Archive for ottobre 2011

Dalla terrazza in cima

31 ottobre 2011

Il sole era alto, nel cielo non c’era nemmeno una nuvola e mentre camminavo avevo fatto caso a un sentiero di sassi sopra di me che portava in cima a una collina, verso una cerchia di case in pietra che formavano un muro di sbarramento simile a una postazione difensiva. Pensai lì per lì di salire e vedere da vicino quella specie di roccaforte.
Appena incontrai le prime case mi accorsi che, a un’estremità della scarpata, dominava la contrada una chiesa.
Da lì si poteva vedere il campanile a base quadrata, ma una volta risalito il sentiero che portava alle case più vecchie ci si trovava di fronte un panorama ben diverso. I quattro angoli della chiesa erano costellati da torri massicce dai muri spessi, ognuna rifinita in alto da un terrazzo piatto. Ogni torre era perforata da tre ordini di anguste feritoie e spioncini. Una chiesa fortificata, evidentemente, era la sola forma di difesa che si poteva costruire da queste parti ai primi del ‘700 senza suscitare il sospetto delle autorità.
Mi arrampicai su per l’erta fino a un mucchio disordinato di case in rovina. A confronto dell’aria decadente di gran parte della vecchia contrada, la chiesa era ancora in un eccellente stato di conservazione. Una serie di fabbricati annessi era crollata e mancava del tetto, ma l’edificio principale era ancora intatto.
Entrai a dare un’occhiata. All’interno, la chiesa era ancora in uso. Lanterne e lampioncini ornavano a festone l’arco del coro, e le mura erano piene di immagini sacre.
Non appena mi sedetti in fondo, una donna molto anziana entrò facendosi il segno della croce. Arrivò all’altare e baciò una statua di legno, poi sfiorò una croce dipinta sul muro dell’abside e andò a inginocchiarsi in uno dei primi banchi.
Poco dopo salii su per una scala a chiocciola in una delle torri.
Dalla terrazza in cima si poteva gettare lo sguardo per chilometri e chilometri sulle colline e valli circostanti, sui pendii che scendevano scoscesi dalla base delle torri. Uno spettacolo inatteso, sorprendentemente diverso.

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Solo se volenterosi

30 ottobre 2011

Era una cittadina tipica di quella provincia: ordinata, tranquilla, dove non accadeva mai nulla di importante. Imboccai Via Roma, che attraversava il centro abitato da un capo all’altro e parcheggiai la Dyane vicino all’Hotel Edelweiss. Sull’altro lato della strada c’era un giornalaio, la cui vetrina fungeva da bacheca per gli annunci economici locali, appiccicati ai vetri con lo scotch.
Non riuscii a resistere al fascino di quello spaccato sociale. A Plavis, messaggi del genere avrebbero pubblicizzato posti liberi negli appartamenti in condivisione. Requisiti: senso dello humour, non fumatori, alla mano. Oppure computer praticamente nuovi di cui ci si doveva disfare e gattini alla ricerca di case senza cani. Qui, invece, gli annunci offrivano decespugliatori in surplus, sci da fondo usati, soprattutto bidoni aspiratutto. L’Hotel Edelweiss cercava camerieri e cameriere e richiedeva di presentarsi «solo se volenterosi». Un biglietto sconsolato chiedeva notizie di Miki, «gatto bianco senza coda», sparito di casa dieci giorni prima, la cui scomparsa aveva provocato nei suoi padroni «angoscia, abbattimento, sconforto».
Entrai nell’edicola. Una donna in là con gli anni, con i capelli raccolti sulla nuca, sbucò da una porta scostando una tenda. In sottofondo, da un punto imprecisato, si sentiva una musica a basso volume. Brahms, riconobbi…

