Il senso di una fine

Tony Webster ricorda la sua ristretta cerchia di amici ai tempi della scuola.
Allora si sentivano tutti forti e immortali. Si immaginavano dei prigionieri dentro a un  bizzarro recinto a cui non rimaneva che resistere, combattere, competere. Aspettavano forse solo un’accelerazione improvvisa o che un certo momento finalmente arrivasse di colpo, inaspettatamente. Come potevano immaginare che le loro vite erano invece già cominciate e che qualche danno lo avevano già combinato. Non capivano che dopo, nella vita, sarebbero stati liberati dentro un recinto più grande i cui limiti avrebbero in principio faticato a riconoscere…
Erano anarchici e meritocratici. Ogni sistema sociale e politico pareva loro fuorviato, pervertito, venduto. Leggevamo con foga Russell, Wittgenstein, Camus e Nietzsche, ma anche George Orwell, Aldous Huxley, Dostoevskij e Baudelaire.
Erano presuntuosi, ambiziosi, saccenti. Usavano espressioni come «Weltanschauung» o «Sturm und Drang». “Ci piaceva dire che una cosa era «filosoficamente tautologica», e assicurarci l’un l’altro sul fatto che il dovere primario della forza creativa fosse la trasgressione…”

Julian Barnes ne Il senso di una fine eccelle non poco nel colorare la realtà quotidiana meditando sulla storia, sulla memoria e sulla responsabilità individuale.
La sua prosa è ricca senza risultare appariscente e possiede una precisione e un’economia di linguaggio che in certi punti ricordano William Trevor.
Il senso di una fine, Man Booker 2011, ha tutte le caratteristiche di un classico della letteratura inglese grazie a un’architettura sottilissima e peculiare, molto accurata, calzante, pregevole.
Una scrittura avvolgente, sinuosa, piena di cose e di deliziosi dettagli che lascia il segno.

Twitter:@marcoliber

Julian Barnes
Il senso di una fine
(traduzione di Susanna Basso)
Einaudi
2012

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La vendetta

Rocco è un barbone senza fissa dimora che vive ai margini della vita di strada. Vaga per Firenze, la sua città, con aria desolata e sopravvivere per lui è un’occupazione a tempo pieno.
Da qualche tempo Rocco non fa che pensare a una frase che lo tormenta e non lo fa dormire: “non chiamare mai felice un uomo prima di averlo visto morire”. L’aveva letta tanti anni prima in un libro di scuola e ogni tanto gli viene in mente senza apparente motivo. “Non chiamare mai felice un uomo…” Forse, pensa, non ha veramente mai colto il senso di quelle parole…
Adesso vive sotto un massiccio ponte con due grossi piloni piantati nell’acqua con forza quasi a offendere il fiume. Un ponte di cui non conosce nemmeno il nome. Ci dorme sotto da tanto tempo e conosce per filo e per segno tutte le fessure di quelle pietre, i trasudamenti e quelle scritte assurde.
Quel giorno sembra essere diverso da tutti gli altri e, mentre cammina tra i vicoli intorno a piazza del Duomo, vede una foto su un manifesto incollato al muro.
Non ci può credere… E’ proprio lui! La stessa faccia tonda e piatta di cinquant’anni prima, lo stesso sguardo altezzoso, schifato del mondo intero… Sì è lui, non ci sono dubbi… Ha solo meno capelli e sono quasi tutti bianchi, ma la faccia è la stessa.
Un pianto di rabbia quasi soffoca Rocco che ora ha di nuovo una ragione per vivere…

Marco Vichi, scrittore fiorentino e sceneggiatore sia televisivo che teatrale, è l’ideatore della serie del commissario Bordelli e di altri fortunati romanzi di ambientazione fiorentina.
La Firenze de La vendetta è una Firenze oscura e sudicia in cui i barboni razzolano avanzi nell’immondizia vivendo nella miseria.
Vichi racconta il disperato gelo dell’anima e, scrivendo, lascia cadere i fatti e le sensazioni, una goccia dopo l’altra, scavando la pietra. Ha il dono di una scrittura pungente, spietata, dolorosa. Il dolore, la passione, la collera, l’ira sono compressi: tutto è concentrato fino all’esplosione.

