Immobilizzati per magia

“Il professor Kreutznaer, appollaiato nel suo nido, rimase a lungo senza muoversi, solo ascoltando il lento pulsare del proprio sangue e il vento primaverile che fuori soffiava a raffiche e di tanto in tanto il roco grido infantile di un gabbiano, sorprendentemente vicino. Per quanto si sforzasse, non riusciva a sentire nulla dabbasso. Che stavano facendo? Non se n’erano andati, li avrebbe visti allontanarsi. Se li figurò in piedi nell’ingresso in penombra, immobilizzati per magia, inespressivi e muti, uno con la mano alzata, un altro chino a posare una borsa, e Licht di fronte a loro, bloccato ai piedi della scala, ad annuire e a contorcersi come una marionetta, come al suo solito.
Giocherellò con il telescopio e sospirò. Sicuro che si era sbagliato, sicuro che non era chi pensava che fosse?
Andò alla porta. Tendeva a bioccarsi ed era difficile aprirla senza fare rumore. Fece infatti il suo piccolo iik! e tremò brevemente sui cardini. Una vampa di irritazione gli fece martellare il cuore con veemenza. Rimase un attimo sul pianerottolo con l’orecchio teso…”

Come romanziere John Banville è famoso per la sua complessità. I suoi libri sono come cattedrali barocche, pieni di passaggi elaborati e, a volte, schiaccianti per il turista occasionale.
Sono romanzi quasi sempre scritti in prima persona con un uomo (solitamente anziano) che racconta la storia della sua vita.
E’ incomparabile il dono che ha Banville nella descrizione letteraria e nell’uso della metafora.
Ma che cosa lo attrae nella scrittura di un romanzo?
Soprattutto la lingua, le parole, dice.
Il mondo per lui non è reale fino a quando non sono riesce a farlo entrare tra le maglie del linguaggio.

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