Molto più di un romanzo

29 ottobre 2011

Il gioco del mondo” di Julio Cortázar: non riesco a immaginare compagno migliore a cui dedicare un paio di settimane, forse anche di più…
Chiaro: dipende dalla velocità di lettura, ma c’è da dire che il tempo lento fa davvero assaporare la poesia del linguaggio di Cortázar.
E’ di sicuro un romanzo molto particolare e bisogna fare un piccolo “investimento” (non di natura economica), ma ne vale la pena.
Julio Cortazar vi porterà in luoghi che non sono mai stati “toccati” prima (e che difficilmente “toccherete” dopo) in letteratura.
La fantasia di Cortazar in questo libro è senza limiti, la sua prosa ricca e luminosa, il dialogo brillante, la trama straordinariamente labirintica.
Quando Julio Cortazar lo pubblicò nel 1966, in un certo modo stravolse il romanzo convenzionale ed ebbe ben presto una notevole influenza sugli altri scrittori in tutto il mondo.
“Il gioco del mondo” è quindi molto più di un romanzo. E’ un’opera visionaria, sorprendente, innovativa… e vale la pena leggerla.

Cesare Garboli, Collodi e il burattino

28 ottobre 2011

Per quale ragione Pinocchio ci appare sempre di più come un capolavoro? E per quale motivo, da un pezzo a questa parte, ci si adopera intorno al burattino di Collodi con tan­to spreco d’interpretazioni capziose? In ogni fiaba si nasconde una foresta di simboli, sta bene.

