Pasqua del 1944

Fu la nostra Pasqua del 1944… ma io per quel giorno avevo anche una cosa che con gli altri non volevo spartire. Un uovo di gallina cotto e colorato con erbe, foglie di cipolla e fondi di caffè: come quelli che le ragazze del mio paese usano donare ai ragazzi alla vigilia dell’Ascensione.

Mario Rigoni Stern, da Aspettando l’alba.

Mario Rigoni Stern nel 1944 si trova in un Lager: il piccolo 60/A, succursale del 18/A, al Passo del Prabichl, in Stiria.
Quell’uovo lo mangia nell’angolo di un recinto dove vede la campagna con le betulle finalmente rinvigorite dalla primavera. Glielo aveva messo nella tasca del pastrano una bambina polacca che ogni mattina lui e i suoi compagni incontravano quando saliva sul treno per andare a scuola. «Mi guardava e mi regalava un sorriso che mi aiutava a vivere: la mattina del Sabato Santo si era avvicinata furtiva e lesta; poi sentii quel peso insolito nella tasca e con la mano avevo scoperto l’emozionante dono».
Vicino al bosco di betulle scopre poi i primi segnali della primavera: le piante che aprono le loro gemme e nello stagno, poco lontano dal villaggio, una coppia di cicogne. Nella pausa di mezzogiorno si sdraia al sole assieme ai compagni e prova ad assaporare quello che può di quei momenti. Camminando raccoglie una manciata di foglie fresche di tarassaco e se le mette in tasca. Pensa al Lunedì dell’Angelo e all’usanza di mangiare le uova sode colorate, sotto gli ulivi e i ciliegi tra le colline…

In Aspettando l’alba, secondo me, la scrittura di Mario Rigoni Stern raggiunge vertici di armonia e rettitudine non comuni.

Scrivere sul filo del fuorigioco

Il romanzo più bello che ho letto recentemente è stato La Versione di Barney di Mordecai Richler. Bello, prodigioso, incalzante, come il Milan di Sacchi. Che squadra quella! Scintillante, gioiosa, invincibile. Ti pressava dal primo minuto, ti metteva al tappeto, tutto era perfetto, sincronizzato, nemmeno una virgola fuori posto. Del resto, cosa si può volere di più da un romanzo?
Passaggi smarcanti e inattesi, organizzazione al servizio della fantasia, e possibilmente qualche colpo di tacco.
Quello che è mancato alla letteratura italiana lungo un secolo, e che continua pericolosamente a mancare, sono proprio i colpi di tacco. È che per noi i colpi di tacco rappresentano una frivolezza, un’inutile sciccheria, laddove per i sudamericani è l’essenza del gioco. Un sudamericano per un colpo di tacco si farebbe spellare! Considerate Garrincha, Maradona, Garcia Marquez.
Ma il colpo di tacco, per i nostri prosatori, è ininfluente ai fini del risultato, e purtroppo il risultato è sempre stata la nostra dannazione, il risultato da ottenere ad ogni costo, pur con un gioco sparagnino e grigio, pur con il catenaccio.
Io passo al vaglio cent’anni di letteratura italiana e mi si stringe il cuore al pensiero che c’è gente che ha messo in panchina Roberto Baggio.
Ci sono ragioni storiche. Già alla fine del Settecento Madame de Staël ci aveva accusato d’esser chiusi in noi stessi, restii ad apprendere lezioni dal resto d’Europa, gelosamente custodi del pallone – come se fosse nostro e solo noi potessimo giocarci. E poi quel d’Annunzio. Grande giocatore, tecnica raffinatissima, ma fascista. Sembra che da quel momento, per rifiutare il fascismo, si sia rifiutato anche il bel gioco.
Noi, in Italia, confondiamo la leggerezza con la superficialità , e di conseguenza consideriamo serio solo ciò che è lugubre e noioso. Palla lunga e pedalare. Uno dei nostri migliori uomini di calcio, Luigi Pirandello, diceva che ci manca l’umorismo. In effetti, ho parlato di giocatori sudamericani, perché il piacere del gioco è una cosa tutta loro – ma anche a livello europeo, abbiamo noi un giocatore che sia al livello di Cervantes, Proust, Joyce? Gente dotata d’umorismo sopraffino, di ambizioni magnifiche e piedi fatati, gente di genio.
I nostri migliori del secolo, in linea di massima, son considerati Pasolini, Moravia, e Calvino. Pasolini era un centravanti prolifico di poca tecnica e molta sostanza; Moravia un gran mediano, uno che macinava chilometri a muso duro; Calvino un geometra del centrocampo, un metronomo, alla Demetrio Albertini. Bravi – ma il guizzo che accende la platea?
Naturalmente ci sono delle eccezioni. Penso a Svevo, ala sinistra velenosissima, spericolata, scoperta troppo tardi – forse proprio per quell’attitudine poco italiana di scherzare con la palla – e morto troppo giovane, prima che potesse dare ulteriori soddisfazioni al nostro calcio; penso a Sciascia (che fuoriclasse!) e al nostro 10 più grande e atipico, Tomasi di Lampedusa, e al più brasiliano dei nostri, Gesualdo Bufalino. Non per niente, tre Siciliani (che si sa son più sudamericani che italiani), e un oriundo.
Quello che a me lascia perplesso degli scrittori italiani, specie di quelli giovani che si affacciano alla ribalta della serie A per la prima volta, è la totale mancanza d’audacia, l’incapacità di prendersi i propri rischi. Scrivono dignitosamente, per una dignitosa carriera, ma sembrano terrorizzati dai fischi del pubblico, dalla disapprovazione della stampa, e pur di accaparrarsi un ricco contratto con una grande società son disposti a fare panchina e tribuna. Annichiliti, forse, dalle scuole di calcio, dove sin da piccoli gli han lavato il cervello a furia di lezioni di tattica, o dal concetto confortevole che il calcio è un gioco di squadra, non azzardano mai una giocata individuale, una cannonata da quaranta metri, un tunnel irridente all’avversario, mai che provino l’ineffabile.
Mi chiedo se arriverà il momento in cui uno scrittore italiano piglierà il pallone a centrocampo, piroetterà su stesso e – concentrato solo sui suoi piedi e null’altro, indifferente a quel che pensa la gente – dribblera’ l’intera difesa inglese come un piccolo dio beffardo, scarterà anche il portiere, depositerà la palla in rete, andrà a raccogliere il bacio di un pubblico in delirio.

