Archive for maggio 2012

La verità di Agamennone

31 maggio 2012

Tijuana è la città più importante dello stato messicano della Bassa California, capoluogo del comune omonimo e sesta area metropolitana più grande del Messico. Si trova sulla costa dell’Oceano Pacifico e la frontiera con gli Stati Uniti la separa da San Diego con cui forma l’area metropolitana di San Diego-Tijuana.
E’ oggi il luogo più attraversato al mondo, il classico posto di confine dove in cento metri tutto cambia e non esistono regole.
Per il governo messicano è “la porta del Messico”. Per Javier Cercas “un simbolo denso di significati sul lato messicano del muro la spiaggia brulica di famiglie numerose, coppie e gruppi di ragazzi che prendono il sole sulla sabbia o sguazzano nelle acque calme dell’oceano; sul lato gringo la spiaggia è completamente deserta, a parte la microscopica presenza di un paio di gabbiani sperduti e la malaugurata presenza di un paio di pattuglie della migra – la polizia statunitense antimmigrazione – che, immobili come tigri a riposo, vigilano acquattate per impedire che qualcuno violi questa frontiera di ferro…”

Javier Cercas ne La verità di Agamennone scrive di Tijuana, ma anche di Ronald B. Kitaj e Pollock, di Smirne e Kavafis, di Enrique Vila-Matas e Jules Renard, di Bill Bryson e Miguel de Unamuno, di dignità del romanzo e di falsificazione della storia, di nazionalismi e di invenzioni diaboliche, di paella senza riso e di arte del tradimento.
La scrittura di Cercas è intelligente, competente, sagace. Cercas approfondisce, tratta esaurientemente argomenti diversi fra loro, si fa domande e cerca di andare all’essenza delle cose. Colpisce la sua straordinaria precisione nel distillare idee brillanti e sottili raccontando sempre il vero.

Twitter:@marcoliber


Javier Cercas

La verità di Agamennone
(traduzione di Pino Cacucci)
Guanda
2012

Il mostro ama il suo labirinto

30 maggio 2012

Charles Simic è famoso per le sue brevi poesie criptiche e qui, in questi taccuini, dà il meglio di sé esprimendo (spesso in maniera molto divertente) opinioni sulla poesia, sulla vita e sul mondo.
Il modo migliore per leggere un libricino importante come Il mostro ama il suo labirinto è aprirlo a caso e vagare tra le sue pagine.
Si potrà leggere che nell’estate del 1944, quando il mondo era in fiamme, Simic, “Nerone in erba che continua imperturbato a grattare sulle corde”, prendeva lezioni di violino.
“L’appartamento della mia maestra era sempre gelido. Una grande stanza semivuota dal soffitto alto, già in ombra. Ricordo le prime note miagolanti del mio violino e le dure parole di biasimo della maestra. Quella vecchia signora mi ispirava un grande terrore. Ma anche un grande amore, perché dopo le sgridate mi dava dei dolcetti. Preziosi ed esotici, per esempio cioccolatini ripieni di rosolio. Stavamo seduti nella grande stanza vuota, ora quasi buia. lo mangiavo e lei mi guardava mangiare. «Povero bambino» diceva, e io pensavo si riferisse al fatto che non mi esercitavo abbastanza, che non capivo le sue spiegazioni, ma oggi non ne sono così sicuro. Anzi, sospetto che intendesse tutt’altro. E’ per questo che ne scrivo qui, per scoprire che cosa.”
Charles Simic è un acuto narratore che riesce a focalizzare in modo forte e intenso certe immagini andando al cuore del loro contenuto.
Leggere questi taccuini è un po’ come entrare nella mente di un poeta e decifrare i suoi ricordi, le metafore, le sue meditazioni sulla religione o sulla filosofia.
Una sorta di collezione (divisa in cinque parti) di pensieri, commenti e idee. Preziosi e scintillanti frammenti di scritti che spesso variano molto negli oggetti e negli argomenti che indagano in modo lucido il mistero e il significato del tempo.

