Archive for gennaio 2012

Ricordare la dignità e la sofferenza

29 gennaio 2012

Nel 1917, dopo la ritirata di Caporetto, il fronte si sposta a sud.
Una marcia disperata di migliaia di profughi intralcia le strade già occupate dai militari in rotta. C’è chi fugge e chi resta.
Ai primi di novembre sono fatti saltare i ponti sul Piave dalle retroguardie dell’esercito italiano e tutto il Friuli e parte del Veneto passano sotto il controllo dei militari austriaci e germanici, che entrano da vincitori presentandosi col volto crudele e violento dei saccheggiatori.
La maggior parte delle case dei contadini e delle ville padronali sono depredate e non ci si può ribellare (“… se ti andava bene ne uscivi con la mandibola rotta dal calcio di un fucile”).
Anche Villa Spada (a Refrontolo poco distante dal Piave) non sfugge alla grande razzia ed è preda del nemico, che qui insedia un proprio comando.
In questa dimora signorile vive una famiglia nobile. Lo strambo nonno Guglielmo Spada, liberale di ferro e inguaribile guascone, la colta e sensibile nonna Nancy, l’austera zia Maria, il diciassettenne nipote Paolo, la rossa Giulia fuggita da Venezia per uno scandalo di cui nessuno vuole parlare. E poi la saggia Teresa, che fa parte della servitù come il custode Renato, arrivato da poco tempo alla villa con le referenze di un marchese toscano.
Il giovane Paolo, più che alla villa invasa, pensa allo sfacelo della seconda armata. Ripensa a quella miriade di gente in fuga, ai contadini e ai fanti, ai carri dei poveri, alle grosse macchine dei generali, ai feriti lasciati morire nei fossi. E’ l’avvilimento profondo che ha visto negli occhi di quelle persone che lo tocca profondamente…

Andrea Molesini in Non tutti i bastardi sono di Vienna scrive di un particolare momento storico che è stato definito in più occasioni una dimenticanza storiografica per il fatto che per un certo periodo sono mancati studi di un certo livello sull’argomento (ne ha ultimamente trattato in modo mirabile Camillo Pavan con In fuga dai tedeschi, ma anche Daniele Ceschin con Gli esuli di Caporetto). Della resistenza italiana nella prima guerra mondiale si è comunque sempre parlato poco, forse a causa dell’entusiasmo seguito alla grande vittoria, cui pochi anni dopo fece seguito l’avvento al potere del fascismo (che contribuì ad annegare nel mare del più untuoso patriottismo un tema di sicuro delicato e scomodo e comunque poco piegabile alla celebrazione).
Ciò che sorprende in Non tutti i bastardi sono di Vienna è la potenza espressiva e il realismo quasi fotografico. Molesini è sempre nitido, limpido, lucido: sceglie il particolare essenziale, che porta verso la meta.
Tutto è tessuto, finemente intrecciato, e svolto a poco a poco. Forse per questo, col fluire della sua scrittura, riesce a far vedere tutti i colori, le ombre, i gesti, le più varie sensazioni nascoste. E a ricordare la dignità e la sofferenza, l’altruismo e l’eroismo (e l’istinto di sopravvivenza) di persone dimenticate troppo presto dalla storia.

Il dramma delle speranze deluse

27 gennaio 2012

Sorin accoglie per una vacanza di pochi giorni sua sorella Arkadina, una famosa attrice, col suo amante Trigorin, romanziere di fama. Si riuniscono per assistere a un dramma scritto e diretto da Konstantin Trepliov, il figlio di Arkadina.
In questo dramma recita Nina, una giovane donna che vive poco distante dalla tenuta di Sorin. Nina impersona “l’anima del mondo” e attraverso questo dramma il giovane Trepliov vuole dare vita a un’innovativa forma teatrale. Accade però che Arkadina ride della sua rappresentazione, la trova ridicola e incomprensibile, ma suo figlio non ci sta e si arrabbia.
Il primo atto de “Il Gabbiano” mette in scena i vari triangoli romantici con il maestro elementare Medvedenko che è innamorato della figlia dell’amministratore della tenuta, la quale ama, non corrisposta, Trepliov (che non riesce a non fare la corte a Nina).

