Archive for giugno 2012

Crescere e diventare “grandi”

22 giugno 2012

Attorno alla tavola della festa un bimbo parteggia per la stralunata allegria della nonna che balla con l’attaccapanni, anziché per i parenti noiosi e incattiviti dalle loro vite. Perché solo l’innocenza dei vecchi e dei bambini è capace di sentire la musica anche quando non c’è.
Uno strano tassista, che dice di essere Babbo Natale, rapisce un bambino per una intera notte. E, tutto sommato, non è così brutta come alternativa  a dover passare la notte di Natale col papà alcolizzato di cui si può avere anche paura in certi momenti…
Un funerale è l’occasione per rivedere un vecchio amico, conosciuto a soli sette anni, quando era tornato a Lima dopo l’esilio di suo padre: non era stato facile sentirsi “a casa” e quell’amicizia era stata un’ancora di salvezza. Ma ha lasciato anche dei segni profondi.

I protagonisti dei dieci racconti di questa antologia del giovane scrittore peruviano, spagnolo d’adozione, considerato un talento emergente della letteratura sudamericana, sono ragazzi dai sette ai vent’anni, alle prese col passaggio difficile dall’infanzia all’adolescenza. Ma se il tema potrebbe essere universale  e declinato allo stesso modo ad ogni latitudine, una lettura appena più attenta mostra come le sfumature possano cambiare in relazione alla storia politica e alle condizioni economico – sociali. È come se crescere in un paese come Lima sul finire degli anni Ottanta, tormentata dalla violenza e dalla guerriglia, fosse decisamente più “triste”, così che, per usare le parole dell’autore, i protagonisti delle storie debbano passare “dall’illusione al cinismo”, dall’innocenza dell’infanzia al disincanto dell’essere adulti. Racconti come ricordi sfilacciati, dunque, che appartengono al vissuto di Roncagliolo e degli amici cresciuti con lui, alla scoperta dell’amore e del sesso passando attraverso le violenze, gli stupri, la morte, e con la variabile costante delle droghe, spesso unico rifugio alla sofferenza. “La cocaina ha sostituito la rivoluzione” dice l’autore in una intervista. Il tono è raramente drammatico, anzi spesso si fa sorprendentemente  ironico, quasi a voler mostrare con una certa leggerezza che, dopotutto, si è bambini, si cresce e si diventa “grandi” sempre e comunque, nonostante tutto. Certo da qualche parte accade più in fretta e in maniera un po’ più brusca. Ma, in fondo, “crescere è un mestiere triste” ovunque, dovremmo ammetterlo tutti. Un plauso, dunque, alla giovane casa editrice per aver fatto conoscere questo interessante autore anche in Italia.

(di Alessandra Farinola)


Santiago Roncagliolo

Crescere è un mestiere triste
(traduzione di Elisa Contipelli, Maddalena Cazzaniga, Paolo Vertic)
collana Vie
Keller
2005

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Un breve viaggio e altre storie

18 giugno 2012

Scrive Paolo Rossi, grande storico della filosofia e della scienza (e professore d’altri tempi), che la memoria storica deve essere cosciente delle deformazioni che spesso si operano sul passato. Non ci si deve dimenticare dei diversi errori di valutazione, non si può cedere alla presunzione di sapere quale sia il confine “tra le convinzioni accettabili e le credenze settarie e superstiziose, tra il libero aperto pensiero e il fanatismo intollerante e settario”.
Avere una memoria storica in passato era un alto obiettivo per una società di uomini imprigionati e attanagliati da un paradosso: il desiderio di poter dimenticare ciò che è stato, l’ambizione di ricordare e trovare una continuità con ciò che è avvenuto, cercando così di trasporre nella prassi la definizione degli antichi di “storia maestra di vita”.
Al passato non si è mai indifferenti. Per questo tentiamo di riscriverlo e anche di cancellarlo. Forse perché in quello specchio non ci vogliamo guardare.
L’oblio è necessario alla vita, la possibilità di dimenticare il passato è funzionale al presente. La storia basata sulla memoria storica deve “servire” la vita, mentre rischia di paralizzarla e incatenare l’uomo al passato.
Nietzsche scrive che “solo per la forza di usare il passato per la vita e di trasformare la storia passata in storia presente, l’uomo diventa uomo”.
Il succedersi degli eventi nella vita degli uomini, si nutre di futuro, di un futuro fatto non solo di incertezze, ma anche di speranze che spingono al credere e al fare. Forse solo “il senso della caducità delle cose umane, la pazienza e l’indulgenza, la prudenza, la scepsi, il rifiuto della tentazione del tutto o niente” che devono guidarci nel nostro tentativo di cercare delle risposte a domande che nascono da incertezze e tengono vive le speranze.
Un libro impossibile da dimenticare.


