Le tragicomiche email di Hansi Muller

Diceva Evaristo Beccalossi che “è meglio giocare con una sedia che con Hansi Muller perché almeno con la sedia, quando gli tiri addosso, la palla ti torna indietro…”
Con l’ex centrocampista dell’Inter l’Hansi delle tragicomiche email ha forse in comune un certo individualismo sfrenato, istintivo, incontrollato, quasi da fuoriclasse.
Forse per il trentacinquenne Hansi Muller del libro il vero problema è sincronizzarsi col mondo ed evitare la disperazione più cupa a causa di un lavoro che non arriva. Probabilmente sarà per il ricordo della sua vecchia fiamma che Hansi pensa ancora a certi paesi dei balocchi ed è fagocitato da un tedio astronomico tanto che la tempesta elettromagnetica gli fa il solletico e i dolori si fanno un po’ troppo sentire…
Può darsi sia per tutte queste cose che Hansi, con le sue disgrazie e i suoi disastri, ci rivela delicatamente e in modo armonioso l’insignificanza di tutte le cose che divertono e affliggono allo stesso tempo. E, attraverso le diverse situazioni ridicole, ci rivela il tragico visto di spalle. Perché, come dice Henri Bergson, “non esiste comicità al di fuori di ciò che è propriamente umano” o perché forse non c’è nulla di più esilarante e farsesco dell’infelicità.

Vincenzo Brighenti
Le tragicomiche email di Hansi Muller
Giovane Holden Edizioni
2011

Coltiviamo la città

Forse per salvare il mondo dobbiamo partire dal nostro giardino prendendoci cura del verde intorno a noi.
Scrive Massimo Acanfora che per Coldiretti il 37% degli italiani nel proprio tempo libero si interessa in modo attivo al giardinaggio e alla cura dell’orto raccogliendo frutta, ortaggi o erbe aromatiche. Sempre più cittadini però si stanno anche appassionando di orto da balcone e di aiuole metropolitane. Del resto in tempi di crisi come quelli in cui siamo dentro non sarebbe male pensare un po’ di più a produrre da sé quello che di solito acquistiamo. E poi ripristinare il contatto diretto con la natura significa ripristinare l’antico contatto con se stessi, curare il proprio benessere, fisico e spirituale. In poche parole tiene attivi e rilassa.
L’orto in città può essere una scelta intelligente, lungimirante, acuta.
Balconi, terrazzi, verande, ballatoi, ringhiere, poggioli, davanzali possono davvero cambiarci la vita e trasformarci da semplici consumatori a produttori di verdura.
Inoltre la cura dell’orto è da sempre un’attività democratica proprio perché la possono praticare tutti.
Voltaire, Francesco Petrarca, Alessandro Manzoni, Italo Calvino e tanti altri avevano tutti la passione dell’orto e del giardino. Francesco Bacone nella suo studio “Sui giardini” scrive che il giardinaggio è il più puro dei piaceri e anche Immanuel Kant lo colloca tra le arti maggiori.
Anche Hermann Hesse è stato un giardiniere paziente e tenace, malgrado dicesse che il suo orto alla fine era diventato una sorta di “dura schiavitù”. Il giardino, comunque, è stato fonte di ispirazione per la sua opera, come testimonia la poesia “Il sogno del giardiniere”.

