Archive for dicembre 2011

Uno speciale “club del libro”

20 dicembre 2011

Ci sono dei luoghi che restano senza tempo, immutati, preservati dallo scorrere degli eventi. Tutto cambia, si evolve, cresce, ma certe cose restano inamovibili, non appassiscono. Concord è una piccola cittadina nei pressi di Boston, nel Massachusetts, con meno di ventimila abitanti, ma la si può considerare uno straordinario concentrato di storia e letteratura.
Il primo movimento letterario interamente americano è nato proprio qui e da queste parti vide il suo inizio anche la Rivoluzione Americana. Un viaggio a Concord, sulla sponda occidentale del possente Hudson, lo si fa di solito in combinazione con una visita alla vicina Lexington, entrambi luoghi mitici delle battaglie che aprirono il conflitto armato tra il Regno di Gran Bretagna e le sue tredici colonie ribelli. E proprio a Concord sorge lo Sleepy Hollow Cemetery, poco lontano della principale rotatoria del centro storico di Concord sulla Bedford Road. È più di un semplice cimitero. È un bellissimo parco con colline e valli in cui andare a rilassarsi per godere della pace e della tranquillità della natura.
Progettato nel 1855 dai noti architetti paesaggisti Cleveland e Copeland, il cimitero è in uso da allora e, dato che Concord ebbe tra i suoi abitanti numerosi giganti della letteratura americana, molti dei quali scrissero qui le loro migliori opere, questi vi rimasero talmente bene che decisero di rimanerci anche dopo esser passati a miglior vita. Tra gli amici di questo speciale “club del libro” c’erano Nathaniel Hawthorne, Louisa May Alcott, Ralph Waldo Emerson, Henry David Thoreau e Washington Irving, che scrisse La leggenda di Sleepy Hollow, un racconto che è un classico della letteratura americana da cui Tim Burton nel 1999 trasse un film. Concord ha salvaguardato quasi intatti i luoghi della guerra d’indipendenza americana e allo stesso modo ha voluto conservare il suo passato letterario. Mai come a Sleepy Hollow vale l’aforisma di Georges Clémenceau che recita: “i cimiteri sono pieni di persone indispensabili”. Sleepy Hollow continua a offrire spunti di storie non raccontate. Come quella di Henry David Thoreau, che non si sposò mai ed è sepolto in un terreno di famiglia assieme ai genitori e ai fratelli, allo stesso modo di Louis May Alcott. Entrambi hanno pietre tombali modeste, ma a loro modo emozionanti. Nathaniel Hawthorne, invece, si trova vicino alla moglie e alla figlia, riesumate e fatte arrivare diversi anni dopo dall’Inghilterra.
Colpisce per la sua semplicità la pietra tombale di Ralph Waldo Emerson che è un pezzo ruvido di granito rosa. Tutti riposano all’ombra di una vegetazione rimasta sempre originaria e mai sostituita con arbusti ornamentali come accade di solito: piante selvatiche come caprifogli, lamponi, muschio naturale, radici di alberi di pino rendono speciale un luogo che sembra molto più un parco che non un cimitero.

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Uno sguardo bruciante

19 dicembre 2011

Sinan Antoon è nato in Iraq da madre americana e padre iracheno. Ha lasciato Bagdad nel 1991 dopo la guerra del Golfo Persico e attualmente insegna letteratura araba alla New York University. Le sue poesie e i suoi saggi sono stati ampiamente pubblicati in arabo e inglese. E’ il traduttore del poeta palestinese Mahmoud Darwish, uno dei più rappresentativi poeti palestinesi del nostro tempo.
Nel suo romanzo Rapsodia irachena(edito in Italia dalla Feltrinelli) evoca una Baghdad crudele con sfumature orwelliane offrendo uno sguardo bruciante sulla vita ai tempi del regime di Saddam Hussein.
In meno di cento di pagine, Antoon riesce a fare un ritratto molto efficace della vita nell’Iraq di Saddam colpendo le giuste corde e impressionando per spessore letterario e stile di scrittura.
Racconta che nell’agosto del 1989, in un inventario del quartier generale di sicurezza situato nel centro di Baghdad, viene trovato un manoscritto scritto da un certo Furat, uno studente aspirante poeta imprigionato dal regime iracheno per aver ridicolizzato Saddam Hussein.
Antoon rivela l’esperienza privata del giovane Furat (spostandosi dalla vita carceraria ai ricordi dell’adolescenza, fino alle sue spaventose allucinazioni), ma anche la terribile storia pubblica del generoso e sensibile popolo iracheno. Dimostrando, attraverso questa brillante denuncia di memoria e incubo, che l’umanità può davvero trionfare su brutalità e oppressione.

