Utili consigli per il buon investigatore

Alexander McCall Smith ha un garbo impeccabile e uno stile tutto suo. Una scrittura calda, vellutata, avvolgente, carezzevole come i luoghi e le persone che descrive.
Come sempre, anche in questo episodio della Detective Agency N. 1 Ladies, la gentilezza è fondamentale e il cinismo non riesce a radicarsi in un mondo in cui anche i souvenir costosissimi possono essere intrisi di significato.
Il mondo di Precious Ramotswe è armonioso e vivace come il suo Botswana, che non è il paese assolutamente perfetto, ma ci va molto vicino.
Il ritmo della vita è lento e piacevole nelle storie e il personaggio principale, Precious Ramotswe, parla con entusiasmo e calore del suo legame speciale col Botswana, un luogo in cui le persone sono bonarie e cordiali e la vita è davvero felice.
Una terra, il Botswana, dalla saggezza antica, in cui le superstizioni e la magia sono storie che si raccontano col sorriso sulle labbra e col riguardo di chi si rende conto di essere parte di qualcosa di più grande.
Il Botswana è tra i protagonisti di questo libro di Alexander McCall Smith, attualmente tra i più prolifici scrittori in circolazione.
È soprattutto il contorno e una buona dose di humour ad attrarre in Utili consigli per il buon investigatore: le storie presentate non riguardano omicidi e rapine, ma eredità perdute e infedeltà coniugali. Per questo la trama lascia spazio a personaggi che vedono il lato buono di ogni cosa vivendo piccole grandi storie.
McCall Smith è molto simile a Precious Ramotswe perché i suoi libri sono sempre un balsamo che introducono problemi di etica per dare ogni volta una soluzione.
Precious Ramotswe capisce quanto la gentilezza sia fondamentale nella vita e cerca di affrontare ogni situazione della vita con questo valore ben chiaro in mente. Per questo prova compassione per chi commette qualcosa di negativo. Perché è cosciente che certi cattivi comportamenti derivano da un profondo pozzo interiore di infelicità.