Ancora oggi emoziona leggere delle speranze di giovani artisti come Nina e Konstantin e delle amarezze di adulti affermati come Arkadina e Trigorin, intrise come sono di amore, rivalità e gelosia.
Eppure quando “Il Gabbiano”, scritto da Cechov nel 1895, fu rappresentato la prima volta (nel 1896) al Teatro di Stato Aleksandrinskij di Pietroburgo, fu un clamoroso fiasco, tanto sembrò sconclusionato, incoerente e privo di virtù teatrale.
Gli attori non avevano capito l’opera e la loro recitazione fu un vero e proprio tracollo. Il pubblico li fischiò talmente che il dramma reale fu quello che si consumò nell’animo di Cechov, che alla metà del secondo atto abbandonò il teatro in preda all’avvilimento giurando che non avrebbe più scritto niente per il teatro.
Dramma delle speranze deluse, amato dal pubblico e dalla gente di teatro, “Il Gabbiano” viene considerato dalla critica il testo più rappresentato di Cechov in ogni epoca e in ogni luogo per la rilevanza dei temi trattati, per la profondità nell’analisi della condizione umana e per la felicità poetica di storia e personaggi.
«Per il risalto del paesaggio, per le luci sfumate e le malinconiche atmosfere, la commedia di Cechov è vicino alla pittura russa dell’impressionismo», ha scritto Angelo Maria Ripellino, ma si può senz’altro dire con il critico russo Baluchatyj che, «per la scelta del materiale tematico, è una confessione pubblica dell’autore, stilizzata in modo drammaturgico, è una giostra artistica di materiale personale».

Twitter:@marcoliber

Storie di sogni impossibili

18 gennaio 2012

Fra l’estate del 1897 e l’autunno del ’98 il ventiduenne Jack London visse la più grande avventura della sua vita, intraprendendo un lungo viaggio nel Grande Nord, al confine tra Canada e Alaska, raggiungendo le migliaia di disperati di ogni età e condizione partiti per la corsa all’oro nello Yukon. A quell’esperienza straordinaria sono ispirati i Racconti del grande nord e della corsa all’oro, che coprono poco più di un quarto della produzione totale di London e che, per quanto scritti a quel tempo sotto l’urgenza immediata del guadagno, consentirono all’autore di crearsi un proprio inconfondibile stile e di raggiungere la fama.
Queste storie di sogni impossibili, di indiani, di ragazzi, di cercatori d’oro, di uomini soli con se stessi nel momento della prova suprema, oltre la quale nulla può esistere, sono tra le più belle che London abbia mai scritto.

Il pomeriggio passava e sotto l’incubo del Silenzio Bianco i taciti viaggiatori si piegavano alla loro fatica. La Natura ha molti espedienti per convincere l’uomo dei suoi limiti – l’incessante scorrere delle correnti, la furia dei temporali, il sussulto del terremoto, il lungo rullìo dell’artiglieria del cielo – ma il più tremendo, il più sconvolgente è la passività del Silenzio Bianco. Ogni movimento cessa: il cielo è limpido, l’aria tersa, il più lieve bisbiglio sembra sacrilegio, e l’uomo diventa timido, terrorizzato al suono della propria voce. Unica particella di vita in movimento attraverso le spettrali distese di un mondo morto, egli trema di fronte alla sua audacia, capisce di essere un verme, e nulla più. Inusitati pensieri si affacciano alla mente non chiamati, e il mistero di tutto il creato lotta per esprimersi. La paura della morte, di Dio, dell’universo lo assale – la speranza della Resurrezione e della Vita, l’anelito dell’immortalità, il vano sforzo dell’essere imprigionata – è allora, se mai, che l’uomo cammina solo con Dio.

Libri contro la solitudine

16 gennaio 2012

Infinite Jest di David Foster Wallace non è proprio un romanzo e di certo non era un romanzo nelle intenzioni dell’autore. Forse Foster Wallace pensò a Infinite Jest come a una lunga (e incredibilmente divertente) storia di redenzione, forse a un logorante, postmoderno e altamente sperimentale esercizio di stile…
La scrittura di Wallace è notoriamente ricca di umorismo, ironia, serietà e spicca per osservazioni, digressioni e silenzi in grado di esprimere l’inesprimibile. Per lui i libri dovevano soprattutto consolare, aiutare a combattere la solitudine.
Capita che certe sue frasi hanno un effetto sconvolgente, fatale, sinistro, ma anche gradevole, amabile, seducente. Forse perché il suo stile così originale e inconsueto spazia dal lirico e suggestivo al retrivo e grossolano, spesso in un unico paragrafo.
David Foster Wallace ha scritto tante storie meravigliose, saggi e articoli che uniscono le persone, ma lui non potrebbe mai leggerli come noi e sentirne il calore… Forse perché uno scrittore è sempre e ovunque un solitario…

