Archive for maggio 2011

Il vecchio Arturo Bandini, uno della banda

30 maggio 2011

… e la biblioteca con i grossi nomi degli scaffali, il vecchio Dreiser, il vecchio Mencken, tutta la banda riunita che andavo a riverire. Salve Dreiser, ehi Mencken, ciao a tutti, c’è un posto anche per me nel settore della B, B come Baldini, stringetevi un po’, fate posto ad Arturo Bandini. Mi sedevo al tavolo e guardavo verso il punto in cui avrebbero messo il mio libro, proprio lì, vicino ad Arnold Bennett; niente di speciale quell’Arnold Bennett, ma ci sarei stato io a tenere alto l’onore delle B, io, il vecchio Arturo Bandini, uno della banda.

John Fante, Chiedi alla polvere.

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Tutti i colori di Goma

29 maggio 2011

Villi mi fa vedere la sua capanna buia sopra la terra nera del vulcano Nyiragongo. Fatico a immaginare qua dentro tutta la sua famiglia, ma qui è così, non esiste alternativa. Lì attorno sono tutti abituri che punteggiano un’ampia distesa di lava nera e malferma. L’impatto è desolante. E per fortuna che la stagione è quella secca perché qui quando piove è un inferno di fango.
Villi vive in un campo per sfollati alla periferia di Goma, insieme a migliaia di altri déplacé. Come lui, gli altri sfollati abitano in tuguri di arbusti e foglie simili a igloo. Alcune sono state tappezzate con i teli azzurri dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati. Qua e là ci sono delle fontane per l’acqua e qualche bagno da campo.
Goma si affaccia sul lago Kivu, pullula di colori e di quasi un milione di abitanti. Qui per nove su dieci il lavoro di tutti i giorni, domenica compresa, è la débrouille, arrangiarsi alla bell’e meglio. Come tagliare legna oppure spaccare pietre da vendere per le costruzioni, ma anche trasportare merce con il chukundu, una specie di carriola con cui si spostano anche duecento chili di merce e che costa sessanta dollari.
L’interminabile trafila di calamità e tragedie che hanno colpito Goma in questi anni fa impressione. E intanto il vulcano continua a essere una minaccia e i terremoti si susseguono instancabili.
La popolazione è oppressa in una situazione di perenne emergenza che sembra fatta apposta per sviluppare a dismisura i traffici e posticipare ogni soluzione ai vari problemi.
Al centro di una zona ricca di miniere, contesa da fazioni, milizie e vari signori della guerra, in cui i saccheggi nei villaggi sono la regola, non esiste nessuna legge e i capi villaggio hanno perso il loro tradizionale ruolo di protettori.
Villi mi racconta che è fuggito con i suoi figli dalla zona di Ruchuru. Sua moglie è stata uccisa durante i combattimenti. Altri parenti si nascondono come scarafaggi nella foresta o sulle montagne, vicine all’Uganda.
Sono in migliaia gli sfollati fuggiti dalla regione di Rutchuru, ma anche da quella di Masisi e Walikale più a ovest. In tanti si sono riversati qui alla periferia di Goma, dove dal ’94 in poi, quasi di continuo, le ondate di profughi ruandesi, cacciati e massacrati, hanno lasciato il posto a masse di sfollati congolesi.
Ruchuru, Masisi e Walikale sono i punti critici di un conflitto nel conflitto. Qui la rivalità tra etnie autoctone e banyarwanda – congolesi di origine ruandese, arrivati durante l’epoca coloniale (e divenuti ormai maggioritari) – si infiamma nel 1991, cresce nel 1994, con l’arrivo di più di un milione di rifugiati hutu, e precipita con l’avvio della più recente «transizione democratica». Transizione che aggiunge ai vecchi antagonismi etnici e per il controllo della terra, nuove rivalità politiche. A questo quadro va aggiunto il fenomeno mayi mayi, particolarmente frammentato, ma molto presente e violento da queste parti, in chiave anti-banyarwanda.
Le migliaia di sfollati sparsi per la regione e ammassati nei campi di Goma sono il risultato di questa lotta infinita (senza principio e senza fine) per il controllo della terra e delle risorse.

Nel lontano inverno 1916-17…

28 maggio 2011

Questa targa si trova sul Monte Forno (Altopiano di Asiago) alle pendici settentrionali del Monte Ortigara quasi a strapiombo sulla Valsugana, nel tratto più settentrionale della cosiddetta Winterstellung, ovvero della linea di resistenza su cui ripiegarono le truppe austroungariche dopo la conclusione della Strafexpedition (1916).

