Archive for febbraio 2012

Tutte le cime di Reinhold Messner

28 febbraio 2012

Fin dall’infanzia Reinhold Messner ha sempre amato camminare sulla neve intonsa. Quando al suo paese nevica tutto assume un aspetto misterioso, magico. L’Alto Adige e le Dolomiti non sono solo la sua casa, sono molto di più: un forte simbolo di libertà spirituale, qualcosa di avvolgente e di protettivo. E’ lì che Messner trova sostegno e conforto perché lì c’è il mondo come se lo immagina. Questo mondo meraviglioso e stupefacente della sua infanzia gli ha insegnato ad affrontare la fatalità, ad assumersi sempre le proprie responsabilità anche nelle difficoltà più atroci, a conservare il rispetto di sé, a mantenere fedeltà ai propri principi e valori, al di là di tutti i viaggi fatti e di tutti i paesi visti. E’ in questi luoghi, in questa valle, che Messner è diventato l’uomo che è oggi.
Tutte le mie cime è una raccolta di splendide foto commentate da brani tratti dai diari delle sue salite, ma non solo. In questo volume di oltre trecento pagine edito dalla casa editrice Corbaccio per la collana “Exploit” ci sono immagini spettacolari che illustrano sessant’anni anni di imprese incancellabili, di volontà tenace e di intuito innato.
Reinhold Messner è aperto all’ascolto e interessato alle persone che incontra, ai villaggi sperduti, all’arte dell’uomo che si svela in ogni angolo di questo nostro splendido pianeta.
Leggendo si scoprono tradizioni, costumi e memorie di luoghi che hanno fatto la storia dell’alpinismo mondiale.
Messner ci mostra come il limite in alta quota può essere superato se ci mettiamo in ascolto della natura e del nostro essere. Ci fa soprattutto riscoprire l’etica e la morale nei confronti di un tecnicismo esasperato che sta facendo perdere alla montagna e all’alpinismo la propria anima. La rinuncia è la condizione imprescindibile per l’ascensione alpinistica. E’ necessario lasciare a valle non solo ogni pesante apparato tecnologico che voglia sostituirsi al corpo e allo spirito, ma anche tutte le volontà velleitarie dell’io.
Da leggere e rileggere con attenzione perché a ogni viaggio si scopre un Messner in continua crescita: dal bambino curioso di vedere al di là delle vette più vicine fino all’uomo che ricerca il suo limite interiore svelando la propria dimensione umana.
“Ho iniziato da bambino senza sapere nulla di alpinismo. Il punto di partenza è stato molto semplice: volevo vedere quel che c’era al di là delle montagne più vicine. Spinto dalla curiosità di esplorare territori nuovi. E un passo dopo l’altro mi sono ritrovato a scalare in una dimensione sempre più ampia.”
Sembra di essere lì, di arrampicare con lui soffermandoci a scrutare lo splendido panorama finalmente conquistato a fatica.


Reinhold Messner
Tutte le mie cime

Traduzione di Valeria Montagna
Corbaccio
2011

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Una piccola tabaccheria

27 febbraio 2012

L’unica maniera che Franco Buffoni conosce per rapportarsi a un altro poeta è quella di incontrarlo in un testo. Un incontro che si fonda sul magnifico potere creativo della parola e sull’innesto tra due poetiche, sulla poetica del tradotto e sulla poetica del traduttore.
La traduzione di un testo, attraverso la sua prosodia, il suo ritmo, la sua significanza, può davvero far dimenticare le differenze linguistiche, culturali, storiche, collocarsi da testo a testo, mostrare l’alterità linguistica, culturale e storica. Buffoni questo lo sa bene e sa anche individuare tutta quella pienezza di tempo che in una poesia si dilata e permette di immergersi nell’acqua primordiale dell’esistenza. Sa anche che non si può spezzare l’unità di significante e significato perché la traduzione non deve nascondere la sua natura perché è come negare l’esistenza stessa dell’originale. Un testo deve essere tradotto nella sua complessità di sistema e il lettore deve sapere che legge una traduzione, altrimenti ignora i valori dell’alterità.
Le parole hanno un senso profondo nella nostra vita perché avvicinano, differenziano, condannano, aiu­tano a ricor­dare, a non dimen­ti­care.
Per questo in ogni testo che traduce, Buffoni cerca di scoprire e distinguere l’elemento fondamentale, quello indispensabile, necessario, vitale, quello che da solo costituisce il senso profondo del testo, l’atto originario della sua scrittura. Così facendo ci rivela che il tempo è simile a un fiume ubiquo in cui tutte le apparenze cambiamo e si dissolvono, tutti i livelli si trasformano l’uno nell’altro, tutte le figure muoiono per rinascere con straordinaria naturalezza. E i versi tradotti ci fanno scoprire poche immagini capitali e un nobile candore, una gravità ingenua e senza ostentazioni. Una malinconica serenità che è la dolcezza più profonda e toccante, un desiderio di estasi che è una grazia incantevole in perenne metamorfosi.