Twitter:@marcoliber


Alexander McCall Smith

Utili consigli per il buon investigatore
Guanda
2012

Odorava di legno appena tagliato

Camminare lungo la dorsale di Tortima sull’Altopiano di Asiago è come passare in rassegna tre secoli di storia. Tronchi di legno grezzo, mattoni del dopoguerra, fregi veneziani, vecchi portoni con intelaiatura in ferro. Una piccola contrada fondata nel ‘700 per questa parte dell’Altopiano è molto vecchia.
Vicino alla strada di accesso principale, un uomo stava raschiando le pareti di una casetta a due piani portando alla luce una vecchia struttura fatta di tronchi d’albero. Mi fermai a guardarlo mentre cercava di mettere in squadra la porta d’entrata.
Per avere un colpo d’occhio migliore, venne fin sul marciapiede, osservò l’architrave e poi mi chiese: «Pende da questa parte, non è vero?»
«Un pochino, ma può andare.»
«Sai, voglio che sia perfetta». Andò alla porta, sistemò un martinetto, prese le misure e manovrò lo strumento. I tronchi scricchiolarono e si squadrarono. Infilò due zeppe che tenessero l’architrave in posizione, poi tolse il martinetto.
«Vieni qui dentro a vedere», mi disse, «se ha tenuto centocinquant’anni non vorrai che vada giù proprio oggi.»
«Può darsi, ma solo perché una volta la gente non aveva un affare come questo», risposi indicando il martinetto.
L’interno, privato d’intonaco e perline, emanava un forte odore di legno. I tronchi più grossi di traversine ferroviarie, erano uniti da incastri a coda di rondine: un capolavoro di precisione fatto solo con ascia, accetta, mazza e cuneo. L’uomo, Mario Tumelero, mi chiese cosa ne pensavo. «Una meraviglia.»
«Ma quanto ci hai messo?»
«Dieci giorni. Vogliamo trasferirci qui dal primo aprile, non sto scherzando.»
«Per abitare tutto l’anno?»
«Mia moglie e io vogliamo trasferirci qui perché siamo in pensione ormai e per questo abbiamo comprato questi quattro muri.»
«Sapevi che sotto il rivestimento c’era una casa di legno?»
«Ne avevamo il sospetto. La forma della casa e le finestre basse facevano sperare bene. Sapevamo che ce n’era qualcuna lungo la via principale». Si diresse alla porta. «Un’altra potrebbe essere quella casetta al di là della strada. Ci sono ancora un sacco di capanne seppellite sotto strati di cemento, e nessuno lo sa. Ho sentito dire che qui nell’Altipiano ce ne sarebbero diverse.»
Un uomo robusto entrò dal retro scavalcando una finestra.
«Per esempio, Aldo ne ha scoperta una l’anno scorso su in contrada Bielli.»
«Si, ma io sapevo di che morte morivo», disse Aldo. «Quella che ho trovato io non aveva nessun involucro. Un gruppo di operai doveva ripulire e sgombrare un campo, e discuteva se spartirsi il legname di cui era formata o se tirarla giù a picconate. Noi stavamo giusto cercando una baracca, perciò la comprammo e ce la portammo via. Era solo tre centimetri fuori squadra, ed io so per certo che stava lì dal 1807. Adesso è buona per altri duecento anni.»
«I tronchi di Aldo sono di castagno, ben più resistenti alle termiti di questi tronchi di pioppo», disse Mario. «Qui per lungo tempo una grondaia ha gocciolato su un angolo della parete posteriore e le termiti si sono insinuate nel legno umido. Ora quel punto è come un dente marcio, salvo che non possiamo cavarlo: perciò lo rinforzeremo.»
Mi condusse all’esterno fino alla parete est. «Guarda». Mi indicò un grezzo numero I romano inciso al fondo del tronco tra i segni dell’ascia. L’ottavo tronco portava un “VIII” intagliato grossolanamente. «Sono numerati e non sappiamo perché. Non credo che l’abbiano mai spostata. Forse i tronchi sono stati tagliati secondo un progetto.»
«Una casa prefabbricata del Settecento?»
«Non penso che in origine fosse una casa. Alcuni documenti indicano che si trattava di una stazione di sosta per le diligenze in servizio sulla vecchia strada per Asiago, ma probabilmente la costruzione è ancora più antica. Tortima è sempre stata una via di transito.»
«Come mai le assi sono distanziate?»
Mario infilò un palanchino tra due assi e tirò fuori una pietra impastata con fango duro come cemento. «Una volta chiudevano le fessure con pietre e fango, ma noi non ci atterremo al sistema originale. Lasceremo le pietre, ma per fermarle useremo cemento e sabbia.»
Infilò il palanchino in un cavicchio di legno dal colore molto più chiaro dei tronchi e lo estrasse completamente. «Quercia lavorata a mano. Senti l’odore». Il cavicchio odorava di legno appena tagliato. «Stai annusando un albero del 1767». Mario se lo portò fino al naso. «Ti dà veramente il senso della storia. Tienilo pure.»
Mi chiese come stavano i miei. Aldo, sentita la risposta, mi domandò se sapevo che quella casa su cui stavano lavorando era la casa natale del mio bisnonno.
«Si, ne avevo sentito parlare, ma non ho mai capito bene quale di tutte queste fosse.»
«Me lo diceva sempre mio nonno che proprio qui si trovava la stalla e lì dove sei te adesso la cucina. Da questa porta è uscito tuo bisnonno Giuseppe per poi andarsene in Argentina e poi in Africa. Tuo zio me ne ha parlato la scorsa estate. Nel diario del nonno è tutto spiegato, mi ha detto. E’ una fortuna avere dei ricordi scritti rimasti in casa…»
Una testa spuntò dalla finestra. «Ehi, Ettore», disse Mario rivolto da quella parte. «Sarebbe anche ora di mangiare qualcosetta, no?»
«Vado giù in cambusa a recuperare il fresco, capitano.»
«C’è un bottiglione di quelli buoni vicino alla scansia» aggiunse Mario.
Ettore riemerse poco dopo col vino, quattro bicchieri e un sacchetto di pane.
Ci fu una discussione sulla qualità del vino, sul fatto se fosse meglio il prosecco di S. Pietro di Feletto o quello di Guia.
«Se devi poi tornartene a Venezia è meglio che te ne mangi uno solo di questi panini» disse Ettore.
Ci sedemmo a parlare sulle assi del pavimento. «Sai», disse Mario, «questa vecchia baracca cambierà le cose qui, per noi ovviamente, ma fra poco anche per la contrada. Non riesco a spiegare bene perché, ma lo sento. Non so… è come se il recupero di questa casa fosse un’opera destinata a durare: ho la sensazione che la gente di qui abbia bisogno di vedere questa vecchia signora. Per ricordare.»
«Vecchia signora? Ieri non la chiamavi così.»
«Ieri era ieri. Ogni giorno, invecchiando, migliora.»
Si alzarono tutti per tornare al lavoro e mi salutarono con una stretta di mano. Quand’ero già sul marciapiede, Ettore mi gridò:
«Che te ne pare del panino?»
Ci pensai su un attimo, poi risposi: «E’ già entrato tutto in circolo.»
Proseguendo verso la macchina parcheggiata in piazza pensavo a Mario Tumelero: per costruire qualcosa di nuovo ricostruiva un passato che poteva vedere, annusare e plasmare con le proprie mani. Una capacità che gli invidiavo davvero. Ma ancora di più pensavo alla casa di Giuseppe e al suo taccuino, a quei ricordi scritti “rimasti in casa” che forse volevano essere recuperati. Proprio come la casa di Mario.