Per cominciare il futuro c’è sempre tempo

17 dicembre 2011

Ema ha quasi vent’anni, è da qualche giorno che ha finito la maturità, ma non ha la minima idea di cosa farà da grande perché “per cominciare il futuro” c’è sempre tempo. 
Si crede Paul Newman o “al limite anche Humphrey Bogart” e ha tutta l’estate davanti per sentirsi bruciare dal sole e vivere intensamente nel suo piccolo grande mondo fatto di partite a biliardo, croissant caldi, asciugamani stesi sulla spiaggia, poesie di Baudelaire e donne dalle gambe lunghissime…
Sogna infinite e spensierate sfide a calcetto con i suoi amici Niso, France e Alcapone, ma soprattutto brama “femmine femmine e ancora femmine” per succhiare il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non è vita e per non scoprire, in punto di morte, di non essere mai vissuto (come ricorda il professor Keating de L’attimo fuggente citando Thoreau).
E’ sabato mi hai lasciato e sono bellissimo di Emanuele Pettener, edito da Corbo nella collana Isola bianca, ricorda un romanzo di formazione sui generis e allo stesso tempo rispecchia la realtà di una gioventù insieme carica di fuoco incontenibile e sotto certi aspetti disillusa.
La storia è lieve come una piuma, come la polvere che vaga nell’aria. E’ tutto un ricamo di coincidenze e di incontri che formano un delicato disegno.
Emanuele Pettener è attento al ritmo e colpisce per la vivacità dello stile, per il gioco testuale rivolto al lettore perché intuisca le tracce in cui il narratore si annuncia e allo stesso tempo si maschera.
Leggere questo romanzo dà una grande gioia: gioia del cuore, dell’immaginazione e dell’intelligenza. Si fanno capriole, si danza e si cammina sul filo…
La pagina non è mai immobile: è sempre un passo innanzi o a ridosso di chi legge. La parola splende di colori, il fraseggio è musicale, armonioso, ricco di suggestione, ha un fascino elusivo, mutevole, unico.

Guardare il mondo da…

15 dicembre 2011

Giuseppe Braga è finalmente tornato “alle stampe” con un ebook edito da Meligrana editore.
Colpisce e non poco il suo Oblò (e il mondo guardo da…). Colpiscono l’agilità e la fluidità, la grazia delicata e indolente. Colpisce l’ariosità e il dettaglio. Colpisce l’ironia e la giovanile, acuta, intelligente levità…
Ironia che è sottigliezza preziosa di sguardo, antidoto all’invadenza sfacciata del conformismo, capacità di comprendere e svelare l’assurdo della vita.
Una scrittura, quella di Giuseppe Braga, brillante e colorita, sempre accattivante, ricca di leggerezza e di energia.
Da leggere (rileggere) e gustare…

Adesso che sto per addormentarmi provo a pensare a quando sono nato, ma non riesco proprio a ricordarmelo. Quel giorno ero molto piccolo, piccolo per davvero, non lo sto mica dicendo così, tanto per dir qualcosa. Allora mi viene in mente che oggi, oggi è l’ultima notte che dormiamo qui. Già, li ho sentiti con le mie orecchie, mamma e papà, prima, quando lo dicevano. Stavamo tutti seduti stretti vicini sul divano con un sacco di scatoloni intorno ed era difficile non sentirli. Ecco, si guardavano intorno, guardavano le pareti e i pavimenti, mah!, e dicevano che stasera è come se è la fine di qualcosa d’importante, qualcosa che però, ecco, voglio dirlo, non ho mica capito tanto bene io, cosa finisce oggi. Però parlavano parlavano e parlando parlando hanno iniziato a ricordare tutto quello che avevano fatto, insieme, qua dentro. Queste quattro mura, continuava a ripetere papà, queste quattro mura mi mancheranno! E sapete, dovete saperlo sì, è successo lì, mentre parlavano, che hanno tirato fuori la storia che io ero nato in quella casa, le quattro mura sì, e che, già da piccolo, ne avevo combinate un bel po’ e poi… poi hanno preso a raccontare tante altre storie, come di quando si erano conosciuti e di quando era nata Elisa e di quando erano venuti ad abitare qui e poi e poi… poi però si sono fermati, era tardi, dovevamo andare a dormire.
Domani è il gran giorno, domani dobbiamo essere tutti in forma, ha gridato ridendo papà, forza, tutti a nanna! Io controvoglia mi sono buttato sul materasso, ma già da quando mi stavo lavando i denti, avevo preso a pensarci be’, sì, ecco, ho pensato che per me non è una fine questa, per me è proprio l’inizio, altro che!
E adesso sono qui, Elisa dorme, beata lei, io invece non ci riesco, nella testa mi frullano mille pensieri, tutte robe che non voglio dimenticare, tantissime cose strane bellissime stupefacevoli! E sapete cosa, ecco, io adesso vorrei alzarmi e andare da papà e fargli tante di quelle domande che lo terrei sveglio tutta la notte, ecco, perché a me, spesso, mi vengono in mente delle cose e, quando mi capita, ho bisogno che qualcuno me le spieghi e allora e allora va a finire che le chiedo sempre a lui. Come quella volta degli oblò, per esempio. Che poi se ci penso, tutto è cominciato da lì, dagli oblò. Dagli oblò! Dagli oblò!