Twitter:@marcoliber

Charles Simic
Il mostro ama il suo labirinto
(traduzione di Adriana Bottini)
Adelphi
2012

E’ Oriente

24 maggio 2012

“L’Oriente era un portale che schiudeva mondi nuovi, l’Est è un reticolato che esclude”. Paolo Rumiz, triestino, classe 1947, noto ed apprezzato editorialista di Repubblica, vincitore di numerosi premi per i suoi reportage di guerra e non, parte, sostanzialmente, dalla riflessione che quell’Oriente fecondo in cui affondano le radici profonde della nostra Europa, ad oggi, è percepito proprio da noi europei con disagio e diffidenza, fissato in un preconcetto drastico che ne fa sinonimo di frontiera, violenza, degrado, pericolosa instabilità, clandestini; è diventato Est, un monosillabo che indica solo un banale punto cardinale e fagocita sapori, tradizioni, sfumature, suggestioni.
Questa raccolta di appunti di viaggio, costituita da sei racconti editi ed inediti scritti tra il 1998 e il 2001, è soprattutto l’elogio del viaggio lento, in bicicletta, in treno, su chiatta, che permette di sintonizzare sulla stessa lunghezza d’onda il pensiero e il movimento, e consente di immergersi nei luoghi e abbeverarsi di colori, odori, suoni, sfumature altrimenti impercettibili. Attraverso la prosa frammentata eppure scorrevole di Rumiz ci si lascia guidare dolcemente attraverso le ampie distese dell’Ungheria dove aleggiano ancora tranquille le antiche nostalgie asburgiche, sui tetti spioventi della Mitteleuropa, sul Danubio, fiume “femmina dal grembo largo e quieto”, sorprendentemente uguale a se stesso dopo aver visto le sue sponde squassate da ogni sconvolgimento, attraverso boschi cupi e gelati che paion quelli delle favole da paura. E, ancora,  conosciamo i Ruteni, ex boscaioli senza patria, la povertà straziata dell’Ungheria che si coniuga a pericolosi nazionalismi, i bambini lituani che scivolano con le loro slitte sui declivi ghiacciati, sotto i quali la terra ribolle di centinaia di cadaveri. La narrazione, straordinariamente evocativa, di questo che è uno dei migliori scrittori di viaggi italiano, ci regala fotografie ora poetiche, ora spietate, ora malinconiche di una Europa orientale post comunista che conosciamo davvero poco e, come ogni cosa sconosciuta, ci fa paura.
Solo attraverso la conoscenza è possibile liberarsi dai pregiudizi e avere un po’ meno timori. Rumiz, osservatore attento dallo sguardo profondamente umano, ha una particolare capacità empatica  che gli consente di entrare in contatto con la gente e coglierne l’anima; il suo essere triestino, di una città, cioè, terra di confine e porta per l’Oriente per eccellenza in Italia, gli ha sicuramente regalato la capacità di totale apertura che impronta la sua scrittura. Inoltre, la grande conoscenza dei Balcani e dell’Europa danubiana gli consente di arricchirla di fitti riferimenti geografici e storici che si intrecciano a citazioni di colleghi e scrittori, oltre che alle riflessioni personali spesso improntate alla malinconia tipica di un innamorato delle cose di cui parla. Ecco, a volte quei riferimenti possono risultare faticosi per il lettore che non conosce quella geografia e quella storia. Tuttavia, e qui c’è la bravura dell’autore che ricorda ora Terzani, ora Magris, ora  Kapuściński, anche in quel caso, al lettore restano flash indimenticabili e bellissimi. Tra le tante che restano impresse, questa bella definizione: “Questo è il luogo dove le identità si addensano e non hanno alternativa tra la guerra e la coabitazione, tra l’autodistruzione e l’essere spazio unitario di spirito e civiltà”.

