Ricordare la dignità e la sofferenza

Nel 1917, dopo la ritirata di Caporetto, il fronte si sposta a sud.
Una marcia disperata di migliaia di profughi intralcia le strade già occupate dai militari in rotta. C’è chi fugge e chi resta.
Ai primi di novembre sono fatti saltare i ponti sul Piave dalle retroguardie dell’esercito italiano e tutto il Friuli e parte del Veneto passano sotto il controllo dei militari austriaci e germanici, che entrano da vincitori presentandosi col volto crudele e violento dei saccheggiatori.
La maggior parte delle case dei contadini e delle ville padronali sono depredate e non ci si può ribellare (“… se ti andava bene ne uscivi con la mandibola rotta dal calcio di un fucile”).
Anche Villa Spada (a Refrontolo poco distante dal Piave) non sfugge alla grande razzia ed è preda del nemico, che qui insedia un proprio comando.
In questa dimora signorile vive una famiglia nobile. Lo strambo nonno Guglielmo Spada, liberale di ferro e inguaribile guascone, la colta e sensibile nonna Nancy, l’austera zia Maria, il diciassettenne nipote Paolo, la rossa Giulia fuggita da Venezia per uno scandalo di cui nessuno vuole parlare. E poi la saggia Teresa, che fa parte della servitù come il custode Renato, arrivato da poco tempo alla villa con le referenze di un marchese toscano.
Il giovane Paolo, più che alla villa invasa, pensa allo sfacelo della seconda armata. Ripensa a quella miriade di gente in fuga, ai contadini e ai fanti, ai carri dei poveri, alle grosse macchine dei generali, ai feriti lasciati morire nei fossi. E’ l’avvilimento profondo che ha visto negli occhi di quelle persone che lo tocca profondamente…

Andrea Molesini in Non tutti i bastardi sono di Vienna scrive di un particolare momento storico che è stato definito in più occasioni una dimenticanza storiografica per il fatto che per un certo periodo sono mancati studi di un certo livello sull’argomento (ne ha ultimamente trattato in modo mirabile Camillo Pavan con In fuga dai tedeschi, ma anche Daniele Ceschin con Gli esuli di Caporetto). Della resistenza italiana nella prima guerra mondiale si è comunque sempre parlato poco, forse a causa dell’entusiasmo seguito alla grande vittoria, cui pochi anni dopo fece seguito l’avvento al potere del fascismo (che contribuì ad annegare nel mare del più untuoso patriottismo un tema di sicuro delicato e scomodo e comunque poco piegabile alla celebrazione).
Ciò che sorprende in Non tutti i bastardi sono di Vienna è la potenza espressiva e il realismo quasi fotografico. Molesini è sempre nitido, limpido, lucido: sceglie il particolare essenziale, che porta verso la meta.
Tutto è tessuto, finemente intrecciato, e svolto a poco a poco. Forse per questo, col fluire della sua scrittura, riesce a far vedere tutti i colori, le ombre, i gesti, le più varie sensazioni nascoste. E a ricordare la dignità e la sofferenza, l’altruismo e l’eroismo (e l’istinto di sopravvivenza) di persone dimenticate troppo presto dalla storia.

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