Archive for luglio 2012

Jules Verne e il mistero della camera oscura

30 luglio 2012

1855. Parigi vive il fermento della sua prima Esposizione Universale e quello per l’arrivo imminente della regina Vittoria in visita nella capitale. Non ancora trentenne, il futuro scrittore Jules Verne scrive commedie malpagate per il teatro, arrangiandosi come può per guadagnare di che sopravvivere. Per fortuna il suo amico Felix, famiglia influente alle spalle, gli ha procurato un lavoro per il Populaire, il giornale per il quale lui stesso scrive. L’atmosfera parigina è satura degli entusiasmi per gli afflati di modernità, a cominciare dall’urbanistica di Haussmann che celebra la grandeur della capitale, ma si compiace anche delle suggestioni del mesmerismo e dello spiritismo in generale. I due giovani, dunque, una sera si recano alla seduta spiritica di un famoso medium inglese, Will Gordon, che si esibisce nella suggestiva evocazione nientemeno che dello spirito di La Fontaine. L’intenzione è quella di tirarne fuori un gustoso articolo per il giornale del giorno dopo. Ma, pochi minuti dopo l’esibizione, Jules trova il medium riverso in terra con gli occhi trapassati da due proiettili. Accanto al cadavere uno strano coperchio metallico. Barcamenandosi nel rapporto con la Police Jules, forte delle sue intuizioni, comincia un’indagine personale che lo porterà anzitutto a scoprire che Gordon era in buona parte un impostore, ma anche ad imbattersi in altri cadaveri, uccisi con le stesse modalità del primo. E sempre c’è qualche elemento, sulla scena del delitto, che riporta all’invenzione del momento: la camera oscura. La gente di ogni classe sociale ne è entusiasta perché, come dice un fotografo:” L’immortalità per pochi soldi, chi non l’ha mai sognata?” Tra inquietanti scenari esoterici, macabre sottrazioni di cadavere, fughe rocambolesche, avvenenti prostitute e aspiranti attricette, tra le strade dal fascino eterno di Parigi e i suoi vicoli poveri e sporchi, lentamente Jules ricostruisce il mosaico che porterà alla soluzione delle vicenda.

Prevost, ricercatore e docente di storia a Parigi, ci regala con questa storia il suo terzo giallo storico pubblicato in Italia da Sellerio. Ogni volta l’ambientazione e il protagonista cambiano ma costante è l’attenzione alla ricostruzione storica capace di realizzare affreschi deliziosi e godibilissimi. Se infatti la trama di questo bel libro può risultare appena prevedibile, benché ben congegnata, è davvero piacevole godersi la descrizione della Parigi ottocentesca, dai boulevards ai bassifondi delle periferie. Simpatica l’idea di un giovane Verne alle prese col delitto, attento a cogliere d’intorno i suggerimenti che lo porteranno a scrivere i suoi romanzi più famosi: inevitabile il desiderio, che nasce nel lettore, di andarseli a riscoprire! Una lettura scorrevole, dunque, che pare un bel romanzo d’appendice d’altri tempi, non privo di un certo gradevole humor: per chi trova intriganti i giallisti francesi contemporanei, per chi ama i romanzi storici, per chi pensa che Parigi è sempre Parigi.

(Alessandra Farinola)


Guillaume Prévost

Jules Verne e il mistero della camera oscura
traduzione di Sabrina Leo e Elisa Musso
Sellerio
2005

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Alchimie in cucina

27 luglio 2012

L’arte nasce dal sogno e, forgiata dalle mani dell’uomo, diventa realtà…
La cucina, come la scrittura, la musica e la pittura, è magia… Una magia buona, pura. Una magia magia bianca, positiva, che non nuoce a niente e a nessuno.
Il cuoco, lo chef e il pasticcere sono dei veri artisti che invece di usare una penna usano i piatti…
Allo stesso modo di uno scrittore, uno chef è in grado di dare dei buoni consigli, ma anche di suggerire intelligenti trucchi.
La cucina è l’arte di trasformare gli alimenti e anche un semplice taglio della verdura può indurre reazioni chimiche. La cottura è un fenomeno chimico poiché cambiano il colore, la consistenza, l’odore e il sapore. Impasti, cotture, emulsioni, gelatine, fermentazioni, variazioni di colore sono a tutti gli effetti formule magiche e l’imprevedibilità è una caratteristica di tutte le combinazioni chimiche.
“Quante volte ci è capitato di andare al ristorante e di trovare gustosissimo anche il semplice condimento di una banale insalata? Quante volte ci siamo stupiti dell’incredibile e magica consistenza della torta di pasticceria?”
Quando si è in cucina ogni cosa sembra magica e perfettamente organizzata, ogni procedimento è studiato in ogni suo particolare (come una sorta di rituale mistico) e ripetuto fino al proprio perfezionamento.