(di Alessandra Farinola)

Ethan Hawke e la scrittura fuggente

22 maggio 2012

Ethan Hawke è meglio conosciuto per i suoi ruoli da protagonista nel film L’attimo fuggente, Reality Bites, Gattaca, Amleto, e Training Day, per il quale è stato nominato a un Academy Award.
Per lui la scrittura è molto simile alla recitazione. Il suo aspetto peggiore, dice, è la solitudine che inevitabilmente porta. L’aspetto più affascinante la pace che è in grado di dare.
Quando scrive, nella prima stesura, cerca di farlo a mano o su una macchina da scrivere elettrica senza mai toccare il pulsante ‘cancella’.
Ama scrivere ascoltando musica e in particolare Exile on Main Street dei Rolling Stones, i Guns and Roses e qualsiasi pezzo dei Wilco, ma anche Lucinda Williams, Nina Simone, Roberta Flack, Kris Kristofferson.
Dice che la musica è più efficace di ogni altra cosa nella creazione di uno stato d’animo o di un particolare tono.
In Ethan Hawke non c’è mai un solo piano, ma molti piani e questi piani vengono spostati di continuo. Ogni luogo allude a un altro luogo e questo a un’altro ancora… Le cose si trasformano, gli astratti si animano. Tutti gli oggetti hanno un riflesso e questo riflesso è più reale dell’oggetto che riflette. Alla fine tutta quella realtà così densa e hreve si scioglie, si dissolve e a un tratto vediamo navigare nel cielo un corteo di nuvole lievi, rosee, ironiche, inconsistenti e mutevoli come i nostri sogni…
Di Ethan Hawke Minimum Fax ha stampato “L’amore giovane”, con la traduzione di Martina Testa, e “Mercoledì delle ceneri”.

Il mistero di un’epoca

21 maggio 2012

Il Warwickshire sarebbe potuto essere solo una delle tante colorite e folcloristiche contee inglesi se il destino non ci avesse fatto nascere proprio William Shakespeare.
Ancora oggi è un luogo ancestrale, primigenio, antichissimo. Ha i lineamenti di un’epoca remota, fattezze misteriose che si possono in effetti riconoscere nel territorio e nelle colline. Lo definiscono anche il cuore o l’ombelico d’inghilterra, con il chiaro sottinteso che Shakespeare rappresenti in qualche modo una sorta di valore nazionale “al centro del centro, nucleo o fonte dell’inglesità stessa”.
A nord di Stratford-on-Avon, dove è nato Shakespeare, si stendeva la foresta di Arden o almeno quello che restava dell’antico bosco, il Wealden, che ricopriva le Mldlands. C’erano  allevamenti di pecore, fattorie, prati, pascoli, terreni incolti, tratti di bosco e le case erano sparpagliate in giro. Arden per Shakespeare era un nascondiglio sicuro, una zona a cui  fuorilegge e vagabondi potevano accedere impunemente. Ecco perché gli abitanti dei boschi venivano considerati tanto ignoranti di Dio o di ogni costume del vivere civile come il più selvaggio degli infedeli. “Oltre al Wealden, nel Sud della regione, c’era il Fielden. Nella carta del Warwickshire tracciata da Saxton, stampata nel 1576, la zona è praticamente priva di alberi, a parte qualche macchia o boschetti sparsi. Il resto del territorio era stato convertito in sterpaglia e pascolo, e il terreno arabile si espandeva anche sulle colline.”
La conoscenza che Shakespeare aveva della zona era intima e profonda…

Con grande brio narrativo, Peter Ackroyd riesce a farci entrare nel XVI secolo descrivendoci Stratford-on-Avon, il paesaggio rurale, l’industria, gli animali e i fiori che appaiono nelle commedie di William Shakespeare. La grande passione di Ackroyd per il Bardo ci conduce attraverso straordinari quartieri londinesi e interni di edifici elisabettiani facendoci quasi toccare e vedere il competitivo, ma fertile mondo del teatro.
La biografia per Peter Ackroyd è un’indagine sul mistero del rapporto fra una personalità, quella di Shakespeare, e la sua epoca o, se vogliamo, sul mistero di un’epoca.
Un libro coinvolgente. Soprattutto vivo.