(incipit de Dall’Altopiano al Mayumbe di Marco Crestani)

(…) Prosegue (le prime 19 pagine si possono leggere) su Calameo.
Lo si può trovare su IBS, Bol, Amazon, BookRepublic, ebook.it oppure su ibooks (itunes). Ma anche in altri siti: basta digitare il titolo su google
Il software (freeware) per leggerlo su pc o mac si trova qui.

Andare per “sconte”

La maniera migliore di affrontare Venezia è accettare di perdersi nel suo ombelico. E’ così che si riesce veramente a conoscerla…
Per ricostruire una mappa personale di Venezia e capirla davvero è necessario andare per “sconte” e scoprire ciò che, a prima vista, si nasconde.
Di sera è affascinante perdersi, a est verso Castello, in un mondo che è ancora quello autentico dei veneziani.
Proprio lì Venezia ti regala sorprese, proprio lì ci sono tanti segreti che non si trovano sulle guide.
Come nei luoghi in cui cresce (e bene) l’erba. Come a San Trovaso o a San Pietro di Castello. Come nei campi in cui i veneziani la sera lasciano correre liberi i loro cani. Come nel tragitto che va da Fondamenta Nuove all’Arsenale, in una passerella strettissima sull’acqua, tra muro e laguna.

Una pesce a nord del Mediterraneo

Venezia è sempre esistita come la vedi, o quasi. E’ dalla notte dei tempi che naviga; ha toccato tutti i porti, ha strusciato addosso a tutte le rive, le banchine, gli approdi: sulle squame le sono rimaste attaccate madreperle mediorientali, sabbia fenicia trasparente, molluschi greci, alghe bizantine. Un  giorno però ha sentito tutto il gravame di queste scaglie, questi granelli e schegge accumulati sulla pelle un poco per volta; si è resa conto delle incrostazioni che si stava portando addosso. Le sue pinne sono diventate troppo pesanti per sgusciare fra le correnti. Ha deciso di risalire una volta per tutte in una delle insenature più a nord del Mediterraneo, la più tranquilla, la più riparata, e di riposare qui.

Da Venezia è un pesce: una guida, di Tiziano Scarpa.

Una tela fatta di fili fragilissimi

Mario Rigoni Stern è nato in montagna, sull’Altipiano, quando l’inverno stava per cominciare.
Anche oggi come allora ad annunciare l’arrivo dell’inverno c’è lo scricciolo, il più piccolo degli uccelli europei, una sorta di batuffolo dal cuore grande che si avvicina discreto alle case degli uomini col suo richiamo lieve, ma chiaro come quello di un campanellino d’argento. Il suo nido è un vero e proprio capolavoro di ingegneria, una piccola sfera fatta di pareti compatte di muschio e di altri materiali vegetali, che viene posta anche nelle legnaie o in  sporgenze soprastanti il terreno.
Ricordare per Mario è un po’ sognare, è rivedersi con gli sci in spalla sui campi di gare dei balilla o in attesa della partenza per il fronte russo nel silenzio di quello strano e cupo inverno del ’42.
Ricordare è anche ripensare a certi inverni lontani come quello del ’44 quando la cosa più importante era dosare il sale, il tabacco e la grappa. Inverni in cui la polenta veniva preparata all’alba quando fuori era ancora buio e non si doveva far vedere oltre il bosco quel misero fumo che usciva dal camino.
D’inverno, quando il sole sorge, è il momento più freddo della giornata, ma è anche l’attimo in cui, grazie a questa nuova luce, tutta la natura riprende a vivere. E’ in questi frangenti che si comprende come, nella propria essenza, ogni uomo è l’eterno apparire del destino in cui tutto è legato a tutto, le stagioni alla natura, la natura alle stagioni.