Franco Buffoni
Una piccola tabaccheria
Marcos y Marcos
2012

Il Premio nazionale letterario Tropea adotta l’ebook

20 febbraio 2012

La VI edizione del premio letterario Tropea, promossa dall’Accademia degli Affaticati, quest’anno riserva una grande novità, ma soprattutto si ripropone come vero catalizzatore delle più recenti direzioni editoriali e culturali.
Secondo gli analisti del settore infatti l’editoria digitale è ormai una realtà concreta, gli editori stanno adeguandosi a questo nuovo orientamento offrendo al pubblico di lettori numerosi titoli in formato digitale facilmente scaricabile sui supporti di ultima generazione quali tablet o e-reader, oltre che naturalmente su computer portatili.
Il libro in formato elettronico non è più dunque un’idea futuristica ma un nuovo modo di intendere la lettura, e il Premio, che si è imposto all’attenzione nazionale ed internazionale sin dalla sua prima edizione come veicolo del valore e dell’importanza della lettura, ha prontamente risposto a questa tendenza emergente.
È il primo Premio letterario in Italia che ha deciso di abbracciare questo moderno approccio alla lettura e ai libri, un evento unico almeno fino a questo momento.
Non è certamente cosa da poco aver voluto dunque intraprendere un diverso ed innovativo percorso mantenendo però i propri capisaldi culturali, quei capisaldi che hanno fatto del Premio il suo marchio di qualità.
In un quinquennio, e potendo vantare tra vincitori, vogliamo ricordare il primo Roberto Saviano, poi Gianrico Carofiglio, Carmine Abate, e, gli ormai ex esordienti, Mattia Signorini e Donatella Di Pientrantonio, e finalisti – Gad Lerner e Giancarlo De Cataldo tra gli altri – nomi di pregio della cultura italiana, il Premio ha saputo ritagliarsi il suo spazio riuscendo a trovare il suo posto nel panorama culturale italiano.
Attraverso questa piccola rivoluzione il “Tropea” dunque intende riaffermare il senso del fare cultura attraverso differenti canali di ricezione libraria, utilizzando le nuove tecnologie e i nuovi modelli culturali per diffondere in modo ancora più capillare il gusto del leggere.
I 409 sindaci della Giuria popolare dunque riceveranno i tre libri finalisti – che saranno decretati entro la fine del prossimo mese di aprile – in formato elettronico. Una vera piccola rivoluzione quindi per i giurati – anche per i 41 componenti della giuria popolare, fra cui studenti –, e per il Premio che ancora una volta si modula ed espleta insediandosi nel cuore di questo nuovo trend.
Assecondando inoltre le nuove linee dettate dal Governo Monti, orientate sempre verso la digitalizzazione dei servizi nei diversi comuni italiani, potrà rivelarsi questa l’occasione per i comuni di confrontarsi con la tecnologia e quanto di meglio questa possa offrire.
Il Premio è riuscito in tal modo a canalizzare questi nuovi venti editoriali coniugando la tradizione, dato dalla sua stessa consolidata storia, e l’innovazione. Espletandosi in questa nuova modalità di fruizione letteraria, il Premio offrirà anche l’occasione per poter riscontrare le reazioni del pubblico dei lettori: una sorta di test dunque su campione esteso, a disposizione di chi voglia utilizzarlo per monitorare il livello di avanzamento lungo il percorso della digitalizzazione dei servizi.
La giuria tecnico-scientifica, presieduta da Isabella Bossi Fedrigotti, e tutti i suoi componenti, citiamo fra gli altri Giuliano Vigini, hanno fortemente voluto questa innovazione al Premio Tropea, sicuri che sarà proprio questo il punto forte di questa VI edizione e che certamente si replicherà il successo delle scorse edizioni.

Per maggiori informazioni e per visualizzare il bando completo di partecipazione si può cliccare sul seguente link:
www.premioletterariotropea.org