Ma guai a sottrarre la storia di Collodi al dominio della letteratura infantile, e soprattutto a quel gusto, che doveva essere vivissimo nel Collodi, dell’ispirazione un po’ oziosa, mossa dal puro piacere di una scrittura fantastica, esattissima e vernacolare, in qualche modo perfino « automatica ». Spesso il libro di Collodi da un’impressione di ghirigoro, di un esercizio di penna miracolosamente smentito dalla facilità inventiva. La freschezza di un segno sempre pulito, la svogliatezza di una mano sempre leggera, guidano lo scrittore senza che egli sappia con precisione quale peripezia, quale «figura» si stia disegnando sul foglio.
In questo senso è un errore avvicinarsi a Pinocchio come a un insieme compatto. Il libro di Collodi si comporta al­l’inizio, fino all’impiccagione del burattino da parte degli assassini, diversamente che nella sua progressione. Fuori da intenti pedagogici, Collodi avvia il racconto sulla spinta di un’idea semplicissima: l’idea che dappertutto, anche in un pezzo di legno, abiti e risieda la vita. È una trovata che si accorda genialmente, più di qualsiasi altra, col sentimento infantile, fatto di meraviglia, per così dire, « mistica », e così ricco di vita da prestarla d’istinto anche alle cose che non la possiedono. In quella « vocina sottile sottile » che udiamo uscire per la prima volta dal legno di Geppetto, « Non mi picchiare tanto forte », è già in germe tutto Pi­nocchio, col suo vestito di carta fiorita, il suo cappelluccio, la sua malagrazia disarticolata, col suo affascinante « non-­stile ». Di colpo, ci troviamo al centro della creazione di un personaggio: nella grazia di quella voce, nel suo candore, nella sua malizia lamentosa, nel suo formidabile e in­consapevole humour ci sono già i futuri lazzi del burattino che sta nascendo, i suoi sberleffi innocenti e crudeli. Prima di nascere, Pinocchio ci ha già detto il motivo della sua canzone: è nato e fatto per la vita, lui di legno.
Era nato come marionetta destinata a cantare, ballare, ti­rar di scherma e fare salti mortali. Una marionetta come le altre, ma animata da vita propria. Appena intagliato, il na­so del burattino cresce senza motivo, per puro istinto di vitalità. Più tardi, accordando la sua invenzione con la pedagogia, Collodi glielo allungherà in omaggio a precetti di morale corrente. Ma per nostra fortuna, il pedagogismo di Collodi « si rivela nella propria contraddizione » (come ci avverte il prefatore della più recente edizione del capola­voro, Giovanni Jervis) offrendoci in verità un Pinocchio eternamente dialettico, diviso senza possibilità di soluzione tra l’universo del piacere e il mondo degli adulti, tra l’at­trattiva dell’infanzia e il principio della realtà. Atteggiare questa costituzionale contraddizione come « storia di una catarsi », come « contrapposizione fra gli errori del disco­lo e la sua redenzione in extremis »„ è un errore che toglie­rebbe qualcosa a quell’assoluto che è Pinocchio, alla sua natura squisitamente « unpredictable » (è la sola definizio­ne che Pinocchio sopporti).
È vero che lo Jervis avrebbe potuto approfondire le sue intuizioni, brillantissime (la « dimensione tragica », la « ca­ricatura » di una libertà che si lega fatalmente a un destino di sofferenza), nel senso che Pinocchio ha tutta l’aria di una marionetta meravigliosa che non vuole crescere, perché la vita non può desiderare di crescere, può desiderare solo di yivere. La condanna a ripetersi del burattino, la sua inca­pacità a superare la propria natura, è l’incapacità della vita a costruire qualcosa, secondo durata, senza tradirsi. Se c’è un mondo dal quale Pinocchio è veramente escluso, senza remissione, questo è l’idea della vita come crescita su se stessa, come Storia.
« Com’ero buffo, quand’ero burattino! » Un tratto palazzeschiano, che non si sottolineerà mai abbastanza nella fantasia di Collodi, era già apparso a quel gran lettore che era Pietro Pancrazi. Ora vedo con piacere che facendo giustizia di tanti errori, lo Jervis si trattiene dal sottrarre a Pi­nocchio il suo ossigeno naturale, quel « senso domestico e vicino », quell’aria casalinga, tra tanti portenti (basti l’e­sempio del Pescatore verde), che appunto piaceva al Pancrazi. Insomma la Toscana granducale, sul punto di somi­gliare, senza volerlo, all’Italia umbertina, coi suoi assassini ma anche coi suoi abecedari, e con la sua « morale anti-eroica ». Bisogna sempre guardarsi dal fare di Pinocchio un emblema. Si corre il rischio di ucciderlo prima ancora che ci pensi lui stesso, diventando un bambino come gli altri.
« Com’ero buffo quand’ero un burattino! » Eppure è in questa chiusa che si nasconde il significato ultimo del libro. Anche questa è una frase-spia, che ci mette sotto gli occhi, di colpo, un aspetto di Pinocchio che abbiamo sempre pre­sente e che insieme ci sfugge di continuo: la sua diversità. Pinocchio è essenzialmente « diverso ». Eppure nessuno più di Pinocchio desidera essere come gli altri. Condannato alla diversità, non la accetta, ma la combatte, non si da mai per vinto, A distinguersi tutti sono capaci; ma essere di­versi nella tensione opposta, cercando di confondersi nella norma, di diventare simili a tutti, questo è commovente e veramente poetico. Questa è la simpatia irraggiungibile di Pinocchio.
Quasi senza saperlo, Collodi ha chiuso il suo libro con la morale più dolorosa, e con inconscia grandezza. È una ve­rità triste che per essere pieni di vita si debba pagare la propria vita con un ruolo atroce. Quando si è vivi, si è buffi, non si è mai « persone serie ». Con una di quelle loro strane decisioni prese una volta per tutte, gli dèi hanno vo­luto imporre questa legge: ci offrono il dono più bello in cambio di non essere mai presi sul serio, in cambio di farci ballare, saltare, fare capriole davanti a tutti, per la gioia e la pietà di tutti, come « burattini ».

Cesare Garboli
(da La stanza separata, Mondadori, 1969)

 

Da riscoprire è Cesare Garboli la cui prosa è eminentemente narrativa, ricca di suspense, di emozioni letterarie. Un esempio? Il libro Poesie famigliari, che è un commento a una serie di poesie di Giovanni Pascoli. O, se preferite, la raccolta Scritti servili, ma anche lo scritto su Matilde Manzoni e il suo Journal.