Stagioni è forse un piccolo grande viaggio verso un luogo migliore, dentro ai ritmi della natura in cui i ricordi si snodano come una partitura musicale scritta in un modo limpido e asciutto che non cede mai alla retorica dell’elegia, rievoca e insieme fa capire tutta la potente energia del vissuto. I grandi avvenimenti della Storia si collocano accanto alle tante minime vicende personali, in un largo movimento ritmato dal susseguirsi regolare delle stagioni.
Con accenti spesso poetici Rigoni Stern ci narra del suo lungo cammino parlandoci della vita in montagna, tra cataste di legna, mucchi di fieno, lepri danzanti, voli di grifone, passaggi di caprioli, famiglie di volpi dentro vecchie trincee e richiami amorosi di galli cedroni. Tutta una tela fatta di fili fragilissimi che emergono poco alla volta, con delicatezza e intensità allo stesso tempo.
In un mondo frettoloso, distratto e materialista come quello attuale, potrebbe tornare utile fermarsi qualche ora e leggere (o rileggere) questa sorta di messaggio nella bottiglia.

50 sfumature di grigio

Dopo aver sbancato le classifiche americane, prima in versione ebook (un caso clamoroso anche questo) e poi in cartacea (edito da Alfred Knopf!), arriva in Italia “il libro di cui tutte parlano” come recita la copertina del primo volume della trilogia di 50 sfumature della casalinga inglese – ma non a digiuno di televisione – nota ormai con lo pseudonimo di E.L. James. Per aggiudicarsi il primo dei tre romanzi, che ha venduto 10 milioni di copie in sei mesi, le case editrici si son date battaglia e per una cifra ragguardevole sono stati già venduti i diritti per la versione cinematografica. Il fenomeno  50 sfumature è cresciuto con una sorta di effetto valanga che ha provocato sit-in di protesta da parte di associazioni femministe, rifiuti di vendere la trilogia in Florida, polemiche infinite, mega dibattiti su giornali e televisioni anche qui da noi (con “esperti” che vanno dal sessuologo all’escort) dando spesso la curiosa impressione di discutere di qualcosa di assolutamente poco attinente alla storia, da parte di gente che il libro non l’ha nemmeno sfiorato. Di che si tratta? Cosa è davvero “il libro dell’estate”?

Lei, Anastasia Steel, Ana per gli amici, ha ventun anni, sta per laurearsi in Letteratura Inglese all’università di Vancouver e non ha mai incontrato qualcuno che le facesse battere il cuore. Lui, Christian Grey, ventisette anni, è un manager affermatissimo, ricchissimo e – manco a dirlo – bellissimo. Una casualità li fa incontrare nell’ufficio di lui e da subito la tensione erotica tra i due è fortissima. La scialba Ana non parrebbe proprio il tipo di Mr Grey, ma l’attrazione li porta, praticamente da subito, a cominciare una relazione. Una relazione, però, che necessita di un contratto da sottoscrivere, preparato addirittura da un avvocato. Le condizioni che la ragazza deve decidere se accettare o meno sono davvero… particolari. Quali segreti cela il misterioso Christian? E fino a che punto Anastasia è disposta ad arrivare per lui?

Metti l’intreccio più classico di una fiaba, che pure un bimbo con le carte di Propp l’imbastisce: una fanciulla ingenua e un po’ goffa, un principe ricco, bello e potente, un ostacolo di qualunque natura, un superamento (questa la definizione dei formalisti russi) e, auspicato, un finale tipo “vissero felici e contenti”.
Metti uno schema classico da romanzo rosa che dall’ingenuità di Colette e Delly, passando per Liala, approda agli Harlequin Mondadori (ovvero gli Harmony) per deliziare i momenti liberi delle “casalinghe disperate” tanto bisognose di sognare il baldo macho, in attesa che il coniuge con la tartaruga rovesciata sugli addominali torni dal lavoro per stravaccarsi sul divano in ciabatte.
Metti un uomo forte e tormentato e una donnina fragile ma coraggiosa con la solita sindrome da crocerossina, disposta a tutto per aiutarlo: una storia su tutte, il mitico “Io ti salverò” di Hitchcock del 1945.
Metti (cavolo! Siamo nel 2012!) una bella dose abbondante di sesso.