Il massimo della libertà

27 maggio 2011

Proprio sul ciglio del dirupo qualcosa di colpo adombrò il parabrezza. Sterzai bruscamente fermandomi ai margini dell’asfalto e poi capii. Era uno di quei “matti” che aveva appena spiccato il volo col suo deltaplano.
Il gigantesco aquilone delineò lenti cerchi nell’aria sui tetti della contrada di Santi situata trecento metri più in basso, poi fece una lunga ascesa a spirale fino a ottocento metri sopra il paese di San Zeno. Allungato sotto la vela il pilota tratteggiò un grande otto, poi volteggiò in discesa e passò qualche metro sopra le teste dei suoi due amici che mi stavano accanto gridando: «Fantastico lì sopra, però ha perso il vento!» Ad ogni circonvoluzione il deltaplano veniva giù un pochino fino al momento in cui lo vidi soltanto da sopra: ormai del pilota si vedevano solo i piedi sotto la bianca tela gonfia, simile a un’ala di gabbiano.
«Che spettacolo», dissi ai due ragazzi accanto a me.
Uno di loro assentì con la testa. «Credo sia il migliore dei modi di volare. Meglio di un volo di linea! Nessuna fusoliera, nessun vetro, nessuna copertura. Il massimo della libertà!»
Dalle pendici del monte Rotella gli amici del pilota scesero a fondo valle con l’auto e io, senza un perché, li seguii con la macchina attraversando il paese fino a un grande prato dove il moderno Icaro impattò atterrando a balzi e saltelli. Mi era parso il goffo atterraggio di un comico uccello stordito. Corremmo tutti verso di lui che se la stava ridendo di gusto.
Il pilota con fare concitato sollevò il deltaplano portandolo fuori dal campo. I ragazzi mi dissero che era un modello Relax 16 con pinna stabilizzatrice e montanti profilati. Un’ala dalle ottime prestazioni, leggero e facile da pilotare. I soli strumenti di volo erano un altimetro e un variometro.
«Daniele, hai visto la poiana sopra di te?» gli chiese l’amico.
«No, non l’ho vista, ma l’ho sentita eccome. Di solito si tengono dal lato cieco fino a quando non ti vengono addosso di brutto. Per fortuna oggi è andata liscia». L’altro ragazzo, che chiamavano Gippi, chiese informazioni sul vento. «Non male, ma non ce l’ho fatta a trovare una termica costante.»
Gippi aggiunse: «Si sa che il vento è sempre il peggior nemico per chi vola.»
«Nemico e amico allo stesso tempo», mi spiegò Daniele. «Il nostro guaio inevitabile. Le correnti ascensionali ti portano in alto in un attimo, ma ci mettono niente a tradirti.»
«Come ti è venuta questa passione?» chiesi a Daniele.
«Vedendo un tipo volare alla televisione. Subito ho sentito che dovevo provarci: a una fiera del settore ho comprato un deltaplano e poi mi sono buttato da una collina.»
«Quella lassù?» gli chiesi indicando il dirupo da cui era appena calato come uno pterodattilo. Scoppiarono tutti a ridere.
«Questo che ho appena fatto è un volo di terzo grado. Il quarto grado è il massimo: da paura», mi rispose Daniele. «Il mio primo volo è stato da una collinetta piuttosto bassa, era per provare, ma me la sono fatta quasi addosso dalla paura.»
«Come hai trovato il coraggio di fare il primo salto?»
Daniele scosse la testa. «Non lo so nemmeno io. Forse mi venivano in mente tutti quei soldi che avevo speso. Mi ricordo che me la facevo addosso. Però andò tutto benissimo fino all’atterraggio, quando falciai venti metri di prato. Allora planavo semplicemente: saltavo da una collina e scendevo giù a precipizio. Un buon volo durava venti secondi, ma spesso mi accontentavo di slittare e rimbalzare lungo i pendii. Invece quello che hai visto tu si chiama volare.»
Gippi mi indicò il cielo sopra di noi. «Quelle nuvolette indicano la presenza di correnti termiche ascensionali. Se imbrocchi il cumulo giusto puoi salire a vite fino alla stratosfera. Noi lo chiamiamo ‘andare in cielo’».
«Ditemi un po’», chiesi, «che succederebbe se prendessi un deltaplano e mi buttassi da quella collina con qualche minuto d’istruzione soltanto?»