Salutandovi indistintamente

28 ottobre 2011

Peppino: Hai detto “signorina”// Totò: È endrata na signorina? Peppino: E che ne so/ io? Totò: Signo… Peppino: Avandi! Totò: Animale! Signorina! È l’indesdazione autonoma// Della lettera// Oh! Signorina//

Signorina (intestazione autonoma)
veniamo noi con questa mia a dirvi, adirvi una parola, che scusate se sono poche ma 700 mila lire… a noi ci fanno specie che quest’anno, una parola, c’e’ stata una grande morìa delle vacche come voi ben sapete. : Questa moneta servono a che voi vi consolate dai dispiacere che avreta perché dovete lasciare nostro nipote che gli zii che siamo noi medesimo di persona vi mandano questo perché il giovanotto è studente che studia che si deve prendere una laura che deve tenere la testa al solito posto cioè sul collo. ;
salutandovi indistintamente
i fratelli Caponi (che siamo noi)

Nella scena della dettatura della lettera (Totò Peppino e… la malafemmina) tra i fratelli Caponi, Totò e Peppino De Filippo toccano vertici altissimi sul piano dei tempi di recitazione e della sintonia scenica. Non a caso verranno ripresi nell’omaggio che Massimo Troisi e Roberto Benigni tributano loro nell’analoga scena di Non ci resta che piangere.
La gag della lettera verrà ripetutamente sfruttata nel cinema comico napoletano.
Totò si forma come attore nella tradizione comica teatrale napoletana e di questo patrimonio se ne serve sul set cinematografico.
Ne elabora, anzi, una nuova, fantasiosa formula.
Nel film Peppino De Filippo e Totó sono impegnati nella stesura di una lettera indirizzata alla presunta malafemmina, ovvero alla soubrette di teatro che un loro nipote ha conosciuto a Milano. In realtá, il film puó essere interpretato come una versione rinnovata della tradizionale satira del villano (quella, cioé, che ci riporta a un ricchissimo filone della letteratura comica quattro-cinquecentesca). Questo genere di satira, qui traslata con svariati e dissimili espedienti, si esprime, sul versante linguistico, con la presa in giro dell’italiano popolare scritto di due meridionali di stanza a Milano.
Tutta la comicitá della lettera sta proprio nel mettere in risalto tutta una serie di digressioni, scorrettezze, strafalcioni, sgrammaticature, refusi, svarioni (rispetto allo standard grafico, grammaticale, lessicale e testuale) del testo epistolare.
La scena esprime anche un fenomeno sociolinguistico che si verificava soprattutto tra ‘800 e ‘900, quando, con sempre maggior frequenza, persone provenienti dai ceti popolari si trovavano di fronte alla necessità di scrivere un testo come una lettera o un documento.
Totó, in anticipo sui linguisti, intuisce la forza e la vitalità delle “scritture illetterate” e porta tutto ciò sulla scena con grande efficacia rappresentativa. Usando, tra l’altro, il genere più caratteristico delle scritture semicolte, quello epistolare. La gag della lettera diventa così, nelle mani di Totò, uno strumento di elegante e moderna comicità linguistica.

Laudatio funebre per Andrea Zanzotto

22 ottobre 2011

Andrea Zanzotto era uno che ti metteva di fronte al fatto evidente, incontrovertibile, che noi non siamo tutti uguali. Non siamo uguali nella vita, perché ognuno ha ricevuto i suoi talenti specifici, in quantità e in qualità, e non lo siamo davanti alla morte, perché qualcuno si è impegnato più di altri per farli fruttare, i suoi talenti.
 A fronte di un corredo straordinario di talenti, Andrea Zanzotto si era assunto in pieno la responsabilità di farlo fruttare, questo corredo. 
Ed è evidente che la sua non è stata una passeggiata, e quanto abbia dovuto pagare quotidianamente il suo impegno in questo senso.
 Non era uno che si assecondava. Non era uno che si dava credito. Era uno che in tutti i giorni della sua vita – in quello che ha fatto, in quello che ha detto, in quello che ha scritto – si è posto sempre, prima di tutto, contro se stesso.
 Non so se sia mai esistito un grande poeta che non abbia questa disposizione come fondamento della sua grandezza.