Shamira Gatta
Alchimie in cucina
Ponte alle Grazie
2012

Dopo la fotografia

20 luglio 2012

La fotografia è attualmente tra i protagonisti che contano nella definizione del reale e, poiché è un grande medium, può anche essere un filtro importante attraverso cui viene osservato il passaggio dall’analogico al digitale. Oggi che il divario tra media pre- e postdigitali aumenta sempre più (più del 50 per cento delle fotocamere oggi in vendita è digitale), iniziano a distinguersi teorie totalmente diverse e sovrapposte sulla natura dell’esistenza.
Ma questa straordinaria espansione rende il mondo migliore oppure siamo sempre più subissati di informazioni e immagini e stiamo diventando sempre più narcisisti?
“In questo momento storico la tranquillità e la marginalità non sono particolarmente apprezzate: si predilige ciò che è incandescente ed esplicito. A quanto pare la nostra missione è applicare sulle nostre direttrici visive una carta da parati composta da immagini sradicate dal proprio contesto, dal valore cosí misero che ci istupidiscono e al contempo ci dicono che ora finalmente possiamo vedere.
Anche se possiamo tracciare, analizzare e discutere l’evoluzione della fotografia, scarseggia sempre la volontà di delineare nuove strategie interpretative, di selezionare un’opzione migliore a partire da vari futuri che incombono su di noi. Con i gravi dilemmi che l’umanità e il pianeta devono affrontare, sfruttare i media perché ci aiutino a comprendere questo universo in transizione e a intervenire nella sua evoluzione non è un lusso ma un urgente requisito della cittadinanza. Mentre la fotografia si trasforma in una serie di strategie mediatiche emergenti e viene in parte integrata in un insieme multimediale sempre piú sofisticato, dovremmo cercare di realizzare immagini più utili ed esplorative, non solo scioccanti e di grande effetto.
La decostruzione offerta dall’analisi dei media si basa su una necessaria ricostruzione, altrimenti tutto è vanità.”


Fred Richtin

Dopo la fotografia
(traduzione di Chiara Veltri)
PBE Einaudi
2012

Certe forme della cultura paesana

18 luglio 2012

Vorrei qui oggi riportare una porzione di testo molto significativo del professor Luciano Zampese (tratto da Italianistica, Rivista di letteratura italiana, Anno XXXVIII, N. 1, Gennaio-Aprile 2009) sullo stile sottile e raffinato di Luigi Meneghello, scrittore molto amato dai suoi lettori per la sua eleganza, la forza, il brio della scrittura, per la bizzarria del racconto.
Un testo intelligente ed esplicativo perché ci spiega bene il Meneghello scrittore autobiografico, autore della memoria e della rievocazione del tempo dell’infanzia.

1963, Libera nos a Malo, 1964, I piccoli maestri. I primi romanzi di Luigi Meneghello definiscono i suoi due poli dell’ispirazione, quello della sua terra d’infanzia, politematico e selettivo: «Mi occupo specialmente di certe forme della cultura paesana, una componente sommersa della nostra cultura nazionale, che per un vicentino come me è legata alla vita e alla lingua del mio paese d’origine», e quello civile e pedagogico dell’esperienza partigiana, più concentrato temporalmente e tematicamente, teso alla precisione del dettaglio e in qualche modo all’esaustività: «ciò che mi premeva era di dare un resoconto veritiero dei casi miei e dei miei compagni negli anni dal ’43 al ’45: veritiero non all’incirca e all’ingrosso, ma strettamente e nei dettagli. Mi ero imposto di tener fede a tutto, ogni singola data, le ore del giorno, i luoghi, le distanze, le parole, i gesti, i singoli spari». Entrambe le opere sono veritiere, nel senso di un’assoluta fedeltà alla personale esperienza diretta, alla soggettivissima autopsia dell’io narrante: «Come per ciò che ho scritto sul mio paese, non prendevo nemmeno in considerazione la possibilità di adoperare altra materia che la verità stessa delle cose, i fatti reali della nostra guerra civile, così come li avevo visti io dal loro interno».