Lo spettacolo più difficile da raccontare

11 febbraio 2012

Raccontare la bolgia paradisiaca dello stadio San Paolo esplodere a salutare il primo scudetto sotto il Vesuvio o descrivere un contrasto fra Hateley e Altobelli sulla tre quarti nerazzurra non è per nulla facile. Allo stesso modo non si può descrivere Inghilterra-Usa senza pensare (almeno per un attimo) a Joe Gaetjens, l’haitiano che con la maglia degli Stati Uniti segnò la rete della storica vittoria per 1-0 sui maestri inglesi. E quando il Portogallo affronta la Costa d’Avorio al Nelson Mandela Bay Stadium di Port Elizabeth, non si può non immaginarsi a Lisbona e convincersi, scrivendo, di aver (davvero) visto Fernando Pessoa dietro una finestra.
Scrivere di calcio è facile a certi livelli, difficile a certi altri. Parlare della classe e della bellezza formale del gioco di Roberto Baggio o di Diego Armando Maradona, mano de Dios e piede sinistro di San Gennaro, può essere banale o profondo come un qualsiasi resoconto giornalistico.
La partita di calcio è lo spettacolo agonistico più difficile da raccontare. In campo si muovono e agiscono venticinque personaggi a loro modo protagonisti o comprimari il cui movimento può essere pensato o improvviso, ma può anche conformarsi a schemi noti o del tutto nuovi… La gran parte di questi personaggi viene dimenticata per la loro stessa fugacità, per l’avvicendarsi velocissimo degli spunti, dei fatti e dei contrasti. La palla corre da una porta all’altra con traiettorie spesso maligne che si disegnano nella rete mentre il frastuono sale oppure svanisce.
Antonio Gurrado e Francesco Savio in questa loro antologia, Anticipi, posticipi (estratta dalle rubriche “L’anticipo” e “Il posticipo” che gli autori curano su Quasi Rete, il blog della “Gazzetta dello Sport”), alternano resoconti di partite a osservazioni e note pungenti riuscendo a rappresentare con originalità e ironia (grazie anche a interessanti contaminazioni e a un linguaggio disincantato, lucido, acuto, intelligente) quel nodo aggrovigliato e confuso di passioni che è una partita di calcio.
Colpiscono molto Antonio Gurrado e Francesco Savio per fantasia, vena ed estro verbale. La loro è una scrittura agile, sempre un poco sopra le righe, tecnicamente inappuntabile, a tratti mordace e sarcastica, assolutamente inventiva. Una scrittura di qualità (di una leggerezza che riesce a essere allegra e malinconica al tempo stesso) con tutto il fascino dell’understatement e con notevoli spunti di ironia che conquistano e fanno pensare.

La sindrome di Rasputin

1 febbraio 2012

Siamo in una Buenos Aires gotica e decadente (in un futuro non troppo lontano) che prepara il bicentenario della sua indipendenza, tra bombe di nazionalisti, fredde colonne di fumo e palazzi crollati. Nonostante siano passati due anni dagli attentati sembra che l’incendio covi ancora sotto le macerie, tra i muri sgretolati, neri di fuliggine. Il fuoco ha distrutto una ventina di isolati fino alla piazza della stazione, dove i pompieri hanno fermato l’avanzata delle fiamme. La piazza, rimasta così, mezza nera, mezza verde, è diventata una sorta di attrazione turistica.
Myshkin, Maglier e Abelev lavorano di notte e passano giorni interi chiusi in casa a vedersi film di ogni tipo, soprattutto vecchie pellicole di muto. Hanno avuto l’appartamento in cui abitano a un prezzo stracciato. E’ un appartamento composto di un ampio soggiorno e di due stanze che lasciano vuote. Abelev ha una passione grande per l’espressionismo tedesco, Maglier ama alla follia Buster Keaton e Myshkin è un patito di Lon Chaney.
Hanno tutti e tre una curiosa malattia, la sindrome di Tourette, che provoca comportamenti compulsivi, tic improvvisi, deficit di attenzione, parole o movimenti senza uno scopo.
Myshkin ha ventiquattro anni e forse ha subito un po’ troppe ferite d’amore. Si innamora spesso e il più delle volte gli va male. Maglier ha trent’anni più di Myshkin ed è un po’ sospettoso e riservato  come Abelev.
Ora per i tre amici ora è successo qualcosa di importante e di brutto. Abelev è in una camera d’ospedale, ma non si ricorda niente. E’ lì immobilizzato dalle bende e dal gesso, con sonde e flebo dappertutto ed è sospettato di un crimine mai commesso e per Myshkin e Maglier è impossibile far finta di niente. E’ il momento di unire le forze…

E’ un libro speciale La sindrome di Rasputin di Ricardo Romero. Pieno di riferimenti letterari, musicali e cinematografici (Antonioni, Sokurov, Buñuel, ma non solo loro), piacevole da leggere e molto ben costruito nei dialoghi.
Romero si dimostra particolarmente ferrato nella sua scrittura e riesce a farci guardare in modo intelligente, saggio e sensibile attraverso gli occhi dei suoi personaggi coinvolgendoci emotivamente.
A volte si ha però l’impressione che probabilmente con una trama più complessa si sarebbero potute esplorare e approfondire di più certe intriganti tematiche lasciate sfumare un po’ più del dovuto. Forse certe cose accadono e si risolvono con troppa facilità e questo fa pensare a una struttura del romanzo costruita in un modo un po’ troppo affrettato.
Romanzo, comunque, di valore. Con diverse “scene” di alto livello.