Twitter:@marcoliber


Marco Vichi

La vendetta
Guanda
2012

Sono irreali, come la televisione

Fa pensare un intervento di Carlo Fruttero dell’ottobre 2009 (tratto da un incontro con Pietro Citati).
“Guardali, i politici del 2009. Vogliono soltanto una cosa: apparire, esibirsi, esaltarsi: naturalmente alla televisione. Sono figli della televisione, che li ha completamente contagiati e contaminati. Chiaccherano. Non hanno peso né riserve. Sono irreali, come la televisione. Pensano che il gradimento televisivo sia tutto, mentre non importa nulla. Non sanno fare né preparare. Tra pochissimo, non li vedremo più. All’improvviso scompariranno, insieme al nostro paese: come un corteo di nuvole, come un’accolita di fantasmi.”

Il cretino

Per quanto la “rispettabile se non esauriente trilogia del cretino” rievochi anni lontani (La prevalenza del cretino è del 1985, La manutenzione del sorriso del 1988 e Il ritorno del cretino del 1992), l’argomento continua a essere spinoso e particolarmente attuale perché la stupidità umana “conosce sempre nuove incarnazioni, i suoi corsi e ricorsi rappresentano una sfida costante al pensiero speculativo”. Perché il cretino è un essere distaccato, impassibile, ostinato e “la sua forza vincente sta nel fatto di non sapere di essere tale, di non vedersi né mai dubitare di sé e “colpito dalle lance nostre o dei pochi altri ostinati partecipanti alla giostra, non cadrà mai dal palo, girerà su se stesso all’infinito svelando per un istante rotatorio il ghigno del delirio, della follia.”
Il cretino non si può sconfiggere e odiarlo è solo tempo perso. “Dileggio, sarcasmo, ironia non scalfiscono le sue cotte d’inconsapevolezza, le sue impavide autoassoluzioni; e comunque il riso gli appare a priori sospetto, sconveniente, inferiore, anche quando – agghiacciante fenomeno – vi si abbandona egli stesso.”
Una trilogia di un umorismo spietato, inesorabile, senza pietà scritta dai più degni eredi dei “philosophes” illuministi. Un libro divertente, ironico e garbato che non è “né denuncia, né rivalsa, né vendetta, ma testimonianza stoicamente ilare, quasi rassegnato sospiro, estremo gesto di reazione quando le braccia tendono a cadere.” Un libro sorprendente e attuale a tal punto che diventa sconvolgente leggerlo.

Twitter:@marcoliber


Fruttero & Lucentini

Il cretino
Oscar Mondadori
2012

Hitch 22 e le mie memorie

Giano, il dio romano custode dell’universo e il dio dell’inizio, sembra in qualche modo essere tra i protagonisti delle memorie di Christopher Hitchens, per quella strana capacità da parte dello scrittore inglese naturalizzato americano di guardare allo stesso tempo avanti e indietro e per essere stato un personaggio così controverso nella sua carriera di giornalista, saggista, critico letterario e commentatore politico.
Lui, Christopher Hitchens, ha qualche idea di come cominciò a trovarsi immedesimato in due modi di pensare diversi.
Ricorda quando era in piedi su un traghetto che stava attraversando una baia d’incanto e un bellissimo sole illuminava il cielo e il mare disegnando anche il modo in cui queste due distese si riflettevano a vicenda. La sfumatura di verde che ne risultava contrastava in modo deciso con la vegetazione sulle pendici delle colline e produceva una combinazione intensa e scintillante nel momento in cui colpiva gli edifici bianchi di fronte al mare.
“Come un lampo di dramma e bellezza, di marina e paesaggio, è un ricordo inaugurale bello quanto lo si potrebbe desiderare.
Dato che questa piccola crociera avviene verso il 1952 e io sono nato nel 1949, non ho mezzi per sapere che si tratta del Grand Harbour della Valletta, capitale della minuscola isolastato di Malta e una delle più belle città europee caratterizzate da uno stile tra rinascimentale e barocco. Gioiello incastonato nel mare tra Sicilia e Libia, è stata per secoli un luogo bifronte tra mondo cristiano e mondo musulmano. La sua popolazione è così schiacciantemente cattolico-romana che all’interno della cinta muraria c’è una pletora di chiese riccamente ornate: in particolare, la cattedrale vanta tele di Caravaggio, quel seducente devoto della depravazione. L’isola sostenne uno dei piú lunghi assedi turchi della «cristianità». Ma la lingua maltese è una versione dialettale dell’arabo parlato nel Maghreb ed è la sola lingua semitica scritta in caratteri latini. Se per caso vi capiterà di trovarvi in una chiesa maltese durante la celebrazione della messa, potrete vedere il prete alzare l’ostia eucaristica e invocare «Allah», perché questo, in fin dei conti, è il nome locale per «dio». Il mio primo ricordo, in altre parole, è di una frontiera sbrindellata e frastagliata, e insieme porosa e affascinante, tra due culture e due civiltà.”
Flirtare con la doppiezza è una strategia rischiosa, ma Hitchens non ha mai avuto paura di affrontare i suoi detrattori.
Si è sempre distinto per la sua tenacia e per il suo spirito dissacrante e laicista, per una marcata avversione nei confronti di ogni forma di religione, ma anche per la sua ironia, la sua lealtà esemplare e per il suo brillante modo di argomentare.
Si definiva un ateo ostile al pensiero religioso in sé e per sé, che considerava “non solo una falsità”, ma soprattutto un male.
Hitch 22 forse non è un vero e proprio libro di memorie, non è nemmeno un saggio politico. E’ una via di mezzo. Leggendola viene in mente la biografia di Anthony Burgess e, stranamente, quella del migliore amico di Hitchens, Martin Amis.