(pubblicato originariamente su Vibrisse, Autunno 2006)
di Emanuele Pettener

Con il permesso dell’autore pubblichiamo uno scritto di Emanuele Pettener sugli strani e sorprendenti legami tra sport e letteratura.

Voglia di riscrittura

Dave Eggers ha un modo di esporre le cose che è spesso divertente, loquace, disinvolto.
Leggendolo si capisce come per scrivere l’empatia sia fondamentale.
Mi ha colpito ascoltare una sua intervista e sentire che scrive molto velocemente, di getto, ma che poi ha una costante voglia di riscrittura e per questo la fase di modifica è lentissima e continua fino a poco prima della stampa. La riscrittura, si sa, è questione di tecnica, abilità, esperienza, competenza, preparazione, perizia, maestria. E’ una fase in cui è necessario avere possesso del mezzo ed essere disposti a faticare perché ci si snerva assai.
Per questo, una volta stampato il libro, Eggers dice di avere un po’ di paura a leggerlo. Perché (tutto quello che ora è sulla carta) non si può più cambiare e quasi non lo sente (e non lo vede) più suo.

Flannery e la ferocia del gesto letterario

Ci si lamenta sempre che il romanziere moderno non nutre speranze e che il mondo da lui dipinto è insopportabile. L’unica risposta è che chi non nutre speranze non scrive romanzi. Scrivere un romanzo è un’esperienza terribile, durante la quale spesso cadono i capelli e i denti si guastano. Mi manda sempre in bestia chi insinua che lo scrivere narrativa sia una fuga dalla realtà. È invece un tuffo nella realtà ed è davvero traumatizzante per l’organismo. Chi è senza speranza non solo non scrive romanzi, ma, quel che più conta, non ne legge. Non ferma a lungo lo sguardo su nulla, perché gliene manca il coraggio. La via per la disperazione è rifiutare ogni tipo di esperienza, e il romanzo è senz’altro un modo di fare esperienza.

(Flannery O’Connor)

C’è in Flannery O’Connor una certa ferocia del gesto letterario e uno sguardo tagliente davvero implacabile. Forse perché aveva un talento unico e scriveva in modo chiaro, pungente, memorabile.
Flannery O’Connor è stata una scrittrice introversa, appartata, ma anche una figura scomoda, sgradita, per certi versi imbarazzante.
Le sue storie si concentrano sui diversi aspetti dell’umanità presenti in situazioni di ogni giorno nella sua Georgia. Si occupano di questioni razziali, di cristianesimo, di conflitti tra le generazioni, di rapporti genitori-figli…
Flannery O’Connor utilizza la narrativa per provocare i lettori con alcuni degli interrogativi più profondi e inquietanti dell’esistenza.
Forse Harold Bloom aveva ragione quando scrisse che il modo migliore per leggere le sue storie è riconoscere subito che nei suoi racconti si è tra i dannati e poi passare subito, senza star lì tanto a pensarci su, a godersi quella sua arte di raccontare così grottesca e indimenticabile. Di sicuro diversa, insolita, straordinaria.

Humour tipicamente inglese

Non ci sono persone ammalate nel Nord Oxford. Sono tutte morte o vive. A volte è difficile notarne la differenza, questo è tutto.

