Parolacce e scritti

Per conto mio, quando trovo in qualche scritto (e ogni giorno ne trovo di più) parolacce che vorrebbero toccare il culmine della violenza fantastica, dell’orrore, della passione, poco ho da essere in dubbio ch’esse esprimano, invece e solamente, la frigidità e la isteria d’un autore. L’arte non adopera materialmente le cose dell’esperienza; ma dà forma comunicativa all’emozione ch’esse suscitano in noi. E il procedimento di coloro che si tengono su, e si fanno coraggio, a forza di “moccoli”, oscenità e parolacce, corrisponde come due gocciole d’acqua a quello dei pittori bastardi, che non solo si limitano a riprodurre oggetti ed aspetti materiali, ma per essere anche più sicuri, nella pasta dei colori strizzati sulla tela inseriscono frantumi degli oggetti medesimi, come stoffe, lustrini, stagnola, pezzi di latta credendo così che l’illusione sarà irresistibile.
Ch’è un grandissimo sbaglio. Il lettore e lo spettatore recalcitrano proprio dall’espressione eccessivamente aggravata di materia e d’intenti. Cominciano subito a insospettirsi. Temono un sopruso. A vedere tutta quella ostentazione di sudanti muscolature, la loro prima idea è che i manubri siano di cartone, truccati. In altri termini: le parolacce, le descrizioni troppo cariche e spinte, e non diciamo poi i “moccoli”, sono “controproducenti”. In estetica, sono pessimi affari, speculazioni sballate. Uno che se ne intendeva: Montaigne, e ci teneva a dir pane al pane e vino al vino, una volta osservò che ha voglia Marziale d’alzare le sottane a Venere fin sopra la testa. Egli non riesce a mostrarcela intiera, come altri poeti (Virgilio, Lucrezio) più discreti di lui. “Perché chi dice tutto ci satolla e disgusta”. E gli ingenui che si gonfiano la bocca con le parolacce non fanno altro che distruggere in germe quegli stessi effetti che si proponevano di suscitare. Ci invitano (cosa umiliantissima) a pregare Venere cortesemente che non ne faccia di nulla, e si rivesta e ci lasci in pace.

(Emilio Cecchi, Parolacce in Di giorno in giorno)

Emilio Cecchi è stato critico letterario e storico della letteratura italiana.
Per lui la prosa d’arte è uno strumento in grado di restituire per frammenti e particolari minimi di realtà le sue ragioni affettive e morali.
Come scrittore delimitò la sua opera nell’ambito dell’impressione di viaggio, della nota, del bozzetto, dell’immagine: si vedano Pesci rossi (1920), Messico (1932), Et in Arcadia ego (1936), America amara (1940), Corse al trotto vecchie e nuove (1947) ecc.
Sono molto importanti i suoi saggi di letteratura (italiana e inglese) e di critico d’arte, che hanno avuto una notevole influenza anche nel Dopoguerra.

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