Archive for agosto 2012

Eufonia o la città musicale

31 agosto 2012

Sicilia, 2344. Il compositore Xilef ha dovuto lasciare la sua amata Mina, cantante danese, per svolgere un incarico per conto del governo di Eufonia. Eufonia è la città ideale, perfettamente organizzata per celebrare l’arte suprema, ovvero la Musica. “Eufonia è una cittadina di dodicimila anime che sorge sulle pendici dell’Hartz, in Germania. In realtà è un unico grande conservatorio di musica, perché la pratica di quell’arte è il solo fine dell’attività degli abitanti”.
Ma Mina è una giovane volubile ed ambiziosa, e Xilef un artista estremamente sensibile e passionale: la tragedia è imminente. Nemmeno la musica può bastare a sedare i tumulti di un’anima profondamente ferita.

Hector Berlioz (1803-1869)  fu un compositore che ebbe assai cara la musica descrittiva, come si evince dal suo capolavoro la Synphonie Fantastique, ricca di sfumature drammatiche potenti ed efficaci, nonché di novità estremamente ardite per l’epoca, tanto nella partitura che negli effetti sonori. Berlioz ebbe temperamento aggressivo e fu inquieto, audace ed eccessivo tanto come uomo che come artista. Noto come musicista, fu anche autore di scritti di una certa eleganza, come questo racconto incentrato sull’Utopia, cara a molti intellettuali di ogni tempo, della Città Ideale, in questo caso la Città della Musica, organizzata secondo un rigido regime militare. Si mostrò sempre assai critico nei confronti della musica e degli artisti, soprattutto contemporanei, e si scagliò sovente contro il melodramma italiano (in particolare contro Rossini) che trovava soprattutto banale e volgare. Anche in questo racconto il viaggio in Italia è per Xilef-Berlioz l’occasione per criticare assai aspramente gli italiani ed il loro pessimo gusto musicale, nonché per stigmatizzare i comportamenti volgari a teatro, in platea e dietro le quinte.
La storia è curiosamente ambientata nel futuro, quasi che Berlioz si augurasse davvero una futura realizzazione della magnifica utopia di Eufonia, ma il racconto è più che altro dedicato alla narrazione della sfortunata storia d’amore di Xilef e la sua Mina, donna leggera che non si fa problemi a “sostituirlo” con un artista famoso, amico del suo fidanzato. Berlioz amava intrecciare le sue vicende personali alle sue scritture, musicali o letterarie che fossero; anche in questo caso non fa eccezione. Nella sua vita turbolenta ebbe svariate e complicate avventure amorose e il comportamento di Mina ricalca quello che nei suoi confronti ebbe l’artista Camille Moke, la quale nel 1831 lo lasciò per un altro. È una specie di pastiche romantico, dunque, con curiose svolte horror-splatter, diremmo oggi, ma l’astio nei confronti degli italiani ci appare davvero eccessivo nei toni quanto negli argomenti; sarà per questo motivo, forse, che non si riesce ad essere troppo obiettivi nel giudicare questo piccolo romanzo una lettura, tutto sommato, superflua.

(di Alessandra Farinola)


Hector Berlioz

Eufonia o la città musicale
(traduzione di Roberta Ferrara)
Sellerio
1993

La tabacchiera di don Lisander

31 agosto 2012

Si sa che Alessandro Manzoni “pipava”. Di rado fumava dei sigari e sovente tirava tabacco in polvere da una tabacchiera a scatola tonda, un modello d’annata a cui era molto affezionato che compare anche nel classico ritratto che gli fece Francesco Hayez.
“Era stata donna Teresa Stampa, dirigista come sempre, a volere che si effigiasse quella tabacchiera. Al pittore non restò che assecondarla. E l’assecondò pure il marito che, per quanto riluttante ai ritratti, acconsentì a posare nello studio di Hayez: facendosi ritrarre – senza mai uso di manichino – seduto, con in mano la familiare tabacchiera accarezzata piú che stretta. Donna Teresa, dopo che il venerato consorte aveva portato a termine la risciacquatura in Arno dei Promessi sposi, lavorava già per i posteri e pensava al museo degli oggetti domestici da conservare a futura memoria. Per questo aveva imposto l’umile accessorio. Voleva che «si facesse nota di una di quelle familiari abitudini, che poi appunto in grazia della loro familiarità sfuggono, o sono dimenticate dalla Storia», scriveva d’accordo con lei il figlio Stefano.”
A don Lisander piaceva l’idea di un ritratto “conversato” e non volle infatti «ch’ei fosse ritratto con un libro in mano né coll’aria ispirata, ma coll’aria calma di chi ascolta per poi parlare», spiega appunto Stefano Stampa. Per donna Teresa la tabacchiera doveva comparire al posto del libro. “Però”, scrive Nigro, “il risolo dissimulato del Manzoni secondo Hayez, “sembra dire altro a proposito dell’utensile. Tanto piú che Cesare Cantú raccontava che, «dal modo di offrire e di prendere il tabacco», Manzoni tolse una volta «un bizzarro paragone colla letteratura italiana»”.
Si dice che Manzoni sentì la responsabilità di questo libro-tabacchiera, che era “la metafora scrittoria di una delle interlocuzioni narrative che avevano presieduto alla nascita dei Promessi sposi”. Un luogo mentale che intende dimostrare come Manzoni sia stato soprattutto un uomo immerso nella sua quotidianità.