Twitter:@marcoliber


Peter Ackroyd

Shakespeare. Una biografia
(traduzione di Chiara Gambuti)
Collana I Colibrì
Neri Pozza
2011

La notte della Morava

17 maggio 2012

Manca poco a mezzanotte e il fiume Morava che arriva fin qui dalle Alpi Dinariche luccica per effetto di una splendida e insolita luce della luna. Sette persone si approssimano all’argine, dove è attraccato un battello chiamato “Notte della Morava”. A chiamarli qui, in quest’albergo galleggiante, è uno scrittore che ha scelto di ritirarsi dalla scena letteraria. I sette amici non sanno perché sono stati convocati a raggiungerlo. Ognuno si è sentito chiamare all’improvviso, in modo brusco, impensato, ma al tempo stesso con una strana delicatezza.
Sono tutti sorpresi quando vedono l’uomo, a detta di tutti misogino, che si presenta assieme a una donna. Tutti si domandano chi sia questa donna e da dove venga, se sia una donna fatale o se ci sia un piano dietro tutto questo strano apparire…
I sette uomini siedono tutti intorno a chi gli ha invitati e cominciano a fare le domande più diverse, ma lo scrittore non vuole rispondere subito, prende tempo, ha una notte intera davanti a sé per raccontare loro una storia.
Tutta una notte per parlare del viaggio che dall’isola di Krk lo ha condotto in Spagna, in Galizia, in Germania e poi in Austria. Un viaggio di ritorno, indietro nella propria vita, nei luoghi in cui tutto è cominciato. Un viaggio verso gli emarginati della società per ritrovare tracce di sé, della sua vita precedente. Una fuga da una donna che lo ha seguito dappertutto per ucciderlo. Una donna che forse ora è la stessa che sta lì con loro e con loro attende l’alba…

Peter Handke, con La notte della Morava, ha scritto il suo romanzo più ambizioso e forse il più personale. Un romanzo in cui le parole sono simili a stoffe porose o a nuvole di colpo percorse dal vento o dal sole e che per questo si lasciano passare attraverso, intridere, inumidire, irradiare dalle luci e dalle ombre della terra.

Twitter:@marcoliber


Peter Handke

La notte della Morava
(traduzione di Claudio Groff)
Collana Narratori Moderni
Garzanti
2012

Il poeta di Gaza

14 maggio 2012

L’uomo di Gaza parla un buon ebraico. Daphna, quando parla con lui al telefono, è una donna diversa. Non è disperata come quando parla al telefono col suo avvocato, né inquieta o rattristata come quando discute col suo caporedattore. Al telefono domanda all’uomo con fare tenero come si sente e se ha ancora dolori. Lui le racconta di essere andato al mare quel pomeriggio. Al mare ci sono intere famiglie che vivono tutta l’estate sulla spiaggia in tenda, perché nei campi profughi non si respira. Ci sono interi gruppi di persone, le donne sono velate come in Arabia Saudita ed entrano in acqua completamente vestite.
L’uomo di Gaza non riesce a dormire la notte. Ha provato anche con la droga, ma questo non lo aiuta, anzi, peggiora le cose. Daphna gli ripete che lo tirerà fuori da lì e non deve preoccuparsi, che lo richiamerà tra qualche giorno.
Intanto un giovane ufficiale dei servizi segreti israeliani specializzato nella prevenzione di attentati, in seguito alla morte di un prigioniero, ha un incarico differente dal solito. Deve conoscere, fingendosi un aspirante romanziere, l’affascinante e misteriosa scrittrice Daphna. E’ israeliana, ma i servizi segreti vogliono utilizzare lei per entrare in contatto con il suo amico Hani, un importante poeta palestinese. L’ufficiale, svolgendo questo incarico, entra in crisi perché non sa più cosa è giusto e cosa è sbagliato…
Leggendo questo libro di Yishai Sarid si scopre come le certezze del protagonista crollino facendo riaffiorare in lui sentimenti creduti dimenticati dopo anni di attentati, duri interrogatori e torture.
Un libro, Il poeta di Gaza, già vincitore del Grand Prix de Littérature Policière 2011, che mostra le numerose contraddizioni dell’Israele dei giorni nostri e le relazioni tra i vari settori della società. E che ci fa scoprire come si può vivere in un paese in guerra e come tutto questo possa determinare la morale della collettività e di ogni individuo.

(di Simone Ruffini)


Yishai Sarid

Il Poeta di Gaza
(traduzione di Alessandra Shomroni)
Edizioni e/o
2012