Odorava di legno appena tagliato

Camminare lungo la dorsale di Tortima sull’Altopiano di Asiago è come passare in rassegna tre secoli di storia. Tronchi di legno grezzo, mattoni del dopoguerra, fregi veneziani, vecchi portoni con intelaiatura in ferro. Una piccola contrada fondata nel ‘700 per questa parte dell’Altopiano è molto vecchia.
Vicino alla strada di accesso principale, un uomo stava raschiando le pareti di una casetta a due piani portando alla luce una vecchia struttura fatta di tronchi d’albero. Mi fermai a guardarlo mentre cercava di mettere in squadra la porta d’entrata.
Per avere un colpo d’occhio migliore, venne fin sul marciapiede, osservò l’architrave e poi mi chiese: «Pende da questa parte, non è vero?»
«Un pochino, ma può andare.»
«Sai, voglio che sia perfetta». Andò alla porta, sistemò un martinetto, prese le misure e manovrò lo strumento. I tronchi scricchiolarono e si squadrarono. Infilò due zeppe che tenessero l’architrave in posizione, poi tolse il martinetto.
«Vieni qui dentro a vedere», mi disse, «se ha tenuto centocinquant’anni non vorrai che vada giù proprio oggi.»
«Può darsi, ma solo perché una volta la gente non aveva un affare come questo», risposi indicando il martinetto.
L’interno, privato d’intonaco e perline, emanava un forte odore di legno. I tronchi più grossi di traversine ferroviarie, erano uniti da incastri a coda di rondine: un capolavoro di precisione fatto solo con ascia, accetta, mazza e cuneo. L’uomo, Mario Tumelero, mi chiese cosa ne pensavo. «Una meraviglia.»
«Ma quanto ci hai messo?»
«Dieci giorni. Vogliamo trasferirci qui dal primo aprile, non sto scherzando.»
«Per abitare tutto l’anno?»
«Mia moglie e io vogliamo trasferirci qui perché siamo in pensione ormai e per questo abbiamo comprato questi quattro muri.»
«Sapevi che sotto il rivestimento c’era una casa di legno?»
«Ne avevamo il sospetto. La forma della casa e le finestre basse facevano sperare bene. Sapevamo che ce n’era qualcuna lungo la via principale». Si diresse alla porta. «Un’altra potrebbe essere quella casetta al di là della strada. Ci sono ancora un sacco di capanne seppellite sotto strati di cemento, e nessuno lo sa. Ho sentito dire che qui nell’Altipiano ce ne sarebbero diverse.»
Un uomo robusto entrò dal retro scavalcando una finestra.
«Per esempio, Aldo ne ha scoperta una l’anno scorso su in contrada Bielli.»
«Si, ma io sapevo di che morte morivo», disse Aldo. «Quella che ho trovato io non aveva nessun involucro. Un gruppo di operai doveva ripulire e sgombrare un campo, e discuteva se spartirsi il legname di cui era formata o se tirarla giù a picconate. Noi stavamo giusto cercando una baracca, perciò la comprammo e ce la portammo via. Era solo tre centimetri fuori squadra, ed io so per certo che stava lì dal 1807. Adesso è buona per altri duecento anni.»
«I tronchi di Aldo sono di castagno, ben più resistenti alle termiti di questi tronchi di pioppo», disse Mario. «Qui per lungo tempo una grondaia ha gocciolato su un angolo della parete posteriore e le termiti si sono insinuate nel legno umido. Ora quel punto è come un dente marcio, salvo che non possiamo cavarlo: perciò lo rinforzeremo.»
Mi condusse all’esterno fino alla parete est. «Guarda». Mi indicò un grezzo numero I romano inciso al fondo del tronco tra i segni dell’ascia. L’ottavo tronco portava un “VIII” intagliato grossolanamente. «Sono numerati e non sappiamo perché. Non credo che l’abbiano mai spostata. Forse i tronchi sono stati tagliati secondo un progetto.»