Salvatore Silvano Nigro

La tabacchiera di don Lisander
PBE Einaudi
2012

Biglietto, prego

23 agosto 2012

Scrivere racconti di viaggi non è per niente facile. Ci vuole precisione, oltre a una tecnica e un’abilità che si acquista col tempo.
Il viaggio è un’esperienza unica e insostituibile che può anche risultare determinante perché viaggiando si entra in contatto con la cultura.
Scrive Italo Calvino ne Le città invisibili che “arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti”.
Alex Pietrogiacomi, nella prefazione a Biglietto, prego ci dice che “siamo tutti viaggiatori, inconsapevoli, consapevoli, coatti, temporanei, ma lo siamo in tanti modi diversi e solitamente siamo precari, pendolari, uomini e donne di ogni età che seguono linee rette o spezzettate lungo la rotta di una quotidianità che ci spegne il sorriso e ci accende il disappunto”.

In questi racconti di viaggio brevi, piccole opere di tarsia in cui ogni parola è levigata, si incontrano compagni di percorso che ci fanno conoscere pensieri, sogni, enigmi e fantasie. C’è grande passione per l’esattezza del dettaglio, per i gesti e per tutte le sensazioni nascoste.

I ventuno racconti dell’antologia sono di Matteo Trevisani, Iacopo Barison, Fabrizio Gabrielli, Lorenza Fruci, Gianfranco Franchi, Alessandro Hellmann, Massimiliano e Pier Paolo Di Mino, Simone Ghelli, Micol Beltramini, Adriano Angelini Sut, Ernest LeBeau, Roberto Mandracchia, Alfredo Ronci, Francesca Bellino, Marilena Renda, Luca Piccolino, Matteo Bortolotti, Raffaella R. Ferré, Gianluca Liguori, Alessandro Raveggi e Alex Pietrogiacomi.


Biglietto, prego – 21 racconti da viaggio

A cura di Alex Pietrogiacomi
introduzione di Filippo Tuena e postfazione di John Vignola
Zero91
2012

Ogni poesia e ogni racconto ha valore

20 agosto 2012

Ogni poesia e ogni racconto ha valore, diventa parte di noi. Non intendo dire che contribuisce alla nostra reputazione o al nostro successo. Diventa parte dello scrittore, parte della sua testimonianza del tempo trascorso qui sulla terra. Più invecchio e più sento che sono parte di qualcosa, che sto offrendo un mio contributo, che sono un tramite, ecco, uno strumento. Non dico in senso religioso. È che ci si ritrova ad avere la sensazione di condividere qualcosa non solo con gli scrittori o gli artisti viventi, ma anche con gli scrittori del passato. Qualcuno, credo fosse Ezra Pound, ha detto: «L’importante è che le grandi poesie vengano scritte. Non importa chi le scrive».

Raymond Carver

A Venezia impara a vagabondare…

18 agosto 2012

Dove stai andando? Butta via la cartina! Perché vuoi sapere a tutti i costi dove ti trovi in questo momento? D’accordo: in tutte le città, nei centri commerciali, alle fermate degli autobus o della metropolitana, sei abituata a farti prendere per mano dalla segnaletica; c’è quasi sempre un cartello con un punto colorato, una freccia sulla mappa che ti informa chiassosamente: “Voi siete qui”. Anche a Venezia, basta che alzi gli occhi e vedrai molti cartelli gialli, con le frecce che ti dicono: devi andare per di là, non confonderti, Alla ferrovia, Per san Marco, All’Accademia. Lasciali perdere, snobbali pure. Perché vuoi combattere contro il labirinto? Assecondalo, per una volta. Non preoccuparti, lascia che sia la strada a decidere da sola il tuo percorso, e non il percorso a farti scegliere le strade. Impara a vagare, a vagabondare. Disorientati. Bighellona.

Tiziano Scarpa, da Venezia è un pesce.