Massimo Acanfora
Coltiviamo la città
Ponte alle Grazie
2012

Lettere salate

Nonno Freyer è capitano di marina e ama parlare delle correnti marine generate dalla temperatura del mare. Parla di acqua calda, fredda e paragona l’acqua calda alle arterie e il sangue al mare. Dice che gli oceani governano l’aria… un vero lupo di mare.
Nonna Freyer puzza di pesce e lascia una scia nell’aria. D’estate è perennemente inseguita dalle mosche. La gente arriccia il naso al suo passaggio e non riesce a capire come può una così dolce vecchietta con la cuffia blu emanare un odore così detestabile. Si dice che la dieta di nonna Freyer è tutta a base di pesce. La nonna mangia aringhe a colazione, a pranzo sgombro e alla sera merluzzo al forno oppure eglefino. La sua pelle è argentea e sogna di riuscire a camminare nei profondi fondali marini. Sembra che la nonna abbia imparato a respirare sott’acqua…
E’ il 1854 e Sarah, una giovane ragazza di sedici anni, scappa di casa per sfuggire a un uomo anziano e noioso a cui l’hanno promessa sposa. Vuole raggiungere l’Australia a bordo di un veliero ed è alla ricerca di una nuova vita e di un grande amore. Viaggia sotto il ponte di coperta in condizioni difficili insieme a tante altre ragazze sotto la sorveglianza di una signora. Durante questi due mesi di viaggio ci sono momenti tristi e momenti magici. Comincia a scrivere varie lettere indirizzate alla madre, ma spesso ne interrompe la scrittura per le difficoltà nel concentrarsi tra gli angusti spazi del dormitorio sottocoperta, il freddo pungente e il caldo soffocante. Racconta la vita delle diverse persone a bordo, ma anche di quelle lasciate alle spalle scappando. Rivela la storia un po’ angosciante della propria famiglia e un nome ritorna spesso nei suoi racconti, quello di Richard, suo cugino, con cui ha scoperto l’amore.

Un libro che presenta uno straordinario viaggio alla ricerca di una vita differente e più libera, un viaggio che è metafora della vita in una nave che è il piccolo mondo della società. Una splendida storia d’amore tra presente e passato.
Lettere salate nasce dalla tesi di laurea di Christine Balint ed è stato ispirato da una lettera che una donna avrebbe scritto alla figlia Sarah. Opera brillante di una giovanissima autrice al suo esordio.

(di Simone Ruffini)


Christine Balint

Lettere salate
Traduzione di Claudia Tarolo
Marcos y Marcos
collana Gli alianti
2002

Gli studenti di storia

Dopo il diploma otto studenti di una scuola superiore maschile di Sheffield nello Yorkshire tornano a scuola per un trimestre propedeutico agli esami prima di accedere alla facoltà di storia all’università.
Siamo nei primi anni Ottanta e l’aula dell’ultimo anno (che è un po’ l’immagine della Gran Bretagna thatcheriana…) è vuota fino a quando entra il professor Hector vestito da motociclista… Lo seguono, fieri e baldanzosi, i suoi otto allievi che lo aiutano a svestirsi da quello strano vestiario da centauro e finalmente, dopo che si è tolto il casco, gli porgono la sua elegante giacca.
Il professor Hector, insegnante anticonformista e maestro di ottimismo, si complimenta con tutti dicendo che ognuno di loro merita un riconoscimento dopo il diploma, ma quello che ora serve però è ricominciare a studiare perché il diploma è solamente un lasciapassare, una qualifica, una base su cui costruirsi il famigerato Curriculum Vitae…

Inizia così Gli studenti di storia, The History Boys, di Alan Bennett, una commedia (vincitrice di ben 6 Tony Award) gradevole e brillante in stile assolutamente british, sia per l’ambientazione incolore che per lo humor laconico e diretto, anche politicamente scorretto. Una pièce teatrale che deve poco a modelli del passato e mescola dramma, commedia, poesia, canto popolare, canti antichi, aneddoti e aforismi. Un libro che è indubbiamente stimolante e spesso sfrontato, impertinente, beffardo, canzonatorio. Comunque uno spaccato satirico, pungente e intensamente commovente sull’austera scuola inglese, ma anche sullo scopo dell’educazione oggi e sulla natura stessa della storia di cui siamo tutti in balìa.