L’insostenibile leggerezza dell’essere

16 gennaio 2012

Tomáš incontra Tereza per la prima volta in una piccola città della Boemia. Non stanno insieme nemmeno un’ora. Tereza lo accompagna alla stazione e aspetta con lui fino alla partenza del treno. Dieci giorni dopo và a trovarlo a Praga. Fanno subito l’amore, il giorno stesso. Quella notte a Tereza viene la febbre e resta tutta la settimana nell’appartamento di Tomáš con l’influenza.
Tomáš prova allora un inspiegabile amore per quella ragazza quasi sconosciuta.
Tereza rimane da Tomáš finché non guarisce. Ci sarà tempo, appena guarirà, per tornare nella sua città, a duecento chilometri da Praga.
Tomáš, alla finestra, ha gli occhi fissi al di là del cortile sul muro della casa di fronte e pensa se deve o no chiedere a Tereza di tornare a Praga per sempre. Sente una grande responsabilità. Sa che se lui ora la invitasse a casa sua, lei verrebbe e gli offrirebbe tutta la sua vita.
Pensa anche che forse dovrebbe dimenticarsene, che se Tereza rimarrebbe una cameriera in un ristorante di provincia  lui non la rivedrebbe mai più.
Tomáš  guarda in cortile, ha gli occhi fissi sul muro di fronte e cerca una risposta. Ritorna sempre a vedere Tereza distesa sul suo divano e sente che non è né un amante né una moglie. Le si inginocchia vicino e sente che il suo respiro febbricitante si fa più svelto, avverte un debole lamento. Appoggia il viso a quello di lei e le sussurra nel sonno parole rassicuranti. Dopo qualche istante gli pare che il respiro si sia calmato e che il suo viso si sollevi istintivamente verso il suo. Sente dalle sue labbra l’odore un po’ asprigno della febbre e lo aspira come per impregnarsi dell’intimità del suo corpo. Allora si immagina che Tereza sia lì da lui già da molti anni e che stia morendo. All’improvviso ha la chiara sensazione che non sopravvivrà alla morte di Tereza. Allora si distende accanto a lei e desidera morire insieme a lei…

Apparentemente il romanzo di Milan Kundera sembra predicare l’accordo tra peso e leggerezza. Un accordo da stabilire in ogni momento della vita, quando chi è pesante non può fare a meno di innamorarsi di chi vola leggero (e chi è leggero viene respinto dai propri simili e portato ad andare verso i corpi e le anime dominate dal peso). Così succede nel libro. Tomáš ama Tereza, Tereza ama Tomáš. Anche Franz ama Sabina e Sabina ama Franz. Quasi allo stesso modo che nelle Affinità Elettive quando si forma il perfetto quadrato delle affinità e delle differenze amorose.
Se questo fosse vero, il mondo sarebbe perfetto: si realizzerebbe l’unione tra gli opposti e tutto sarebbe dominato dall’ordine e dall’equilibrio.
Milan Kundera sa però che questo equilibrio è impossibile e che peso e leggerezza non si possono accordare. Forse la leggerezza è una vocazione ancora più insostenibile del peso, perché porta alla fuga e verso l’angoscia. Forse non è un dono terreno…
L’insostenibile leggerezza dell’essere
è un romanzo irresistibilmente lieve. Forse più leggero della stessa leggerezza.

La letteratura è un bene necessario?

7 gennaio 2012

Si scrive da più parti che il libro è oggetto della logica industriale e che sono le leggi del mercato a stabilire quali siano i migliori libri da pubblicare e quali quelli da non considerare affatto. Sarebbe ipocrita e controproducente non voler accettare una verità che è sotto gli occhi di tutti.
E’ il mercato, si scrive, a decidere l’egemonia di un genere e di certi libri in grado di garantire vendite e guadagni a dispetto di opere di qualità assoluta…
Si scrive che è lo stesso mercato ad aver plasmato gli editor, figure impensabili fino a qualche anno fa…
Si parla anche spesso di un autore come di un “artigiano” della scrittura, concetto questo particolarmente detestabile se si pensa alla letteratura come a una questione di stile, di contenuti, di idee e di impegno sociale nel significato più elevato della parola.
Forse oggi non si pensa nel modo giusto a un programma di diffusione della cultura di qualità riproponendo i classici e tornando a rischiare la pubblicazione di opere difficili, ma di valore in quanto socialmente utili.
Forse non si pensa più alla letteratura come a un bene necessario…

Scrivere di temi scomodi

2 gennaio 2012

Angela Carter viene ricordata soprattutto per la sua critica femminista alla storia e alla cultura occidentale.
Mettendo assieme componenti del gotico, del surrealismo, del mito, della fantascienza e delle fiabe, Angela Carter esplora temi difficili come la violenza, la distribuzione del potere nella società contemporanea e la sessualità femminile. La sua opera si distingue per l’immaginazione sfrenata, le immagini colorate e la prosa sensuale.
Altrettanto notevoli sono le eccentricità dei suoi personaggi e il notevole talento ad associare in modo originale l’improbabile al possibile grazie a una scrittura acuta, concentrata e intelligente.
Scrittori così diversi fra loro come Anthony Burgess, Salman Rushdie e John Hawkes hanno espresso grande ammirazione per la scrittura di Angela Carter, altri si sono dimostrati a disagio rivelando un certo malessere.

Ricordo come passai quella notte nel vagone letto sveglia, incantata nel piacere tenero che l’eccitazione mi dava, la guancia in fiamme contro il lino immacolato del cuscino, il cuore che mi batteva forte, all’unisono con i massicci pistoni che con violenza spingevano senza sosta il treno: nella notte quel treno mi portava lontano da Parigi, lontano dall’infanzia, lontano dalla quiete bianca e raccolta dell’appartamento di mia madre, verso i territori imperscrutabili del matrimonio…

Da La camera di sangue di Angela Carter.