potenti e meno prepotenti, poiché ad oggi esistono pochissimi responsabili editoriali italiani con reali capacità manageriali. Inoltre i nostri editori continuano a scegliere i loro autori sulla base delle simpatie personali, della visibilità mediatica e delle amicizie degli scrittori.

Il (vasto e articolato) pensiero femminista

Appartenere al sesso femminile, nascere donne piuttosto che uomini, significa trovarsi al mondo in una posizione di inferiorità, oppressione e svantaggio“, constatava Mary Wollstonecraft, filosofa e scrittrice inglese, alla fine del Settecento.
Nata all’interno della svolta illuministica dell’Occidente, la complessa vicenda di movimento e di pensiero che (per brevità) chiamiamo oggi femminismo inizia da questo problema e cresce per più di due secoli, andando a incrociare la storia politica dell’Occidente stesso (se non del pianeta) e tutte le discipline del sapere.
Il pensiero femminista ha oltrepassato il secondo secolo di vita ed è vasto e articolato quanto i saperi e le politiche della modernità. Già chiamarlo femminista, riunendo sotto un unico termine posizioni diverse e addirittura conflittuali, rappresenta un problema. Attualmente (ovvero al culmine di una fase che ha visto il pensiero femminista espandersi come elaborazione teorica che adotta gli stili più raffinati e specialistici del dibattito filosofico contemporaneo) questo dilemma è ancora più evidente. Basti pensare alle difficoltà del linguaggio che caratterizzano le varie posizioni.
Nel femminismo inglese, per esempio, è comunemente adottata la distinzione tra sex e gender. Il termine sesso indica il fenomeno biologico della differenza tra uomini e donne; genere indica invece la costruzione culturale che definisce l’uomo e la donna, ossia il maschile e il femminile.
Nel pensiero femminista italiano domina invece l’espressione differenza sessuale, che proviene dalla lingua francese di Luce Irigaray (filosofa e psicoanalista vicina al movimento delle donne) e indica sia il dato biologico che l’ordine simbolico, sia il corpo che il suo immaginario, sottintendendo alla loro inscindibilità.
Ciò che è vero per ogni interprete di una teoria è quindi soprattutto vero per la teoria femminista. Presentare, discutere, interpretare il pensiero femminista da un punto di vista “oggettivo” prendendone le distanze è dunque praticamente impossibile.

Colore, forma, struttura, lucentezza

AS Byatt può essere definita una scrittrice geniale tanto che viene spesso “accusata” (i suoi detrattori dicono che potrebbe essere il santo patrono dei topi di biblioteca) di essere troppo intelligente avendo vasti interessi letterari e scientifici.
Forse proprio perché è interessata a come le cose appaiono… Oppure perché nei suoi racconti il colore, la forma, la struttura e la lucentezza (ma anche la composizione chimica) delle cose sono descritte amorevolmente nei loro dettagli (da sembrare così vivide e incise che sembra di vederle)…
Il suo interesse verso il linguaggio immaginativo si riflette soprattutto nella natura camaleontica della sua narrazione (sempre impeccabile) e infatti la sua varietà stilistica è ampia come la quantità di argomenti che affronta.
I suoi libri pullulano di personaggi e idee, contengono una moltitudine di allusioni che vanno dalla teoria letteraria alla tradizione delle fiabe di molti paesi, fino alla letteratura di periodi diversi come il Medioevo e il XIX secolo. Può però anche scrivere della vita di formiche, della classificazione di farfalle o di falene, della teoria darwiniana dell’evoluzione…
La Byatt ha una notevole sensibilità ironica non solo per gli eccessi del gergo letterario del ventesimo secolo, ma anche per il verso e gli stili di prosa del XIX secolo.
Leggendola attentamente (attenzione: non è facile…) ci si accorge che mima stili e generi diversi e si capisce come la sua opera contenga una moltitudine straordinaria di voci.
Qualcuno di voi è riuscito a farsi “contaminare” dai suoi testi?

Un’idea nella testa di chi scrive

Si può davvero dipingere un quadro con le parole secondo Ray Bradbury.
Intervistato da Sam Weller (The Art of Fiction No. 203, the Paris Review), Ray Bradbury dice che le idee lo entusiasmano e non appena è preso da una qualche strana idea di scrittura l’adrenalina comincia a tormentarlo.
La fantascienza è un’idea che c’è nella testa di chi scrive, dice. Un’idea che prima di essere messa su carta ancora non esiste. Un’idea che presto potrà cambiare tutto per tutti e nulla sarà più come prima.
Non appena si ha un’idea che può cambiare anche una piccola parte del mondo si scrive di fantascienza. Infatti la fantascienza è l’arte del possibile, mai dell’impossibile.
I libri di fantascienza possono ispirare i bambini a diventare scienziati o ingegneri, oppure semplicemente ispirarli a fare qualcosa di interessante con le loro vite. Perché è una lettura che può aiutarli a liberare l’immaginazione e può ispirare sogni positivi di progresso o di avventura.

A proposito di Justin Taylor

Dice Justin Taylor (che ha appena pubblicato “The Gospel of Anarchy“, il suo romanzo d’esordio, “un maestro della fotografia moderna” secondo il Los Angeles Times) in un’intervista a The Paris Review che una delle cose più difficili da fare quando si scrive un romanzo è capirne la struttura. Per il resto bisogna avere fiducia nell’istinto, aggiungiamo noi.
Durante la stesura del suo romanzo, Taylor è passato attraverso molte versioni tutte diverse fra loro.
Flannery O’Connor per lui è stata un modello di scrittura, ma anche DeLillo lo ha parecchio influenzato.
In “The Gospel of Anarchy” Justin Taylor esplora i confini tra religione e politica, fede e fanatismo, desiderio e bisogno descrivendo in modo affascinante cosa succede quando questi confini vengono violati. Lo aspettiamo nella traduzione italiana.