Tutti i colori di Goma

Villi mi fa vedere la sua capanna buia sopra la terra nera del vulcano Nyiragongo. Fatico a immaginare qua dentro tutta la sua famiglia, ma qui è così, non esiste alternativa. Lì attorno sono tutti abituri che punteggiano un’ampia distesa di lava nera e malferma. L’impatto è desolante. E per fortuna che la stagione è quella secca perché qui quando piove è un inferno di fango.
Villi vive in un campo per sfollati alla periferia di Goma, insieme a migliaia di altri déplacé. Come lui, gli altri sfollati abitano in tuguri di arbusti e foglie simili a igloo. Alcune sono state tappezzate con i teli azzurri dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati. Qua e là ci sono delle fontane per l’acqua e qualche bagno da campo.
Goma si affaccia sul lago Kivu, pullula di colori e di quasi un milione di abitanti. Qui per nove su dieci il lavoro di tutti i giorni, domenica compresa, è la débrouille, arrangiarsi alla bell’e meglio. Come tagliare legna oppure spaccare pietre da vendere per le costruzioni, ma anche trasportare merce con il chukundu, una specie di carriola con cui si spostano anche duecento chili di merce e che costa sessanta dollari.
L’interminabile trafila di calamità e tragedie che hanno colpito Goma in questi anni fa impressione. E intanto il vulcano continua a essere una minaccia e i terremoti si susseguono instancabili.
La popolazione è oppressa in una situazione di perenne emergenza che sembra fatta apposta per sviluppare a dismisura i traffici e posticipare ogni soluzione ai vari problemi.
Al centro di una zona ricca di miniere, contesa da fazioni, milizie e vari signori della guerra, in cui i saccheggi nei villaggi sono la regola, non esiste nessuna legge e i capi villaggio hanno perso il loro tradizionale ruolo di protettori.
Villi mi racconta che è fuggito con i suoi figli dalla zona di Ruchuru. Sua moglie è stata uccisa durante i combattimenti. Altri parenti si nascondono come scarafaggi nella foresta o sulle montagne, vicine all’Uganda.
Sono in migliaia gli sfollati fuggiti dalla regione di Rutchuru, ma anche da quella di Masisi e Walikale più a ovest. In tanti si sono riversati qui alla periferia di Goma, dove dal ’94 in poi, quasi di continuo, le ondate di profughi ruandesi, cacciati e massacrati, hanno lasciato il posto a masse di sfollati congolesi.
Ruchuru, Masisi e Walikale sono i punti critici di un conflitto nel conflitto. Qui la rivalità tra etnie autoctone e banyarwanda – congolesi di origine ruandese, arrivati durante l’epoca coloniale (e divenuti ormai maggioritari) – si infiamma nel 1991, cresce nel 1994, con l’arrivo di più di un milione di rifugiati hutu, e precipita con l’avvio della più recente «transizione democratica». Transizione che aggiunge ai vecchi antagonismi etnici e per il controllo della terra, nuove rivalità politiche. A questo quadro va aggiunto il fenomeno mayi mayi, particolarmente frammentato, ma molto presente e violento da queste parti, in chiave anti-banyarwanda.
Le migliaia di sfollati sparsi per la regione e ammassati nei campi di Goma sono il risultato di questa lotta infinita (senza principio e senza fine) per il controllo della terra e delle risorse.

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