«Una casa prefabbricata del Settecento?»
«Non penso che in origine fosse una casa. Alcuni documenti indicano che si trattava di una stazione di sosta per le diligenze in servizio sulla vecchia strada per Asiago, ma probabilmente la costruzione è ancora più antica. Tortima è sempre stata una via di transito.»
«Come mai le assi sono distanziate?»
Mario infilò un palanchino tra due assi e tirò fuori una pietra impastata con fango duro come cemento. «Una volta chiudevano le fessure con pietre e fango, ma noi non ci atterremo al sistema originale. Lasceremo le pietre, ma per fermarle useremo cemento e sabbia.»
Infilò il palanchino in un cavicchio di legno dal colore molto più chiaro dei tronchi e lo estrasse completamente. «Quercia lavorata a mano. Senti l’odore». Il cavicchio odorava di legno appena tagliato. «Stai annusando un albero del 1767». Mario se lo portò fino al naso. «Ti dà veramente il senso della storia. Tienilo pure.»
Mi chiese come stavano i miei. Aldo, sentita la risposta, mi domandò se sapevo che quella casa su cui stavano lavorando era la casa natale del mio bisnonno.
«Si, ne avevo sentito parlare, ma non ho mai capito bene quale di tutte queste fosse.»
«Me lo diceva sempre mio nonno che proprio qui si trovava la stalla e lì dove sei te adesso la cucina. Da questa porta è uscito tuo bisnonno Giuseppe per poi andarsene in Argentina e poi in Africa. Tuo zio me ne ha parlato la scorsa estate. Nel diario del nonno è tutto spiegato, mi ha detto. E’ una fortuna avere dei ricordi scritti rimasti in casa…»
Una testa spuntò dalla finestra. «Ehi, Ettore», disse Mario rivolto da quella parte. «Sarebbe anche ora di mangiare qualcosetta, no?»
«Vado giù in cambusa a recuperare il fresco, capitano.»
«C’è un bottiglione di quelli buoni vicino alla scansia» aggiunse Mario.
Ettore riemerse poco dopo col vino, quattro bicchieri e un sacchetto di pane.
Ci fu una discussione sulla qualità del vino, sul fatto se fosse meglio il prosecco di S. Pietro di Feletto o quello di Guia.
«Se devi poi tornartene a Venezia è meglio che te ne mangi uno solo di questi panini» disse Ettore.
Ci sedemmo a parlare sulle assi del pavimento. «Sai», disse Mario, «questa vecchia baracca cambierà le cose qui, per noi ovviamente, ma fra poco anche per la contrada. Non riesco a spiegare bene perché, ma lo sento. Non so… è come se il recupero di questa casa fosse un’opera destinata a durare: ho la sensazione che la gente di qui abbia bisogno di vedere questa vecchia signora. Per ricordare.»
«Vecchia signora? Ieri non la chiamavi così.»
«Ieri era ieri. Ogni giorno, invecchiando, migliora.»
Si alzarono tutti per tornare al lavoro e mi salutarono con una stretta di mano. Quand’ero già sul marciapiede, Ettore mi gridò:
«Che te ne pare del panino?»
Ci pensai su un attimo, poi risposi: «E’ già entrato tutto in circolo.»
Proseguendo verso la macchina parcheggiata in piazza pensavo a Mario Tumelero: per costruire qualcosa di nuovo ricostruiva un passato che poteva vedere, annusare e plasmare con le proprie mani. Una capacità che gli invidiavo davvero. Ma ancora di più pensavo alla casa di Giuseppe e al suo taccuino, a quei ricordi scritti “rimasti in casa” che forse volevano essere recuperati. Proprio come la casa di Mario.

(incipit de Dall’Altopiano al Mayumbe di Marco Crestani)

(…) Prosegue (le prime 19 pagine si possono leggere) su Calameo.
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