La nascita del “Sergente”

“In quel periodo (nel secondo dopoguerra) venne da Milano lo scultore Paganin, anche lui aveva fatto la fame, ed era ammalato. Ci incontrammo, e mi parlava del gruppo di Corrente, del Politecnico, e, di conseguenza, di narrativa, poesia, politica, arte figurativa, cinema, teatro. La mia ignoranza era immensa e mi sforzavo di cercare nella vita di questo Sveik in congedo che ero, quanto, della mia esperienza, poteva essere vivo e utile anche per gli altri.
Per quasi un mese Paganin fu costretto a letto e nei pomeriggi andavo a trovarlo; gli raccontavo di boschi, di legna, di recuperanti; di quello che era fuori la vita del paese. E di guerra anche: Russia, Albania, campi di concentramento tedeschi. Fu così che lessi a lui, per la prima volta, quanto avevo scritto sulle mie vicende. Alla fine mi disse che quando sarebbe ritornato a Milano avrebbe portato a Vittorini quei fogli. Che li scrivessi a macchina.
Restai senza parole e confuso, e dopo mi veniva da pensare:
Come potrà Vittorini trovare il tempo e l’interesse per leggere queste cose?

Eravamo, forse, nel 1948 e nel 1951 Vittorini scrisse a Paganin per sapere se la casa editrice mi aveva scritto per quel libro di ricordi sulla campagna di Russia. Nel testo, diceva, c’erano anche dei difetti e consigliava come si dovesse rivederlo.
Ripresi il manoscritto, comperai un vocabolario e una grammatica e riscrissi tutto dalla prima parola; ma con più fatica della prima volta. Intanto ero diventato avventizio di 3a categoria al catasto e dalle 13 alle 14, per due mesi, ricopiai a macchina due pagine al giorno. Passarono altri mesi, non pensai più a quel mio lavoro di scrivere e, nei giorni liberi, andavo dai contadini per la fienagione o nei boschi a far legna per l’inverno. Leggevo poco, facevo esercizi di bella calligrafia: ero diventato lo Sveik impiegato al catasto.
Fino al giorno che Vittorini mi scrisse di andare da lui, a Milano. Era sul finire dell’inverno 1952, abitava al n. 42 di via Canova e vi arrivai a piedi dalla stazione chiedendo ogni tanto la strada ai venditori di marroni. Feci le scale di quella casa come la prima volta che scalai la Grivola: con timore ed entusiasmo.
Era nel suo studio, mi venne incontro tendendomi la mano e mi fece sedere in una poltrona. Le prime parole che fece fu per scusarsi del caldo dei radiatori, ma né lui né io sapevamo trovare le parole per incominciare. Con un cenno mi chiamò a sedere accosto al tavolo: aveva davanti il dattiloscritto del Sergente e incominciò a leggere:
Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato…

Ogni tanto faceva un segno, metteva una virgola, mi chiedeva perché avessi usato quell’aggettivo o quel verbo, o perché cambiavo così spesso i tempi, il significato di una parola dialettale, che poi scoprivo avere nella lingua altro concetto di quello che intendevo. Continuammo così forse per un paio d’ore; ogni qual tratto accendeva una sigaretta macedonia: le mie erano troppo forti. Quando arrivammo al punto dove incontro i soldati russi nell’isba, stette silenzioso per lungo tratto. All’ultima pagina guardammo fuori dalla finestra e ci accorgemmo che una neve leggera scendeva tra gli spazi delle case. Mi sembrava d’essere ancora in Russia, finché disse:
Nel vostro paese accendete ancora la legna nelle stufe…

Il libro uscì nei Gettoni.

Testimonianza di Mario Rigoni Stern pubblicata dalla rivista “Il Ponte”, numero doppio 7-8 del luglio-agosto 1973, interamente dedicato a Elio Vittorini.

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