Paolo Rossi

Un breve viaggio e altre storie
Raffaello Cortina Editore
2012

Leopardi antiromantico

15 giugno 2012

Giacomo Leopardi è un lirico assolutamente moderno e allo stesso tempo del tutto estraneo alla linea Romanticismo-Simbolismo. Non è contro l’Illuminismo, ma è un continuatore e questo ne fa un personaggio unico, appartato, solitario. La storia poetica dell’Ottocento italiano si è dunque svolta in modo del tutto indipendente da lui.
Il pensiero filosofico e poetico di Leopardi ama svolgersi per opposizioni binarie senza sintesi. Questo implica uno schiacciamento di una parola sull’altra, come nel caso della natura malvagia che perseguita tutto e tutti sempre, senza più distinzione fra antichi e moderni e fra i più o i meno civilizzati.
Nel Discorso di un italiano, per esempio, Leopardi scrive che “la natura non si palesa ma si nasconde” ed è una frase che può anche avvicinarsi a certe atmosfere romantiche. Cinque anni dopo, il 22 maggio 1823, subito prima del Dialogo della Natura e di un Islandese, Leopardi scriverà nello Zibaldone che “la natura ci sta tutta spiegata davanti, nuda e aperta”, cioè l’esatto contrario della concezione romantica della natura come mistero e inconoscibilità. E’ in gioco in Leopardi la fiducia nella capacità della ragione di andare a fondo in tutto ciò che nella natura è “tutto spiegato”.
Leopardi antiromantico è diviso in tre parti: saggi generali che riguardano aspetti complessivi del pensiero e della prassi poetica di Leopardi, altri saggi su alcune costanti della lingua e della metrica dei Canti e tre letture di testi poetici fra i più significativi ed efficaci.
Un libro elegante e ricco, rigoroso e costantemente aperto.

Pier Vincenzo Mengaldo è nato a Milano nel 1936. E’ stato allievo di Gianfranco Folena, con cui si è laureato. E’ un critico letterario nato come filologo e storico della lingua. Ha insegnato fino a pochi anni fa all’Università di Padova.


Pier Vincenzo Mengaldo

Leopardi antiromantico
Saggi
Il Mulino
2012

La letteratura nell’età globale

12 giugno 2012

L’età globale è quell’età dentro cui si manifesta il fenomeno dell’umanità multiculturale.
Quando oggi si parla di letteratura è quasi naturale mettere in discussione alcune concezioni tradizionali come l’idea che i grandi testi poetici e certe importanti opere della letteratura abbiano valori peculiari e caratterizzanti, qualità estetiche che li pongono in una sorta «campo» speciale diverso da ogni altra forma di comunicazione scritta, in particolare dalle opere di facile consumo popolare. “Queste ultime hanno soprattutto scopo di intrattenimento, da adesione ai gusti predominanti nel mercato, da rispetto per trame, temi, personaggi tipici dei vari «generi» popolari: romanzi di avventura, romanzi d’amore, romanzi giudiziari, del mistero o di cronaca nera, storie illustrate, descrizioni di paesi esotici, libri di divulgazione ecc. La distinzione rinvia a una differenziazione, tipica della società borghese moderna, tra vari tipi di pubblico, corrispondenti ai vari strati della società: in una società tipicamente piramidale come quella borghese moderna (un vertice ristretto costituito dalle élite colte, uno strato più ampio costituito dai ceti medio-borghesi, uno strato più basso e ancora più ampio costituito dai ceti popolari) il pubblico «consumava» prodotti diversi, normalmente di due categorie: i prodotti di alta qualità artistica, destinati al pubblico di élite, e i prodotti di bassa qualità artistica, destinati al consumo sia delle classi medio-borghesi sia, nei limiti in cui queste avevano accesso a tali prodotti, delle classi popolari. Spesso i due diversi tipi di prodotti culturali circolavano attraverso canali di distribuzione editoriale differenziati: esistevano infatti case editrici che per vocazione, e per ragioni di mercato, si rivolgevano al pubblico popolare, così come esistevano giornali che pubblicavano per esso (nelle «appendici», creando così la cosiddetta «letteratura d’appendice») e teatri pensati per questo pubblico (con operette, vaudevdle, spettacoli di varietà e di intrattenimento).”
In America, a inizio Novecento, si sono persino coniati, per catalogare i vari tipi di pubblico, le espressioni high-brow e low-brow (fronte alta e fronte bassa), con riferimento ai modi in cui nelle vignette e nella letteratura illustrata si rappresentavano gli intellettuali e gli incolti.
Il critico americano Dwight McDonald si è poi accorto che, con la letteratura di massa di livello basso e popolare e in posizione intermedia rispetto alla letteratura alta, si stava espandendo anche una letteratura media. “Anche nella produzione letteraria le distinzioni non erano più troppo nette e poteva nascere un fenomeno come quello del best-seller di qualità: un prodotto letterario di tono abbastanza elevato eppure a diffusione molto ampia. Negli anni più vicini a noi la situazione si è ulteriormente complicata, con la fine di ogni possibile forma di sperimentazione e avanguardia artistica o letteraria e la dominanza sempre più netta dell’industria culturale e delle leggi del mercato.”
Ma quali sono i testi connessi alle logiche del mercato e quali i testi più liberi, provvisti di capacità critiche e conoscitive su noi stessi, sul mondo e sulle stesse nuove circostanze della produzione culturale? Con questo libro Giuliana Benvenuti e Remo Ceserani ci raccontano molto bene i molteplici rapporti “fra centri e periferie, fenomeni di dominio e fenomeni di contestazione di tale dominio, zone sociali e culturali che si contrappongono alle pratiche uniformanti della globalizzazione.”