Alan Bennett
Gli studenti di storia
(traduzione di Mariagrazia Gini)
Adelphi
2012

Il cacciatore di ombre

Quando don Patagonia passa a miglior vita, nel giorno di Natale del 1960, viene trovato dentro al suo comodino il manoscritto di un libro abbozzato e, sparsi ai piedi del letto, rotoli di carte geografiche, taccuini di appunti, anelli di pellicole e tante fotografie.
In Argentina e in Cile si diceva che era stato don Patagonia ad aver inventato la Patagonia e la Terra dei Fuoco, che era un moderno Magellano. Nelle scuole di quei paesi i ragazzi studiano ancora oggi le sue imprese e sanno che sulle carte molti punti erano marcati con la dicitura “inesplorata” prima che lui li scoprisse.
In Cile e Argentina tutti lo conoscono come don Patagonia, ma in Italia in pochi hanno sentito parlare di Alberto Maria De Agostini, inconsueta e straordinaria figura di missionario, fratello del più conosciuto De Agostini, fondatore dello storico Istituto Geografico di Novara.
Padre De Agostini, don Patagonia, è stato anche antropologo, poeta, scrittore, geografo, geologo, botanico, pittore, musicista. Un uomo anticonformista e pieno di risorse che lottò non poco per impedire l’estinzione degli ultimi Ona, Yaghan e Alakaluf.
Tito Barbini, viaggiatore lucido e appassionato, ha voluto ricordare un personaggio non comune attraverso un coinvolgente ed emozionante diario di viaggio sulle tracce di questa eccezionale figura di sacerdote che riuscì a conciliare in modo sorprendente passione geografica e missione apostolica.
Il cacciatore di ombre, edito da Vallecchi per la collana Off the road,  è un libro intimistico che è in grado, grazie al suo meraviglioso candore, di dar vita a veementi simmetrie tra passato e presente.
Barbini ha il dono di osservare. Lo fa interrogandosi sulle malefatte dell’uomo bianco, restituendo vita e dignità alle diverse ombre di cui a poco a poco si riempie il suo racconto.

Il cacciatore di ombre. In viaggio don Don Patagonia
Tito Barbini
Vallecchi
collana Off the road
2011

Vincere la paura del domani

Perseverare non è tanto diabolico, ma umano. Diabolico è rifiutarsi, declinare, starsene fermi ad aspettare che una qualche motivazione arrivi dall’alto, non impiegare a fondo tutte le risorse di cui, come esseri umani, siamo dotati. Se impegno e motivazione ci possono far raggiungere risultati sorprendenti, diabolico è sciupare questa possibilità.
E’ un po’ quello che dice la parabola evangelica dei talenti. Il servo pigro è quello che sotterra i talenti ricevuti dal padrone sprecando l’occasione di farli crescere. La disapprovazione è verso chi butta via la propria vita e non si impegna a far crescere le proprie capacità.
Forse la società in cui viviamo è davvero demotivata e ha abbandonato il senso dell’impegno e della volontà individuale? Forse sta condannando i suoi membri a non diventare mai padroni della propria vita? Sembra proprio di si e pare proprio che l’impegno sia sparito lasciando spazio a scorciatoie e a escamotage.
Il risultato di questa filosofia di vita è presto detto: inerzia, torpore, indifferenza, passività. Chi cresce con questa mentalità sarà di sicuro un  consumatore buono e docile.
Pietro Trabucchi, con Perseverare è umano (edito da Corbaccio), ci fa capire bene come funziona la motivazione e quando il concetto di «resilienza» risulta fondamentale. La resilienza è la capacità di perseverare, di far durare la motivazione malgrado le difficoltà e gli ostacoli. Resilienza è un termine proveniente dalla scienza dei materiali che specifica la proprietà di alcuni materiali nel preservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o alterazione.
E’ significativo, per capire cosa sia la resilienza, leggere Primo Levi quando scrive dell’importanza della “facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa anche in circostanze apparentemente disperate è stupefacente e meriterebbe uno studio approfondito.”
Resilienza è fare i conti con la propria impotenza, ma anche vincere la paura del domani. E’ una speranza inaspettata e spesso imprevedibile, una capacità che si può davvero costruire, allenare e aumentare nel corso del tempo.

Pietro Trabucchi
Perseverare è umano
Corbaccio