Archive for aprile 2011

In viaggio da Venezia ad Auschwitz

30 aprile 2011

Ho compiuto il viaggio da Venezia ad Auschwitz nell’estate del 1995, cinquant’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, con mezzi volutamente poveri, a piedi, in autobus, in autostop, in treno. Intendevo guadagnarmi un ritardo rispetto alla mèta che avevo scelto. Chiesi a due miei amici, Plinio Perilli e Eusebio Ciccotti, di venire con me perché volevo uscire dall’individualismo tipico dello scrittore. Si tratta di un’esigenza che ho sentito anche in fase di elaborazione creativa, nel momento in cui, tornando a casa, ho provato a mettere mano agli appunti presi durante il percorso. E’ stato in quella fase che il libro, tassello dopo tassello, ha preso corpo come un mosaico, attraverso il confronto tra la mia singola voce e le centinaia di cronache che avevo letto: dai testi famosi di Primo Levi e Robert Antelme, alle testimonianze di Améry, Semprun, Wiesel, Borowski e moltissimi altri, compresi i grandi cronisti del gulag, da Gustaw Herling a Aleksandr Solzenicyn. Come se avessi fatto il viaggio idealmente mano nella mano insieme a ognuno di loro, ho filtrato la sensibilità dei protagonisti diretti con la mia, di uomo in cammino anche dentro se stesso. Quello che avevo scoperto, avanzando fra l’Austria, la Slovacchia e la Polonia, non riguardava una sola persona, ma chiamava in causa tutti noi, come cittadini appartenenti alla generazione dei reduci di pace, per l’appunto, i nati dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

Eraldo Affinati, da un’intervista a Beppe Mariano.

Chi decide è il lettore

29 aprile 2011

Joseph Conrad disse a un amico: «Che notizia meravigliosamente buona che proprio tu apprezzi il mio libro, perché si scrive soltanto una metà del libro, dell’altra metà se ne deve occupare il lettore.»
Questo aneddoto è raccontato da Olof Lagercrantz nel libro L’arte di leggere e scrivere.

Disciplina e regolarità…

29 aprile 2011

Anthony Trollope in piena epoca vittoriana scriveva romanzi gigamentali e li stampava poi con stupefacente regolarità. Scriveva per due ore e mezzo tutte le mattine prima di recarsi al lavoro. Se allo scoccare delle due ore e mezzo era a metà di una frase la lasciava incompleta fino al mattino dopo. Questa era la regola.
In totale Trollope ha scritto quarantasette romanzi, oltre alle varie biografie, alle guide di viaggio, ai bozzetti e ai racconti. Una carriera che è riuscito a conciliare benissimo con un lavoro a tempo pieno presso il General Post Office.
Era estremamente disciplinato e ha sempre scritto con metodo un certo numero di parole al giorno prendendosi raramente delle pause dalla scrittura.
Scriveva anche durante numerosi i viaggi che faceva e ha sempre iniziato un nuovo libro appena ne finiva uno.
Nella sua autobiografia scrisse che uno scrittore dovrebbe essere completamente assorbito nella vita dei propri personaggi e doveva considerarli come delle persone reali.

Tempi di lavorazione*

29 aprile 2011

Joseph Heller ha impiegato 10 anni per scrivere Catch-22.
Tom Wolf ha impiegato 10 anni per scrivere A Man In Full.
Gustav Flaubert ha impiegato tre giorni per scrivere otto frasi di Madame Bovary.
Nabokov ha scritto Lolita in tre mesi.
Susan Fromberg ha scritto Anya in otto settimane.
Sharyn McCrumb ha scritto Sick of Shadows in sei settimane.
James Hilton ha scritto Good-bye, Mr. Chips in quattro giorni.

*Informazioni trovate qualche tempo fa sul web in un sito (in lingua inglese) non più reperibile.

I meccanismi della cultura totalitaria

28 aprile 2011

Che cosa rende l’arte totalitaria?
L’arte nel ventesimo secolo è stata anche prodotta da quattro sistemi politici totalitari come l’Unione Sovietica, il Terzo Reich, l’Italia fascista e la Repubblica popolare cinese.
Igor Golomstock, noto studioso di “arte totalitaria“, sostiene come ci sono notevoli somiglianze tra l’arte prodotta dai vari regimi nel Novecento e questo a dimostrazione dell’universalità dei meccanismi della cultura totalitaria.
Golomstock ha avuto questa intuizione alla fine del 1950 quando lavorava come guida per bambini al Museo Pushkin di Mosca. Lì ha scoperto che i bambini non erano in grado di distinguere la differenza fra opere naziste e opere sovietiche, due culture tra loro ideologicamente ostili.