Twitter:@marcoliber


Christopher Hitchens

Hitch 22 le mie memorie
Stile Libero Extra
Einaudi
2012

Appunti di un viaggio nell’Imàlaia

Ai primi di ottobre del 1937 Fosco Maraini si trova a Gangtòk, la capitale del Sikkim, di ritorno dal Tibet. Gli resta ancora un mese prima di tornare in Europa e pensa di organizzare una breve visita ai monti più alti della terra. Il 7 ottobre parte da Gangtòk (“Quando si lasciava Gangtòk, ai confini dell’India, si diceva addio alla civiltà e al mondo per sei mesi. Potevano essere scoppiate dieci guerre, non l’avremmo saputo; era affascinante quel tuffo nel nulla”, dirà in un’intervista) insieme ad alcuni portatori. Lo accompagna anche Drolmà, un’affettuosa e sveglia cagnetta tibetana tutta nera.
Maraini, etnologo, antropologo, orientalista, viaggiatore, alpinista e fotografo, raccoglie una relazione di questo viaggio, seguendo gli appunti che butta giù quasi ogni sera.
“A scuola, ricordo, ero un cannone in geografia; sapevo perfino dove si trova il Sikkim. Questa nozione, insieme alle altre d’Urga capitale mongola, Tupungato montagna dell’America meridionale, Jan Mayen isola norvegese e Koko-Nor lago dell’Asia centrale, costituiva uno di quei gioiellini da collezionisti che mi rendevano assolutamente imbattibile.
Se chiudo gli occhi e mi riporto con la memoria all’aula stracca dove andavo assaggiando i primi bocconi del sapere, vedo ancora un vecchio mappamondo appeso alle pareti, e lì, a Nord dell’India, ricordo che spiccavano tre misteriosi staterelli: a sinistra c’era il Nepal, a destra il Bhutan, e la perlina di mezzo, più piccola di tutte, era appunto il Sikkim incastrato a viva forza fra le due sorelle maggiori e proprio a ridosso d’una catena di monti, I’Imàlaia, la quale, a giudicare dalla cupezza delle tinte marroni, doveva essere altissima.”
In occasione del centenario della nascita di Fosco Maraini, Corbaccio ripubblica un volume di grande valore, Dren-Giong. Appunti di un viaggio nell’Imàlaia, il primo libro di Maraini, uscito nel 1938 per Vallecchi e da allora mai più ristampato.
Un omaggio necessario e indispensabile al grande studioso e “italiano insigne” (come scrive il Dalai Lama nella prefazione) che, come scrive Andrea Casalegno, rappresenta “quella specie rara di etnologi-narratori capaci di immergersi incondizionatamente nei più diversi universi culturali, sociali e umani, insegnando ad essere cittadini del mondo”.


Fosco Maraini

Dren-Giong
Corbaccio
2012