Ci chiediamo tutti dove possa essere Andrea Zanzotto in questo momento, e la risposta forse non è tanto complicata: credo che sia dove è sempre stato, e cioè un po’ qui e un po’ non qui.
 Quelli che l’hanno conosciuto, o anche solo incontrato una volta, sanno bene a che cosa mi riferisco: Andrea è sempre stato un po’ «non qui».
Non potevi mai averlo «tutto per te», né lui né la sua poesia.
 Era impossibile. Perché lui, come la sua poesia, doveva fare i conti con tutto, doveva inglobare tutto, doveva costantemente misurarsi con le cause prime. E il messaggio che ti mandava, il messaggio che emanava dalla sua persona era sempre qualcosa come: «Ricorda che chi non ha capito tutto non ha capito niente».

Che cosa aveva capito, Andrea Zanzotto.
 Lui che fino agli ultimi giorni insisteva nell’annettersi alla schiera di coloro che non hanno capito niente, come tutti noi.

Negli ultimi dieci anni aveva trovato una sua serenità di fondo, e negli ultimi due libri che ha scritto (Sovrimpressioni e Conglomerati) questo si vede bene perché lui passa di là, passa dall’altra parte. Dà del tu agli dèi che sono nel paesaggio. Parla dell’esistenza di un’altra razionalità, parla di «altre ragioni» in seno alla Natura.

A un certo punto, nelle poesie (siamo nel 2001), il suo ‘personaggio’ si dà per morto, assieme alla Natura. Cioè: il soggetto che scrive e la Natura si trovano assunti in una stessa morte reciproca.
 Poi – in Conglomerati – qualcun altro si trova a girare per i versi e in una Natura ormai del tutto plastificata.
 Questo personaggio si presenta come il Doppio di se stesso redivivo, come un perispirito, come un corpo lunare, o anche come un «povero cristo» risorto e plastificato a sua volta.
Poi, sempre in Conglomerati, ancora succede che questo Doppio muore di nuovo, incontra il suo Inferno specifico. Ma comunque continua a esistere: come dice lui stesso: si mette «tre volte invano sul chi vive». Attraversa anche il Purgatorio nelle sue fasi, il Paradiso Terrestre, il Paradiso con tutti i cieli ed esce fuori. Esce fuori dal Paradiso: quindi è al cospetto di Dio – del Dio dei poeti, che è lo stesso Dio degli scienziati – e gli dice: «Ci siamo ehi! pari pari».
 È così che si apre l’ultima sezione di Conglomerati, che si intitola Versi casalinghi. 
Cioè: questo uscire fuori, dopo tutte queste avventure trascendenti, questo trovarsi al cospetto di Dio, è chiamato casa. E infatti questo uscire fuori non è altro che trovarsi a passeggiare nel solito sentiero di Solighetto. È un essere qui, fra di noi, come non mai. È anche finalmente quindi un abitare la Terra…
 Ma ormai questo luogo del fuori è un luogo così aperto che, pur nella sua familiarità, nel suo essere casa, è al limite dell’inesistenza, assume i tratti di un paradosso: è un luogo che sta nella piena, accettata, irrazionalità del suo stesso esistere.
 Questo luogo, ovviamente, è la poesia di Andrea Zanzotto, e nessuno ce la toglie.

Mentre adesso questo signore, questo povero cristo dove si è incarnata la coscienza occidentale per sessant’anni, vorrebbe farci credere che se n’è andato per davvero.
 Chi se la beve, Andrea!

(di Stefano Dal Bianco)

Parole che aiutano

22 ottobre 2011

Scrivere significa rischiare di essere fraintesi. Le parole che sopravvivono al loro autore vivono di vita propria. Si spostano, prendono nuove forme, generano nuovi significati. E mantengono sempre la loro intrinseca ambiguità.

Ibn Khaldun