All’inizio di quest’anno, il governo dell’Iraq ha iniziato il ripristino di un monumento in rovina a Bagdad per dimostrare la propria volontà di superare il passato. Originariamente costruito alla fine del 1980 come una celebrazione del presunto trionfo dell’Iraq nella guerra contro l’Iran, l’Arco della Vittoria è stato parzialmente smantellato nel 2008.
Il monumento è costituito da due serie di avambracci e mani giganti che brandiscono due scimitarre poste al lato di una grande strada di Bagdad. Concepito da Saddam Hussein stesso e realizzato dallo scultore iracheno Mohammed Ghani Hikmat che ha utilizzato calchi delle mani di Saddam, è un esempio eccezionale di kitsch totalitario.

C’è da dire che Mussolini è stato il primo leader politico a propagare l’idea che l’arte doveva servire la rivoluzione e lo Stato, ma il fascismo non fu però mai del tutto in grado di realizzare questa visione.
L’elemento fondamentale nella creazione delle culture totalitarie è stato il coinvolgimento dello Stato attraverso il finanziamento diretto della cultura. Si imponeva una “dittatura del gusto”, come la chiamava il poeta futurista russo Vladimir Majakovskij.

Quando la scrittura accorcia le distanze

27 aprile 2011

Mario Rigoni Stern è un narratore in grado di stupire. 
Lo leggo da diverso tempo, ma ogni volta che riprendo in mano un suo libro scopro, emozionandomi, nuovi aspetti e paesaggi della sua grande anima.
Da poco ho riletto Storia di Tönle intuendo quanto la sua scrittura accorcia le distanze, avvicina nella fragile condizione dell’essere. 
Protagonista di questo breve romanzo di notevole efficacia narrativa è Tönle Bintarn e non è un personaggio inventato. 
Rigoni Stern lo ricorda all’interno della premessa all’edizione del 1980 (collana Letture per la scuola media di Einaudi), quando scrive che “quella di Tönle è una storia vera, ricostruita nella realtà e nel tempo in cui si svolge.
Senza accorgermi me la portavo dentro da parecchio tempo, da quando cioè un mio amico manovale, nelle pause di riposo mentre mi costruivo la casa dove vivo, aveva raccontato della vita di suo nonno. Questa storia, poi, l’avevo arricchita con i ricordi che avevo sentito da mia madre, da altre persone e anche miei. Mi piaceva per il tempo storico degli avvenimenti, per il paesaggio (quello delle mie montagne), per la gente, per i luoghi dove aveva camminato e lavorato il mio personaggio; perché è vera, ma, più ancora, per Tönle: quest’uomo dallo spirito libero che osserva la vita e il mondo e le sue vicende correre via nel tempo quasi con staccata saggezza ma anche con tanta partecipazione.”
La vicenda è ambientata sull’Altopiano dei Sette Comuni, che il 21 ottobre 1866, assieme al Veneto, alla provincia di Mantova e al Friuli, fu annesso, dopo plebiscito, al Regno d’Italia. 
A seguito di un plebiscito mai capito, le montagne dei Sette Comuni conobbero i cambiamenti e l’evoluzione del progresso, seppure tra insicurezze, resistenze e ostacoli. 
Con l’inasprimento delle imposte prediali (che mai in precedenza erano state incassate), i dazi sui prodotti, il servizio militare obbligatorio e la permanenza dei reparti militari che regolarmente facevano le loro manovre, oltre alla Regia Finanza a reprimere ogni piccolo (e forse necessario) contrabbando, iniziò a manifestarsi quella crisi che tra il 1875 e il 1908 diede il via a un’intensa emigrazione.
La crisi della pastorizia e dell’artigianato, la vicinanza del confine, lo sviluppo industriale, economico e culturale della Mitteleuropa, la tradizione quasi millenaria di libertà e commerci erano tutti stimoli a cercare nuove opportunità di lavoro oltre le Alpi.
La partenza avveniva di solito con lo scioglimento delle nevi e, a piedi, con gli arnesi di lavoro dentro il sacco a spalla, gli abitanti dell’Altopiano si incamminavano verso la Prussia, la Boemia, l’Austria, l’Ungheria, la Westfalia. 
Tönle Bintarn è contadino, pastore, contrabbandiere per bisogno e, per eludere a una condanna per il ferimento di una guardia di Finanza, farà l’emigrante per tutta l’Europa austro-ungarica, arrangiandosi a fare a qualsiasi lavoro, ma sempre con la fiducia di tornare, vera e propria energia vitale che gli darà forza malgrado privazioni e stenti. 
Tönle è profondamente avvinto alla propria terra, al susseguirsi ciclico delle stagioni. La natura che si rinnova lo porta a vivere quasi in una dimensione temporale primordiale.
“I vecchi, guardando la cenere accumulata sul focolare e la poca legna nel deposito, dicevano: «Anche questo inverno è passato» e dopo il tramonto uscivano all’aperto per guardare i falò sui culmini del Moor e dello Spilleche: erano i fuochi che bruciavano l’inverno e indicavano il nord agli uccelli migratori.”
Non c’è nulla che lo fermi, niente in grado di fargli cambiare idea, perché lui vive solo in funzione di quella sua terra a mille metri di altezza. La sua forza è il ricordo, ma un ricordo straordinariamente vivo.
“La sua casa aveva un albero sul tetto: un ciliegio selvaggio. Il nocciolo dal quale era nato l’aveva posato lassù un tordo sassello tanti anni prima espellendolo in volo e l’umore di una primavera l’aveva fatto germogliare perché un suo avo, per difendere l’abitazione dalla pioggia e dalle nevi, aveva steso sopra la copertura altra paglia, sicché quella sotto era diventata humus e quasi zolla. Così il ciliegio era cresciuto.”
Rivedrà i suoi monti, sopporterà tutte le conseguenze della Grande Guerra e della Strafexspedition, di cui sarà vittima il suo Altopiano. Vedrà in quei suoi luoghi violati tutta la desolazione della distruzione e non proverà odio, ma solamente tristezza. E, come in una storia dove c’è sempre un inizio e una fine, Tönle si farà da parte comprendendo che per lui è arrivata, inesorabile, la stagione dell’addio.