Ecco, la ricetta di un successo annunciato è pronta. E, visto che pure di sesso, quello che fa davvero la differenza, se ne trova ovunque in tutte le salse, cosa pensa la furba casalinga inglese ispirata, dice lei, dagli amori dei vampiri di Twilight (ma anche questa affermazione appare banale perché si tratta della storia di qualunque amore contrastato e impossibile, da quello fiabesco della Sirenetta – aridaje con Propp – a quello più nobile tra Romeo e Giulietta)?

Fa una ricerca su siti e blog di appassionati del BDSM e decide di reinterpretare la storiella banale di lui&lei alla luce del desiderio di pruderie e voyeurismo dilagante. Ma c’è un ma. La necessità della furba operazione studiata per il pubblico (che infatti è lo zoccolo duro delle fans) di donne sposate ultratrentenni, è quella di edulcorare ed annacquare vicende e linguaggio, nel tentativo di sdoganare pratiche di sesso estremo che, comunque, tutti vogliono sbirciare dalla serratura. Il risultato è una storia di fantasesso scritta in maniera molto, troppo semplice, con una trama inconsistente, personaggi privi di spessore e banalità sconcertanti e assolutamente poco credibili. La volgarità non è nelle scene di sesso, né così sconvolgenti né tanto meno capaci di creare attesa e tensione erotica, ma appunto nella banalità di un libro che ha dominato l’estate 2012, forte anche di un martellamento pubblicitario su tutti i media. L’intenzione di mescolare tensione erotica travolgente, sensazioni forti e amore romantico è miseramente fallita e non è bastato raffazzonare qualche nozione di BDSM che, basta una semplice ricerca su Google, non sembra avere davvero nulla in comune con i giochi di dominazione-sottomissione che costituiscono una pratica mentale estremamente raffinata che in molti suoi aspetti, addirittura,  spesso c’entra poco  col sesso vero e proprio e affonda le sue radici nell’antica arte giapponese della Karada (arte della legatura), approdata in seguito nel teatro Kabuki, per poi esser definito nel ‘900 in occidente Bondage. Insomma, non è che uno legge i titoli di un manuale di medicina e può dissertare di fisiopatologia! Considerato anche che Mrs Jones non è che poi queste ricerche le abbia così approfondite, dal momento che in conferenza stampa alla domanda se si fosse ispirata a Histoire d’O , ha affermato di non conoscere questo titolo. A dimostrazione, anche, che chi ha scomodato pure il Divin Marchese mi sa che ha decisamente sopravvalutato libro e autrice. La marea di stereotipi, di una superficialità spiazzante, oltre che di un linguaggio povero e ripetitivo, si è anche avvalsa di una traduzione imprecisa ed impropria che ha prodotto perle tipo la resa di vanilla sex, che in area anglosassone è usato per indicare il sesso tradizionale, con un poco efficace “sesso alla vaniglia”. Ne consegue che dibattiti assurdi sui massimi sistemi, che hanno finito per scomodare anche concetti complessi come la lacaniana affermazione che è il desiderio che ha generato la coscienza che l’uomo moderno ha di sé, appaiono davvero risibili. Va bene, è un libro che ha stravenduto e questo è comunque un dato di fatto e un merito, ma nient’altro. Leggiamoci pure la trilogia, dunque, se ci va, divertiamoci come se leggessimo una favola scema per adulti ma teniamo presente due delle cose più carine che sono state dette a riguardo: la definizione di un ragazzino inglese di dieci anni che l’ha indicato come “la lettura un po’ sporcacciona della mamma” e la recensione caustica della Lucarelli su Libero: “Sembra scritto a quattro mani da Federico Moccia e Melissa P., dopo aver bevuto quattro mojito”. E ridiamoci su.

(Alessandra Farinola)


E.L. James

50 sfumature di grigio
Trad. Teresa Albanese
Mondadori
2012