«Giù dal Rotella?» Daniele alzò le spalle. «Potresti cavartela se riuscissi a seguire i tuoi istinti naturali, ma è quasi certo che cadresti giù come un sasso. Da lassù a qui ci sono circa mille metri d’altezza: è più o meno come buttarsi dal terrazzo panoramico di un grattacielo americano.»
«Secondo me non riusciresti a cavartela nelle virate», osservò Gippi. «Alla prima virata andresti in stallo, e sarebbe la fine. Ci vuole tempo per imparare a cambiar direzione.»
«Per avere un’idea più precisa», disse Daniele, «tieni conto che io sono stato il primo a buttarsi dal Rotella, e che prima di provarci ho volato due anni. Da lassù il lancio deve essere quasi perfetto.»
«Il mio primo vero volo è finito in un lago», disse Gippi. «Fortunatamente, data la mia inesperienza, era forse il posto più adatto per atterrare. Ricordo che i primi due anni mi schiantavo continuamente: vertebre contuse, caviglie slogate. Ma negli ultimi quattro anni non ho più avuto incidenti.»
«Il problema», disse Daniele «è che a queste altezze ci sono dei venti fortissimi. Una volta sgroppato il deltaplano per seimila piedi fin sulla cima, che è a quota dodicimila, bisogna sperare che lassù ci sia vento, ma non troppo. Quando saprò di avere il cinquanta per cento di probabilità favorevoli, tenterò. Controlla i giornali: vivo o morto.»
«Il primo salto dal Rotella dev’esser stato agghiacciante…»
«Peggiore della prima planata. L’aria di montagna è irregolare, molto più irregolare di quella vicino al mare. Avevo letto che bisogna avere una certa velocità per affrontare le turbolenze: quindi sapevo che era indispensabile prendere un bello slancio e non solo lanciarsi nel vuoto. A lungo sono rimasto fermo lassù, preparandomi spiritualmente a qualsiasi eventualità. Poi ho giurato a me stesso di correre il più veloce possibile. Volare non è come andare in moto: quando si vola, più si è veloci più si è sicuri. Ogni nozione reperibile sul volo planato – e allora non c’era granché – l’avevo studiata, e contavo di ricordarmela in caso di necessità. Giù sulla strada vedevo la gente che guardava in attesa del salto: se andava buca avevo il pubblico assicurato. In fin dei conti, è meglio morire in una frittata spettacolare.»
«Noi odiamo gli spettatori», disse Gippi.
«A un certo punto ho preso la rincorsa e mi sono buttato. In aria il mio cuore ha avuto modo di riposarsi: non batteva più, si era fermato completamente. Ogni parte del corpo mi urlava: ‘Come hai potuto farci questo?’»
«Tecnologicamente l’attrezzatura a quei tempi era molto rozza. La planata aveva un rapporto di tre a uno: tre piedi di volo orizzontale per ogni piede in verticale, sempre che il pilota sapesse cavarsela perfettamente. Quei deltaplani erano pietroni volanti.»
«Questo che vedi», disse Daniele, «ha un rapporto di dieci a uno. Per chiunque dieci anni fa star su un ora era un impresa. Oggi il tempo di volo dipende più dal vento e dai bicipiti che dall’apparecchio.»
«A che altezza si può arrivare?»
«Nessuno ancora lo sa. Un pilota è arrivato a diecimila piedi, ma quando la termica è infida si vien giù a cento piedi al minuto.Con una corrente ascensionale lunga e stabile, chissà dove si può arrivare. lo ho cavalcato una colonna bollente fino a duemila metri sopra il Grappa. »
«A duemila metri da terra appeso a un pezzo di dacron? Senza paracadute?»
«Oltre i cento piedi, da qualunque altezza si cada non fa differenza. Il paracadute, salvo un modello in commercio da poco, pesa molto ed è troppo ingombrante. Io comunque non intendo comprarlo perché vorrei provarlo subito e non ho mai fatto paracadutismo.»
«I deltaplani non sono così fragili come sembra», precisò Gippi. «Sopportano sei G, cioè sei volte l’accelerazione di gravità, mentre un Boeing 747 ne sopporta solo tre. E’ chiaro che il calcolo è in proporzione al peso…»
L’amico di Gippi tornò a casa e Daniele, smontato il deltaplano, legò sul suo furgone il relativo involto di venti piedi. Poi mi disse: «Dai, vieni con noi in paese.»
Gippi roteò gli occhi: «E’ il momento di festeggiare l’impresa.»

