Archive for novembre 2011

Un autentico toccasana

24 novembre 2011

Quando sperimentiamo la paura dell’ignoto e al tempo stesso il suo fascino, è il momento in cui siamo veramente vivi. Paurosamente vivi. Può accadere nelle più semplici circostanze: quando entriamo in una stanza buia e cerchiamo l’interruttore…
Quando usciamo sul tetto, di notte, e proviamo la vertigine del vuoto…
Quando incontriamo uno straniero, o ci tuffiamo in acque inesplorate…
Quando la vettura delle montagne russe raggiunge il culmine dell’ascesa, prima del tuffo che ci lascerà senza fiato…
Quando immaginiamo ciò che ci può aspettare dietro l’angolo in una città affascinante ma sconosciuta…
Quando ci troviamo soli nel bosco…
Quando lo schermo s’illumina in un cinema buio, o il sipario si alza sul palcoscenico oscuro; e perché no, quando apriamo un libro nuovo dalla copertina promettente.
Ecco il momento in cui l’eccitazione è più grande, i sensi stanno all’erta per catturare la minima sollecitazione, il cervello è alacre, l’immaginazione infervorata, pronta a tutto (così almeno speriamo). Questo genere di paura è un autentico toccasana, perché è sempre accompagnata dal senso del meraviglioso.

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Amore adorante

20 novembre 2011

Facendo la prima lavatrice della tua vita puoi capire veramente quanto ti manchi tua madre ora che non c’è più.
Ti è così difficile capire (con tutti quei comandi e le diverse possibilità di lavaggio che ci sono) in quale delle tre vaschette devi mettere il detersivo in polvere e il liquido dell’ammorbidente che vorresti tanto spegnerti, accasciarti su te stesso.
Ti rendi conto di avere ancora tanto da imparare e allora pensi a quando davanti a lei ti sentivi un piccolo Dio solo perché potevi smontare e rimontare un computer.
In quei momenti pensi a quanto tua madre ti faceva sorridere quando guardava con umiltà la sua lavatrice (“il turbinio della centrifuga”) e tu allora ti gonfiavi il petto con tutte le tue schede in giro per la tua stanza.
Ti sentivi intelligente a farti vedere davanti al tuo computer e sorridevi sempre del suo stupore contenuto davanti alla tua scienza che ora vedi sprofondare davanti alle manopole di quella strana macchina con l’oblò.
Ti è chiaro ora come una semplice lavatrice sia riuscita a renderti la misura esatta della tua ignoranza e del tuo orgoglio. Capisci che tua madre di quella lavatrice sapeva tutto e tu non immagini nemmeno l’esistenza del prelavaggio e delle diverse velocità di centrifuga.
Rivedi allora il giorno in cui quattro anni prima tu e tua madre la scegliete insieme quella modesta macchina e ti pare di sentirla ancora, piccola e bellissima, aggrappata al tuo braccio, che ti stringe mentre la guardate esposta nel grande centro commerciale pieno di luci.

La luce prima di Emanuele Tonon è un libro molto difficile da riassumere e da raccontare (lo ha scritto anche Antonio Moresco in una lettera personale all’autore) che turba profondamente soprattutto per il suo ritmo che sembra quello di un mantra o di una preghiera.
E’ la terza parte del cosiddetto romanzo “trinitario” dello scrittore friulano ed è un lungo addio (che vuole essere allo stesso tempo requiem e inno alla gioia) frutto di un’urgenza consegnata alla letteratura (che probabilmente ha salvato l’autore da un dolore insostenibile), un testo che può arrivare a tutti perché scritto in una lingua fortemente poetica che avvinghia il lettore e non lo lascia indifferente forse perché s’imprime nella mente.
Colpisce questa figura di piccola grande mamma che, partita dal sud, continua a lavorare fino alla morte con grandissimo coraggio. Colpisce questo amore adorante di un figlio verso la propria madre. Uno smisurato dolore sempre sul punto di spezzare ogni misura. Una voce lacerata da un profondo senso di colpa così ricco di tenerezza e rispetto. Un elevato e mirabile strazio lirico in cui le parole escono come se volessero salvarsi da un incendio scoppiato da qualche parte nell’intimo.

La supplente in banca

12 novembre 2011

Avevo ancora in mente quel venerdì di giugno quando, grazie al “voto” di una giovane supplente, mi avevano bocciato. Erano passati più o meno dieci anni, ma la ferita la sentivo ancora lì, aperta e dolente.
Ora, in quella mattina di ottobre, me la trovavo davanti. Era lei, ne ero sicuro. Gli stessi occhi, la stessa innocenza. Ora era qui davanti a me e faceva l’impiegata di banca.
Era ingrassata ma ancora carina, con quell’aria da uccellino ferito. Elegante come sempre, con un maglioncino azzurro che le stava molto bene, lana spazzolata sopra i seni morbidi. Teneva cioccolatini in un cassetto della scrivania e pasticcini alla marmellata dentro un barattolo. Mi offrì un frutto di marzapane avvolto nella carta stagnola. Mi chiese se andassi ancora a scuola e quali corsi stessi seguendo.
Le parlai brevemente dei miei studi e delle mie ambizioni.
– E’ meraviglioso, – disse lei, senza rancore. – Ho sempre saputo che eri intelligente -.
Era stata una vera fortuna che mi avesse visto, concordammo e promettemmo di trovarci prima o poi per una chiacchierata come si deve – cosa che, lo sapevo, lei non desiderava più di me. Osservò ammirata la mia sciarpa di lana d’angora e mi chiese se la avessi comprata in città.
Risposi di si, ma l’unico problema era che perdeva un po’ troppi peli.
– Mettila in frigo per una notte, – disse lei. – Non so perché, ma funziona.
Aprii la porta, e dalla strada entrò una folata di vento.
– Ricordi com’eravate pazzi in quella classe? – disse con la voce piena di malinconica sorpresa. Era costretta a girarsi di qua e di là per agguantare le carte.
Pensai al professor Grego e a tutte le mie bugie, e alla vergogna abissale che avevo provato quando mi sorprese a copiare il compito di latino.
– Quei giorni non torneranno piú, – disse buttandosi sulla scrivania per non far volar via nulla.
lo risi e dissi meno male, e chiusi rapidamente la porta.
La salutai anche subito dopo con un cenno dall’esterno, oltre le vetrate.