Il KLit è iniziato!

15 luglio 2012

Arrivo il sabato mattina presto e, per prima cosa, vado alla ricerca di un buon caffè. Se usi le strade secondarie, nulla ti dà più rapidamente il polso di una cittadina quanto i bar dove si fa colazione o i posti in cui si fa uno spuntino: gran parte di ciò che la gente fa, crede e pensa, lì si rivela in maniera evidente.
Thiene è una piccola città di timpani, porticati, eleganti dimore signorili, pregevoli opifici, grandi alberi e una vecchia piazza rimessa a nuovo. Nei pressi della piazza c’è un piccolo bar che mi pare risparmiato dai tempi. La vetrata anteriore dice ARIA CONDIZIONATA in lettere grondanti ghiaccioli, sulla porta c’è un tubo al neon e all’interno pendono due calendari, quello di un’agenzia d’assicurazioni e quello di un magazzino di ricambi. Sulle pareti ci sono poi la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria, il Manifesto di Francesco Giuseppe ai suoi popoli, il Proclama di Vittorio Emanuele III all’Esercito e alla Marina, una foto di un Gesù alato in compagnia di due bambini e l’immancabile litografia di una cascata. La prova del nove è il pavimento di piastrelline bianche esagonali.
Due vecchi a passeggio con le mani dietro la schiena si salutano stringendosi la punta delle dita con un gesto leggero, quasi femminile, che dimostra la durata della loro amicizia. Entro davvero felice.
Mi aspetto di vedere una vecchia nonna uscire dalla cucina asciugandosi le mani sul grembiule a quadretti e invece arriva una giovane, imbronciata, in uniforme rosa e con gli occhiali tondi che maneggia il blocchetto delle ordinazioni come un vigile il libretto delle multe.
Appena esco, tra le vie del centro, c’è uno strano fermento. Si respira un’aria curiosa, insolita, diversa dal solito. Il KLit, il festival dei blog letterari, è iniziato. Incontro subito Morgan Palmas che ha uno sguardo intenso e mentre parla del presente ti porta lontano. Ha gli stessi occhi di David Copperfield, di Huck Finn e di Jim Hawkins che sognano e fantasticano così perdutamente da trasformare la realtà nel regno della loro straordinaria fantasia.
Il KLit è iniziato. Sul palco ci sono Andrea Atzori, Carlotta Susca, Giovanni Turi, Alessandro Puglisi, Marco Giacosa. Non ho mai visto un volto così mobile e trasparente come quello di Andrea: la luce vi trascorre veloce, in continua oscillazione e movimento, portando i sentimenti fino alla più limpida espressione. Legge Musil ed esprime la sua passione: non nasconde nulla. Su ogni cosa regna la concentrazione. Si trasmettono e comunicano messaggi positivi. La realtà è spesso caos, terrore, lacerazione. Il compito dell’artista è trasformare ogni cosa in bellezza assoluta e primo piano abbagliante.
Il KLit è davvero iniziato…

I giorni chiari

13 luglio 2012

Karl conosce Aja da quando sa pensare. Gli è piaciuta da subito forse proprio perché parla forte e chiaro e usa espressioni come “circo itinerante” o “sonagliera”. Quando è in mezzo agli altri Aja sembra ancora più piccola di quello che è, con le sue mani piccole e i suoi piedi minuti. Dice frasi lunghe a cui riescono a star dietro in pochi, come per dimostrare che sa parlare a voce alta, senza pause e senza errori.
Karl e Aja si intendono come s’intendono i bambini, senza esitazioni, senza convenevoli e, appena cominciato il primo gioco, fatte le prime domande, subito passano insieme le loro giornate e prendono come un affronto ogni interruzione con cui gli altri li separano. Quando Aja va a trovare Karl apre il suo cancello di casa senza rumore. Nessuno è capace di aprire o di chiudere il cancello senza farlo cigolare: è un cancello grande su rotelle, che annuncia chiunque affronti gli ultimi passi verso la porta; lo si sente fino in soffitta o nell’angolo più remoto del giardino. Solo Aja sa aprirlo così piano che nessuno se ne accorge…