Barbara Pym ha scritto dei romanzi che ancora oggi brillano come gioielli nel paesaggio letterario.
Storie in grado di catturare, con un tocco delicato e allo stesso tempo graffiante, l’essenza dei loro personaggi.
Il mondo di questi anni è cambiato enormemente da quando Barbara ha scritto la sua ultima storia, ma il mondo che lei evoca nei suoi racconti è, per certi versi, del tutto riconoscibile anche oggi.
Per tutta la vita Barbara Pym ha continuato a scrivere diari e quaderni in cui registrava le sue osservazioni a proposito di quello che succedeva intorno a lei. Tutto ciò è stata materia prima per tutti i suoi romanzi.
E’ stata definita la Jane Austen dei nostri tempi e nei suoi romanzi mette di continuo in scena il mondo che le è caro, si diletta apparentemente nelle piccole piccole cose con promemoria sorprendenti. Descrivendo l’eterna commedia della vita ora triste, ora esilarante, ma mai esagerata o traboccante.

Un maestro riconosciuto

Ci sono degli scrittori, molto rari, che sanno sempre cosa bisogna scrivere.
Uno di questi è sicuramente Giuseppe Pontiggia.
Quello che colpisce in lui è la qualità della scrittura, che è sempre accurata, pulita, chiara, sempre incline a riscoprire il valore peculiare di ogni parola.
Colpisce la cura attenta, precisa, scrupolosa con la cui sceglie le parole e costruisce le frasi. Una dedizione così tenace e perseverante che fa ben capire il suo forte senso di responsabilità nei confronti di chi legge.
Niente è lasciato all’improvvisazione. Solo un discorso chiaro, ma stilisticamente curato, può pretendere di essere profondo.
Per Pontiggia la sfiducia nella parola “cresce come l’inflazione” e più  la si sfrutta “in dibattiti, in tavole rotonde, in fiumi silenziosi di carta stampata, tanto meno le si crede”.
Pontiggia ha dedicato gran parte della sua vita alla parola e al linguaggio, ai saggi, alle collaborazioni e ai romanzi.
“Scrivere bene non basta; occorre che la storia trovi il linguaggio suo proprio”, diceva.
In questo sua grande passione Pontiggia era un maestro riconosciuto e per questo veniva invitato spesso a tenere corsi di scrittura creativa. “Anche se, in realtà, non è possibile insegnare a scrivere e si possono tutt’al più dare delle indicazioni che indirizzino a una lettura più attenta e sensibile nei confronti della parola e della frase.
Per lui la scrittura era un lavoro rigoroso sullo stile e lo intervallava con le immancabili letture dei classici.
Ogni romanzo richiedeva anni di lavoro. Per questo tutti i pomeriggi trascorreva diverse ore nel suo studio davanti alla macchina da scrivere, in mezzo ai suoi amati libri.

Giocando coi generi

2.666, capolavoro postumo dello scrittore cileno Roberto Bolaño, si presenta come una compilation di pezzi di varia lunghezza. E’ però un’opera “sinfonica” in cui Bolaño non racconta una storia coerente, ma è più interessato alla ricerca e allo sviluppo di temi.
Un’opera “immensa” di stupefacente ambizione espressamente composta di cinque libri distinti tra loro che differiscono, a volte in modo molto sottile, non solo nel tono e nel timbro, ma anche nel genere (Bolaño gioca con i generi), saltando dalla satira accademica al thriller psicologico.
Cinque libri in uno magistralmente intrecciati non solo da idee e personaggi ricorrenti, ma anche da un umorismo torrenziale, da una profonda umanità e da una eccellente narrazione.
Con 2.666 Bolaño riconosce le difficoltà e le assurdità della vita, ma non si arrende, le vede come sfide da superare, soprattutto attraverso la devozione alla vita letteraria.
E’ evidente come Bolaño sia stato influenzato dal Simbolismo che ha ispirato scrittori modernisti come Proust e Joyce (l’epigrafe, “un’oasi di orrore in un deserto di noia”, è tratta da “I Fiori del Male” di Baudelaire, testo cardine del Simbolismo).
Tuttavia, e ci si rende conto leggendolo, sarebbe un errore catalogarlo in un determinato stile o genere poiché il suo modo di fare letteratura è una sorta di unicum.
Chi ha intenzione di leggere 2.666 con l’intenzione di scoprire cosa succede dopo, probabilmente non ce la farà fino alla fine… La densità e i riferimenti inter-testuali sono notevoli. Per questo 2.666 è un’altra cosa dal resto dell’intera opera di Bolaño.
Ci vuole una certa forza di volontà per portarlo a termine ed è un’esperienza difficile da scrollarsi di dosso che rimane nell’inconscio  per giorni o settimane dopo la lettura. Forse perché, a volte, si legge come una corsa contro la morte…
La traduzione di Ilide Carmignani è notevole.