Tacchini

7 novembre 2011

Avevo nostalgia di quando ero piccolo, prima che prendessimo i tacchini. Avevamo le mucche allora, e vendevamo il latte al caseificio. Un allevamento di tacchini non è nemmeno lontanamente gradevole come una stalla di vacche da latte o di pecore. Si vede subito che i tacchini sono avviati al destino sicuro di carcasse congelate e carne da tavola. Non fanno neppure finta di avere una vita loro, quel pigro idillio tipico di bovini e suini a zonzo nel prato a chiazze. Le rimesse dei tacchini sono edifici pratici e lunghi: baracche di lamiera. Niente travi né fieno né tiepide stalle. Perfino l’odore del guano sembra più lieve e offensivo del tipico afrore di letame da stalla. Neanche l’ombra di covoni di fieno e staccionate, cinguettii di uccelli e biancospini in fiore. I tacchini venivano semplicemente messi fuori in un unico lungo prato di cui facevano piazza pulita a beccate. Non sembravano affatto dei grandi uccelli, ma panni da bucato svolazzanti.

Monolocale con cucinino

5 novembre 2011

Avevo trovato un monolocale con cucinino in un vecchia palazzina chiamata I Dogi. Il letto si ripiegava contro il muro. Di solito non mi davo la pena di tirarlo su perché non avevo mai ospiti e il gancio sembrava malsicuro. Temevo che saltasse fuori dalla parete mentre cenavo con una minestra in scatola o qualche patata al forno. Poteva uccidermi.
E tenevo la finestra sempre aperta perché mi sembrava che ci fosse una leggera fuga di gas, anche quando i due bruciatori e il forno erano spenti. Avevo quasi sempre sonno, ero denutrito e tremante, ma non ero abbattuto. Avevo cambiato radicalmente vita e, nonostante i rimpianti quotidiani, ne ero fiero. Sentivo di essere finalmente emerso nel mondo con una pelle nuova, vera.
Seduto al bar, facevo durare un’ora una tazza di caffè o di cioccolata tenendola in mano finché potevo ricavarne un po’ di calore. Leggevo, ma senza scopo o concentrazione. Leggevo frasi qua e là da libri che avevo sempre avuto intenzione di leggere. Frasi che mi parevano spesso così soddisfacenti, così inafferrabili e belle, che tendevo a tralasciare le parole circostanti e ad abbandonarmi a uno stato tutto particolare.
Ero vigile e sognante, distaccato dalle singole persone, ma sempre cosciente della città, che mi sembrava un luogo strano, mesto, incomprensibile.

Ponte pericolante

5 novembre 2011

Era un vecchio ponte di ferro su un canale ormai dimenticato della zona industriale.
L’avevano lasciato dove si trovava benché più a monte ne fosse stato costruito uno nuovo, cosicché l’ampia statale ora evitava quel tratto di strada omessa. Era una via chiusa al traffico e anche il ponte era stato dichiarato pericolante, ma la gente continuava a usarlo e di notte le auto superavano il cartello del divieto in cerca di un parcheggio. Il marciapiede era sconnesso e la luce del lampione, dopo essersi bruciata, non era stata sostituita. Giravano voci e battute su quel lampione; si diceva che fra chi parcheggiava abusivamente da quelle parti ci fossero anche certi politici dell’amministrazione locale che preferivano l’oscurità della notte per non essere riconosciuti.

Alla parete un quadro incorniciato

3 novembre 2011

A casa mia il salotto era un posto singolare. Le persiane erano sempre abbassate fino al davanzale; l’aria aveva peso e spessore, come se fosse tagliata in un blocco che riempiva esattamente la stanza. In alcuni punti precisi si trovavano una conchiglia vuota e acuminata con il rombo del mare intrappolato all’interno; una statuetta di terracotta con un ometto dal lungo copricapo cilindrico; un ventaglio fatto interamente di lucide piume nere; un vecchio orologio a cucù della Foresta Nera. E alla parete un quadro incorniciato, che mi provocava un tale turbamento da non riuscire a guardarlo appena entrato nella stanza. Dovevo avvicinarmi piano piano e tenerlo sempre in un angolo del mio campo visivo.
Il quadro ritraeva un uomo alto dall’aspetto nobile e due donne. Un bambino era addormentato e una delle donne lo teneva in braccio, stretto a sé. Si trovavano in riva al mare, davanti a una barca in attesa, e da quel quadro scaturiva qualcosa che si diffondeva nella stanza. Una liscia, scura ondata di dolorosa e insopportabile dolcezza. Quell’immagine mi sembrava una promessa; era collegata con il mio futuro, con la mia vita, in un modo che non sono mai riuscito a spiegarmi. Non riuscivo nemmeno a guardarla, se c’era qualcun altro nella stanza. Ma in quella stanza c’era raramente qualcun altro.