Frontiere d’Europa

25 aprile 2011

Altenberg ascoltava affascinato e mentre lei macinava il caffè intuì nel suo viso il portamento dei cavalieri erranti di Sarmatia, vide le sopracciglia degli armeni, ma ben distanziate rispetto al naso; e quando Maša arrivò fin da lui, per porgergli la tazza e la zolletta emanò dalle scapole un profumo così buono che Max si rese conto di essere perduto, e che resistere era insensato, e lui che era un vecchio pesce di mare, improvvisamente sentì il richiamo forte del salmone verso le freddi sorgenti natie.
Quando uscì, in silenzio la farina stava cadendo lenta, turbinava sopra i tetti sfondati dalla guerra, sulle tombe, la fabbrica di birra ed i sui pini schierati sul pendio in alto verso la linea del fronte, e quando lei salutò sulla porta Max vide che in un attimo la neve le aveva ingrigito i lunghi capelli; in lei fiutò un impasto balcanico fatto di sangue e miele, di polvere e gelsomini, come le magnifiche donne descritte dal conte Potocki nei suoi lunghi viaggi in Asia Centrale tra i secoli diciotto e diciannove.
Scendendo al fiume poi si rese conto che Sarajevo era precipitata in un freddo di steppa siberiana e gli unici passanti nelle strade erano inquilini delle macerie che erravano abbaiando nella notte chiusi in branco per farsi compagnia. […]

Paolo Rumiz, da La cotogna di Istanbul.

Viaggiatore, scrittore e giornalista, Paolo Rumiz conosce molto bene le frontiere dell’Europa e ne ha scritto in misura notevole. I suoi libri di racconti sono davvero particolari, intensi.
Ha pubblicato Vento di terra, Maschere per un massacro, La linea dei mirtilli, Gerusalemme, L’Italia in seconda classe, La leggenda dei monti naviganti, La cotogna di Istanbul, Annibale.
Ha scritto la sua prima storia quando aveva ventun anni e ha poi lavorato per Il Piccolo di Trieste, seguendo da vicino la caduta del comunismo, la disgregazione della ex Jugoslavia e le guerre nei Balcani. “Aggrappata all’estremità settentrionale del Mar Mediterraneo, Trieste, la mia città, è un sismografo, una balaustra che si affaccia su orizzonti lontani.”
In una recente intervista a Le Figaro dice di ricordarsi bene “le facce dei poliziotti comunisti alla frontiera e le donne jugoslave provenienti dalle campagne che portavano le loro brocche di latte sulla testa.” Per i suoi genitori, dice, il confine era un incubo. “Per me era semplicemente un invito a vagare, una linea oltre la quale il mistero ha avuto inizio.”
Questa curiosità, questo desiderio di andare e vagare non ha mai lasciato Paolo Rumiz, che si considera una sorta di funambolo in cammino “tra la verità del giornalismo e la trasfigurazione di poesia e narrativa”.