Il profumo del caffè

17 agosto 2012

Attraversiamo ora Londra, da St John’s Wood a Limehouse. Detto così non sembra entusiasmante, vero? Permettetemi allora di formulare l’invito in modo diverso. Attraversiamo la città più grande e popolata del mondo nel momento di massimo splendore, in un viaggio in cui, se decidete di accompagnarmi, vi serviranno tutti i vostri sensi. Quassù, dalle parti di Primrose Hill, l’aria – annusatela! – è relativamente fresca, con solo un vago sentore di zolfo prodotto dal fuochi di carbone e dai fornelli accesi in tutte le case perfino in questo periodo dell’anno. Il vero divertimento comincia da Marylebone in poi. Le carrozzelle a due ruote e le carrozze esalano un odore intenso di cuoio e di sudore di cavalli; le ruote sbattono sull’acciottolato, e gli escrementi morbidi e umidi degli animali si accumulano nei canaletti di scolo. Le strade sono paralizzate dal traffico: carretti, carrozze a quattro ruote, grandi e piccole, a quattro o due cavalli, con il tetto ripiegabile, calessi, coupé, landò, clarence a quattro posti e carrozzelle tentano di farsi largo, ciascuno per raggiungere la propria destinazione. Alcuni veicoli hanno la forma di enorme cappelli a cilindro, con il nome del cappellaio dipinto in caratteri dorati. I peggiori autisti sono i conducenti degli omnibus che si spostano a destra e a sinistra della carreggiata e si affiancano al pedoni, cercando di convincerli a montare a bordo per due penny o, per la metà della somma, a salire sul tetto. Poi ci sono velocipedi e biciclette, i branchi di oche condotte al mercato, gli uomini-cartellone che fendono la folla con le loro pubblicità di ombrelli e altri prodotti, e le lattaie che vanno in giro per le strade con un secchio e una mucca, aspettando che qualcuno le fermi per comprare il latte. I venditori ambulanti esibiscono vassoi di torte e paste; le fioraie vi mettono in mano fiori di lupino e calendule; pipe e sigari contribuiscono alla miscela con il proprio aroma pungente. Un uomo che arrostisce aringhe di Yarmouth su un braciere vi agita sotto il naso un pesce infilzato in una forchetta. «Pesce arrosto!» grida con voce roca. «Due penny per un’aringa abbrustolita». Immediatamente gli fa eco un coro di altre grida. «Caldarroste belle calde, venti per un penny… Lucido nero per pelli, mezzo penny.. Le buone noci, sedici per un penny ..» sbraitano i venditori ambulanti.

Negli ultimissimi anni dell’Ottocento Londra pullula dell’umanità più varia e viene investita da una profusione di frivolezza che quasi compare dal nulla. La regina, in lutto, si è ritirata dalla vita pubblica e il principe, sfuggito alla sua sorveglianza, comincia finalmente a divertirsi. I gentiluomini si mescolano alle cortigiane, i dandy intrattengono rapporti con il demi-monde, gli aristocratici cenano con gli esteti… La rivista in cui scrive il protagonista del romanzo, tale Robert Wallis, è il Yellow Book, il cui emblema è un garofano verde e la cui forma di espressione è l’aforisma. “Celebravamo l’artificiale sopra il naturale, l’artistico sopra il pratico e, a dispetto di Oscar Wilde, rivendicavamo vizi esagerati nei quali pochi di noi avevano davvero intenzione di indulgere. Era un momento eccellente per essere giovani a Londra…”
Il ventiduenne Robert Wallis, dopo essere stato espulso da Oxford, ha solo in mente di fare una vita da bohemien godendo appieno di tutti i piaceri della vita, ma ignora di avere un palato delicato fuori dall’ordinario e il dono di saper tradurre in parole le sue sensazioni.
Un giorno al Café Royal incontra Samuel Pinker, un mercante di caffè che capisce al volo come sfruttare questa sua singolare dote e lo assolda per un progetto senza precedenti: plasmare un cofanetto di aromi con parole suggestive e soprattutto precise che catturino finalmente l’aroma sfuggente del caffè.
Della serie: come una tazza di caffè può cambiarti la vita…


Anthony Capella

Il profumo del caffè
(traduzione di Maddalena Togliani)
Neri Pozza
2012

L’immagine della perfezione

16 agosto 2012

Non credo che Dostoevskij abbia mai scritto un romanzo bello come I Demòni: Delitto e castigo e I fratelli Karamazov non raggiungono la sua perfezione; e non so quale altro romanzo dell’Ottocento porgli vicino – nemmeno Anna Karenina, che Dostoevskij amava tanto. La sovrana e vertiginosa architettura: l’intreccio romanzesco, che Dickens avrebbe invidiato: la leggiadra eleganza dell’inizio, e poi il furibondo diapason drammatico e grottesco, quella accelerazione progressiva del racconto, quella spirale ascendente, di cui parla Jacques Catteau, e infine la nuda tragedia senza commento: il rapporto tra i personaggi: i sublimi dialoghi filosofici, che in Europa hanno un solo precedente, quelli di Platone: la densità, a volte quasi impenetrabile, delle allusioni interne: il gioco dei punti di vista, più raffinato di quello di James: l’orchestrazione delle voci dei personaggi, di cui conosciamo il suono, il peso e il colore – non c’è aspetto dei Demòni che non incarni l’immagine della perfezione.

Pietro Citati