Archive for luglio 2011

Essere ragazzi

28 luglio 2011

Dio mio, c’era qualcosa in questo essere ragazzi che la vita domestica e la civiltà stessa non riuscivano a toccare, e spesso potevano diventare pazzi o esasperanti, ma quando perdevano questa componente, i ragazzi come gli uomini, erano spenti.

da Andre Dubus, Voci della luna.

La fuga di David Goodis

20 luglio 2011

Vincent Parry è chiuso in carcere a san Quintino e sopravvive con tristezza e malinconia, senza speranza e senza sogni. Il lavoro che fa lo sfinisce, sa di non poter andare avanti ancor per molto. E’ condannato all’ergastolo per l’omicidio della moglie, ma lui è innocente, lo ha sempre detto ai giudici, anche durante il processo che lo ha condannato. Un giorno, grazie a un colpo di fortuna, riesce a entrare in un barile di cemento nella parte del cortile in cui si sta costruendo il magazzino e dove era costretto a lavorare. I barili vengono caricati in un autocarro e Parry si aspetta da un momento all’altro il suono di una sirena, ma niente, non succede più nulla: l’autocarro è in movimento e corre sulla strada. E’ evaso dal carcere, ma ha l’impressione che tutto sia un sogno pazzesco e che alla fine tanto lo scopriranno, poi scrolla le spalle pensando di non avere niente da perdere. E’ in fuga, ma ha paura, avverte una minaccia su di sé, sta in guardia, sembra non reggere la tensione. Nel frattempo l’aria nel barile diventa irrespirabile. Parry soffoca tutti i sentimenti di odio che lo invadono e raccoglie tutte le forze per spostare di un bel po’ i barili che si trovano sopra di lui. Ora vede la strada e un lento fiume grigio che scorre in mezzo ai prati con San Francisco sullo sfondo. Si cala dall’autocarro, rimanendoci aggrappato e poi si lascia andare. Cade con la faccia a terra e rotola verso il margine della strada. E’ libero, ma si sente braccato, circondato, deve muoversi in fretta perché non sa ancora cosa l’aspetta.

Scritto in uno stile limpido e torbido allo stesso tempo, La fuga di David Goodis stupisce e sorprende in ogni sua pagina con continui colpi di scena spesso inattesi. Si legge tutto d’un fiato come uno strano cocktail fatto di descrizioni surreali, linguaggio brillante (e spesso divertente) e sottili, avvincenti inquietudini. La sua è una prosa pulita, asciutta. Una scrittura lineare, efficace che non si perde in tanti giri di parole riuscendo a emozionare e a catturare per il suo stile così personale, intenso, avvincente.
Goodis, definito a più riprese il “poeta dei perdenti”, è particolarmente acuto e colpisce per il suo crudo realismo in quanto riporta i fatti senza dare nessuna morale e tiene in continua tensione il lettore in uno stato d’ansia e allarme permanenti.
Chi ha letto James Ellroy o Dennis Lehane e vorrà cimentarsi nella lettura di Goodis scoprirà atmosfere familiari e cupi territori dell’animo umano incontrando soprattutto uno scrittore come nessun altro.

Incipit da “Il vecchio e il mare”

19 luglio 2011

Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo di nome Manolo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio era decisamente e definitivamente salato , che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo aveva ubbidito andando in un’altra barca dove prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all’albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand’era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne.

Il senso delle parole

8 luglio 2011

“Oggi c’è troppo rumore, stiamo perdendo il senso delle parole, la loro forza terapeutica. Eppure l’uomo ha bisogno delle parole, per questo le manda a memoria. Primo Levi si salvò da Auschwitz recitando la Commedia. Serbare il verbo nel petto gli impedì di diventare un numero; il segreto della parola fece la differenza tra i vivi e i morti. In Russia, la mia Russia, la gente va a recitare sulle tombe dei poeti. L’ho visto sulla lapide di Sergej Esenin. Una babuska mi diede un mazzetto di violette e mi avvicinai. C’era uno che declamava la Lettera alla madre e i passanti si fermavano, piangevano. Chiesi se qualcuno sapeva il pezzo su Tanja e l’inverno dall’Evgenij Onegiu, e accadde una cosa stupenda. Uno me lo cantò, con voce favolosa da baritono”.

Mario Rigoni Stern, dall’intervista con Paolo Rumiz, La Repubblica, settembre 2006.