“Ma la cosa più strana di Aja era sua madre. Non era come le altre madri che conoscevo, quelle che vivevano nella nostra cittadina, nelle strade strette intorno alla piazza grande, sotto la lunga ombra aguzza del campanile, con le loro automobili e reti per la spesa colorate, che ogni mattina controllavano nella cassetta delle lettere allo steccato mentre la mamma di Aja riceveva la posta sulla porta. La prima cosa che mi colpí di lei furono le unghie dei piedi, perché si dava lo smalto anche sulla pelle, tirando una generosa riga violetta fin sopra le dita. Era più alta delle altre donne, persino più alta della maggior parte degli uomini, e accanto a lei Aja sembrava scomparire. Aveva lunghe gambe smilze di cui diceva che sembravano tagliate nel legno; ed era vero, un po’ sembravano le gambe del tavolo di cucina che in estate portava in giardino, sotto i rami dei peri che gettavano il loro intreccio di ombre sul piano sporco. Dietro una rete metallica teneva alcune galline che le avevano regalato, e ogni volta io e Aja avevamo il permesso di lanciare una manciata di granturco nell’erba e aprire la porticina prima che la mamma di Aja si avvicinasse sulle sue scarpe basse e acchiappasse una gallina, le tirasse il collo e più tardi, mentre la spennava, facesse veleggiare piume bianche e marroni sopra l’erba alta fino al ginocchio.”

Dopo The Swimmer, romanzo d’esordio acclamato dalla critica, Zsuzsa Bánk ci racconta la storia di una meravigliosa amicizia tra bambini.
Un grande libro non solo sull’amicizia, ma anche sul tradimento, sull’amore e sulla menzogna di un passato che solo a poco a poco svela i suoi segreti, ma anche su tutti quei momenti che sono in grado di cambiare per sempre la nostra vita.


Zsuzsa Bánk

I giorni chiari
(traduzone di Riccardo Cravero)
Neri Pozza
marzo 2012

Seminario sui luoghi comuni

12 luglio 2012

Italo Calvino scrive che i classici sono libri in grado di esercitare “un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale”.  Andrea Zanzotto, in una delle sue ultime interviste, ci ha detto che forse è oggi il caso di tornare ai classici e senza esitazione.
Francesco Pacifico è da almeno dieci anni che ricopia le pagine dei romanzi che ama. Prova a riscriverle e tutte quelle strane parole passano per qualche attimo nelle sue dita e arrivano dritte dritte su un file del computer quasi fossero cose sue. “Per certi versi, è la stessa sensazione che si prova suonando il riff di «Johnny B. Goode» o «Day Tripper». La differenza è che per copiare un riff devi saper suonare la chitarra, magari anche bene, quindi un po’ la sensazione di onnipotenza te la sei guadagnata. Ricopiare un paragrafo di Flaubert invece è un puro autoregalo e ti dà la sensazione di essere diventato di colpo un vero scrittore.”
Leggere i classici, si sa, dona una ricchezza inesauribile e, come ci spiega Pacifico, riscriverli può cambiarti la vita perché sono un’energia che ti trasforma lasciandoti qualcosa di concreto e sostanzioso…
“Le dita possono incominciare a indispettirsi se ritorni alle tue frasi abborracciate. Qualcosa viene trattenuto, e continuando a rubare dai classici ricopiando belle pagine magari la tua scrittura migliora.”
Pacifico, in questo Seminario sui luoghi comuni, ha raccolto brani di autori che ama e/o teme scrivendo quello che ci ha trovato dentro al momento di trascriverli. “Non è un canone di classici, ma un elenco di persone derubate; molti autori che amo non compaiono, e a molti classici non ho ancora capito cosa rubare.”
Circa due anni fa Francesco Pacifico ha cominciato a ricopiare brani per minima & moralia, il blog di Minimum Fax. La rubrica si chiamava appunto Seminario sul luoghi comuni “a indicare come alla fine tutti scrivessero sempre delle stesse cose, di cose di tutti, di cose per lo più ovvie, come il denaro, la malattia, le faccende di una giornata impegnativa, i rapporti con gli altri”.
Pacifico sogna le grandi passioni romantiche, i deliri dell’amore, l’onda melodica dei sentimenti, ama i luoghi al tramonto, le cose quiete, immobili e silenziose, le gioie più intime, spirituali e delicate. Cerca di abitare negli angoli silenziosi e abbandonati, colleziona i ricami a punto crose, le porcellane variopinte, i fiori fatti di conchiglie, le nitide superfici di mogano, scopre con i colori più caldi il profumo acutissimo del tempo.
Un libro che ha il dono di imporsi, di affascinare e divertire.


Francesco Pacifico

Seminario sui luoghi comuni
Minimum Fax
2012