Un’occhiata veloce

26 maggio 2011

Era una cittadina tipica di quella provincia: ordinata, tranquilla, dove non accadeva mai nulla di importante. Imboccai Via Roma, che attraversava il centro abitato da un capo all’altro e parcheggiai la Dyane vicino all’Hotel Edelweiss. Sull’altro lato della strada c’era un giornalaio, la cui vetrina fungeva da bacheca per gli annunci economici locali, appiccicati ai vetri con lo scotch.
Non riuscii a resistere al fascino di quello spaccato sociale. A Plavis, messaggi del genere avrebbero pubblicizzato posti liberi negli appartamenti in condivisione. Requisiti: senso dello humour, non fumatori, alla mano. Oppure computer praticamente nuovi di cui ci si doveva disfare e gattini alla ricerca di case senza cani. Qui, invece, gli annunci offrivano decespugliatori in surplus, sci da fondo usati, soprattutto bidoni aspiratutto. L’Hotel Edelweiss cercava camerieri e cameriere e richiedeva di presentarsi «solo se volenterosi». Un biglietto sconsolato chiedeva notizie di Miki, «gatto bianco senza coda», sparito di casa dieci giorni prima, la cui scomparsa aveva provocato nei suoi padroni «angoscia, abbattimento, sconforto».
Entrai nell’edicola. Una donna in là con gli anni, con i capelli raccolti sulla nuca, sbucò da una porta scostando una tenda. In sottofondo, da un punto imprecisato, si sentiva una musica a basso volume. Brahms, riconobbi…

Io credo nella Digestione

26 maggio 2011

“Io credo nella Digestione… Inghiotto indifferentemente ogni credenza, ogni dogma, ogni morale, ogni superstizione, ogni ipotesi, ogni illusione, allo stesso modo che, durante un buon pranzo, mangio con uguale piacere minestra, antipasto, arrosto, legumi, entremet, e dolce, dopodiché mi distendo filosoficamente nel mio letto, sicuro che una tranquilla digestione mi apporterà un piacevole sonno per tutta la notte, e vitalità e salute per l’indomani.”

Guy de Maupassant, da Il dottor Heraclius Gloss.

Solo il pedante è un uomo che ha la digestione intellettuale difficile, scriveva Jules Renard.

Una maestra del racconto breve

26 maggio 2011

Il 9 Agosto 1965 il “New York Times” annuncia che a Bennington nel Vermont “Shirley Jackson di anni 45, scrittrice di racconti brevi e romanzi, è morta nella sua casa ieri pomeriggio, dopo un apparente attacco di cuore.”
Shirley Jackson si era laureata alla Syracuse University nel 1940 e aveva sposato il critico letterario Stanley Edgar Hyman (la coppia aveva quattro figli).
Casalinga e scrittrice a tempo pieno, è nota per aver scritto “La Lotteria“, un racconto pubblicato nel 1948 dal New Yorker che all’epoca suscitò scalpore e dibattiti diventando in breve tempo un classico che è stato, per almeno due generazioni, una lettura obbligatoria nelle scuole americane.

E’ una storia piena di suspence, stilisticamente pulita e senza fronzoli, in cui spettrale e banale si mescolano bene insieme turbando profondamente chi legge.
In un piccolo villaggio composto da circa trecento abitanti ogni 27 di giugno si tiene una lotteria a cui tutti, tradizionalmente, partecipano.
Sembra il classico giorno di una festa paesana, ma non ci si mette molto a esser presi da una strana sensazione e fino alla fine non si capisce veramente in che cosa davvero consista il premio della lotteria. E’ però latente un’opprimente senso d’angoscia che annuncia qualcosa di terribile.

La Jackson, maestra del racconto breve, esplora le incongruenze nella vita quotidiana, esamina il lato oscuro della natura umana, il pericolo dei comportamenti ritualizzati, la crudeltà del singolo quando si sottomette alla massa. Rivelando il decadimento dell’etica di fondo a seguito di un rito vuoto, seguito da persone di mentalità ristretta.
Citando James G. Frazer e il suo studio antropologico delle società primitive (Il ramo d’oro, 1890), molti critici hanno osservato che la storia tratta anche dell’antico bisogno dell’umanità di trovare un capro espiatorio, una figura su cui si può proiettare ogni nostra indesiderabile qualità per poi distruggerlo in un sacrificio rituale.

Spesso descritta come una maestra del gotico, Shirley Jackson merita di essere riscoperta non solo per l’influenza che ha avuto su scrittori come Stephen King (che le ha dedicato “L’incendiaria” scrivendo in una nota come la Jackson “non ha mai avuto bisogno di alzare la voce”), Nigel Kneale o Richard Matheson, ma anche perché è stata un’anomalia nella sua generazione vagando in profondità nel regno delle tenebre.