E’ Oriente

“L’Oriente era un portale che schiudeva mondi nuovi, l’Est è un reticolato che esclude”. Paolo Rumiz, triestino, classe 1947, noto ed apprezzato editorialista di Repubblica, vincitore di numerosi premi per i suoi reportage di guerra e non, parte, sostanzialmente, dalla riflessione che quell’Oriente fecondo in cui affondano le radici profonde della nostra Europa, ad oggi, è percepito proprio da noi europei con disagio e diffidenza, fissato in un preconcetto drastico che ne fa sinonimo di frontiera, violenza, degrado, pericolosa instabilità, clandestini; è diventato Est, un monosillabo che indica solo un banale punto cardinale e fagocita sapori, tradizioni, sfumature, suggestioni.
Questa raccolta di appunti di viaggio, costituita da sei racconti editi ed inediti scritti tra il 1998 e il 2001, è soprattutto l’elogio del viaggio lento, in bicicletta, in treno, su chiatta, che permette di sintonizzare sulla stessa lunghezza d’onda il pensiero e il movimento, e consente di immergersi nei luoghi e abbeverarsi di colori, odori, suoni, sfumature altrimenti impercettibili. Attraverso la prosa frammentata eppure scorrevole di Rumiz ci si lascia guidare dolcemente attraverso le ampie distese dell’Ungheria dove aleggiano ancora tranquille le antiche nostalgie asburgiche, sui tetti spioventi della Mitteleuropa, sul Danubio, fiume “femmina dal grembo largo e quieto”, sorprendentemente uguale a se stesso dopo aver visto le sue sponde squassate da ogni sconvolgimento, attraverso boschi cupi e gelati che paion quelli delle favole da paura. E, ancora,  conosciamo i Ruteni, ex boscaioli senza patria, la povertà straziata dell’Ungheria che si coniuga a pericolosi nazionalismi, i bambini lituani che scivolano con le loro slitte sui declivi ghiacciati, sotto i quali la terra ribolle di centinaia di cadaveri. La narrazione, straordinariamente evocativa, di questo che è uno dei migliori scrittori di viaggi italiano, ci regala fotografie ora poetiche, ora spietate, ora malinconiche di una Europa orientale post comunista che conosciamo davvero poco e, come ogni cosa sconosciuta, ci fa paura.
Solo attraverso la conoscenza è possibile liberarsi dai pregiudizi e avere un po’ meno timori. Rumiz, osservatore attento dallo sguardo profondamente umano, ha una particolare capacità empatica  che gli consente di entrare in contatto con la gente e coglierne l’anima; il suo essere triestino, di una città, cioè, terra di confine e porta per l’Oriente per eccellenza in Italia, gli ha sicuramente regalato la capacità di totale apertura che impronta la sua scrittura. Inoltre, la grande conoscenza dei Balcani e dell’Europa danubiana gli consente di arricchirla di fitti riferimenti geografici e storici che si intrecciano a citazioni di colleghi e scrittori, oltre che alle riflessioni personali spesso improntate alla malinconia tipica di un innamorato delle cose di cui parla. Ecco, a volte quei riferimenti possono risultare faticosi per il lettore che non conosce quella geografia e quella storia. Tuttavia, e qui c’è la bravura dell’autore che ricorda ora Terzani, ora Magris, ora  Kapuściński, anche in quel caso, al lettore restano flash indimenticabili e bellissimi. Tra le tante che restano impresse, questa bella definizione: “Questo è il luogo dove le identità si addensano e non hanno alternativa tra la guerra e la coabitazione, tra l’autodistruzione e l’essere spazio unitario di spirito e civiltà”.

(di Alessandra Farinola)

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