Giuliana Benvenuti-Remo Ceserani

La letteratura nell’età globale
Universale Paperbacks
Il Mulino

La fluidità della scrittura

7 giugno 2012

Trasmissione televisiva Mixer, aprile 1988. Pietro Citati è intervistato da Giovanni Minoli.
Mi ha colpito, rivedendo questi momenti di intervista, quando Citati, a proposito della sua ricerca su Goethe, dice che questo per lui è stato il libro più faticoso da realizzare perché è nel corso dei dieci anni di stesura che ha imparato a scrivere. Prima, dice, scrivevo senza ritmo, mi mancava la fluidità, quel movimento straordinario e meraviglioso che parte dalla prima sillaba e finisce solo all’ultima parola…
E’ l’aspetto e questa idea della fluidità (che è poi scorrevolezza, ma anche eleganza…) a colpirmi.

E’ caduta una stella

7 giugno 2012

Viene ritrovato su una spiaggia il corpo senza vita di una giovane stella del cinema sulla spiaggia. A prima vista sembra un annegamento accidentale. Al telefono con il sovrintendente Barker, l’ispettore Alan Grant dice che si tratta senz’altro di omicidio, che ne è convinto anche il medico legale. Le unghie sono spezzate, la donna ha indubbiamente graffiato qualcosa, ma sotto, dopo un’ora nell’acqua salata, c’è rimasto ben poco. Gli indizi parlano chiaro, ma sono ambigui, incerti, qualcosa non torna. Forse nessuno avrebbe sospettato mai di nulla se non fosse stato per alcuni particolari sospetti che non passano inosservati. Sembra tutto “normale”. Una donna va a fare il bagno all’alba e viene ritrovata annegata: niente di più comune. Nessuna impronta, nessun’arma, nessun segno di violenza…

Si nota che è stato scritto per un pubblico un po’ diverso da quello attuale, ma questo libro dimostra che la scrittura di qualità è senza tempo.
Il ritmo è molto vivace e i personaggi sono disegnati in modo efficace, arguto, moderno.
In E’ caduta una stella (1933) fa la sua comparsa l’ispettore Alan Grant, tra i personaggi più riusciti tra quelli ritratti da Josephine Tey.
Josephine Tey è annoverata tra i grandi scrittori inglesi dell'”epoca d’oro del mistero”. Il suo vero nome era Elizabeth Mckintosh e ha scritto diversi romanzi e opere teatrali con lo pseudonimo di Gordon Daviot, ma è ricordata soprattutto per i romanzi gialli. Il suo romanzo più famoso, La figlia del tempo del 1951 è quasi sempre indicato tra i primi dieci mistery di tutti i tempi.

Josephine Tey
E’ caduta una stella
Oscar Mondadori
2012

Il tè del Cappellaio matto

6 giugno 2012

Di Pietro Citati colpisce quel suo particolare timbro e quel senso di elegante e raffinata diversità. A far appassionare della sua scrittura è la straordinaria abbondanza dello spazio immaginativo, uno stupefacente luogo in cui perdersi e ritrovarsi allo stesso tempo.
Citati, intrecciando i fili diversi della letteratura, sta al gioco del testo, ama osservare ogni avvicendamento tra la fantasia e la realtà, fa rivivere sensazioni, sentimenti, conoscenze.
Come quando contempla i colori della natura con gli occhi di Baudelaire e pensa a “quanti matrimoni melodiosi, quante ingegnose combinazioni pittoriche” si possono osservare. E di sera, quando il sole arriva a confondersi con le acque, “delle rosse fanfare si slanciano da ogni parte: una sanguinante armonia scoppia all’orizzonte, e il verde dell’erba e degli alberi si imporpora” e dopo poco “delle vaste ombre azzurre cacciano davanti a sé la folla dei toni aranciati e rosa tenero, dove la luce si indebolisce”. Ma “se guardiamo la mano di una donna, il verde delle forti vene che la solcano si accorda con i toni sanguinolenti delle articolazioni: il rosa delle unghie con le sfumature brune o grigie della prima falange; le linee della vita, rosate e quasi vinose, con le vene verdi o azzurre che le attraversano…” Non possiamo quindi non pensare che “la Natura è una perfetta armonia di colori: una melodica vibrazione di riflessi, di ombre e di sfumature; un impasto di toni simile alle tele di Tiziano e di Rubens.”
Una natura che è anche un libro, ma serve poco a chi non lo sa leggere. E “chiusi in questo cerchio, mentre guardiamo quel leccio, quel cespuglio di oleandri rossi, quelle presuntuose nappe di lagerstroemia, quella siepe di cinta, ci sembra di percorrere cogli occhi i capitoli, le pagine, i capoversi, le righe, le parole, le sillabe, i segni, gli spazi bianchi di un grande volume.”

Twitter:@marcoliber


Pietro Citati

Il tè del Cappellaio matto
Adelphi
2012