Archive for settembre 2012

Mi chiamo Irma Voth

28 settembre 2012

La prima volta che ho incontrato Jorge è stato al rodeo di Rubio. Lui non era né un cowboy né un lanciatore di lazo. Era solo uno spettatore seduto sugli spalti. Normalmente noi non avevamo il permesso di andare al rodeo, ma mio padre era lontano da casa, nel Belize, in visita a un’altra colonia, e mia madre aveva detto a mia sorella Aggie e a me che potevamo prendere il pick-up e andare a passare il resto della giornata al rodeo, a patto che portassimo con noi anche i bambini così lei poteva riposarsi.
Forse era incinta. O forse aveva appena perso il bambino. Non ricordo. Ma quel pomeriggio se ne infischiava delle regole, e così, per miracolo, ci eravamo ritrovati a un rodeo. Non so se a rendermi audace sia stata la scarica di adrenalina che ho avuto al solo pensiero di essermi allontanata dalla fattoria, fatto sta che ho notato Jorge seduto là da solo, tutto preso dallo spettacolo, che muoveva abilmente il proprio corpo a seconda dei movimenti dei veri cowboy, e l’ho trovata buffa, come cosa, e ho deciso d’andarlo a salutare.
Fai finta di essere un cowboy? gli ho chiesto in spagnolo.
Lui ha sorriso, un po’ imbarazzato, credo.
E tu, fai finta di essere una mennonitzcha? ha detto.
No, io lo sono davvero.
Mi ha chiesto se volevo sedermi accanto a lui e io ho detto sì, ma solo per poco, perché bisognava che tornassi da Aggie e i bambini.
Abbiamo chiacchierato in un cattivo inglese e in un cattivo spagnolo, ma non è stata una gran conversazione, perché non appena mi ero seduta accanto a lui, la mia audacia era svanita di colpo e le mie ginocchia si erano messe a tremare dalla tensione. Avevo paura che qualcuno mi vedesse parlare con un giovane messicano e lo riferisse a mio padre.

A diciannove anni Irma Voth vive in una comunità mennonita nella regione semi desertica del Chihuahua messicano. Sono passati sei anni da quando la sua famiglia ha lasciato il Canada per sfuggire agli occhi indiscreti del governo e preservare la propria libertà religiosa, ma a Irma manca ancora la sua piccola città canadese. Le manca il freddo, ma non solo quello.
La vita in Messico non è facile, anzi. Irma si ritrova abbandonata dal giovane marito che l’ha lasciata per perseguire una vita di spaccio invece che lavorare nella fattoria della sua famiglia.
Ora suo padre l’ha relegata in un casolare ai margini della comunità e tutto sembra crollare, ma le cose cambiano per Irma solo quando nella casa vuota accanto alla sua arriva una troupe cinematografica a fare un film sulla comunità mennonita gettando inevitabilmente lo scompiglio…

Quando Miriam Toews sembra parlare del presente, ci porta lontano. La sua è una voce eccentrica, ma autentica, discorde, insolita. Non la afferriamo mai, perché abita altrove, anche quando pare soffrire e lacrimare davanti ai nostri occhi. Commuove e diverte (con un umorismo tagliente e spesso cupo) allo stesso tempo e scrive in un modo straordinariamente fresco parlando di felicità tortuose o di esistenze al limite con grande umanità e intensità emotiva.
Una scrittrice importante dallo stile lieve, rapido, sciolto che introduce uno struggente e fantastico respiro amoroso.


Miriam Toews

Mi chiamo Irma Voth
(traduzione di Daniele Benati)
Marcos y Marcos
2012

L’ultimo inverno

27 settembre 2012

George Washington Crosby ebbe le prime allucinazioni a otto giorni dalla morte. Steso sul letto d’ospedale preso a nolo, al centro del soggiorno, vide insetti che entravano e uscivano dalle crepe del soffitto. I vetri delle finestre, che un tempo aderivano perfettamente al telaio ed erano sempre puliti e brillanti, si erano scollati. Al primo soffio deciso di brezza si sarebbero staccati per piombare sulla testa dei suoi famigliari, seduti sul divano, sul sofà a due posti e sulle sedie della cucina che sua moglie aveva spostato in salone perché ognuno potesse accomodarsi. Di fronte a quel torrente in piena di vetri sarebbero scappati tutti, i nipoti del Kansas e di Atlanta, e sua sorella arrivata di fresco dalla Florida, e si sarebbe ritrovato solo, inchiodato al letto, circondato dalle schegge. Il polline e i passeri, la pioggia e gli intrepidi scoiattoli con cui aveva ingaggiato battaglie all’ultimo sangue nel tentativo di tenerli lontani dalle mangiatoie per gli uccelli avrebbero fatto irruzione dentro la casa.

George Washington Crosby è vicino alla morte e ripensa alla sua vita, fa i conti con gli enigmi del suo passato.
E’ stato un meticoloso e rispettato riparatore di orologi e ora si rivede bambino, libero di intrecciare la propria storia a quella di suo padre Howard, un uomo taciturno e sognante col cuore trasparente di un poeta di cui conosce poco o nulla.
L’ultimo inverno è una meditazione elegiaca sull’amore, sulla perdita e sulla presenza folgorante del passato che, come ci ha suggerito una volta Faulkner, non è mai morto. Non è mai veramente passato.

Paul Harding è stato allievo di Marilynne Robinson (che l’ha portato ad avvicinarsi a letture a metà tra la letteratura e la mistica) e con questo romanzo ha vinto il Pulitzer per la narrativa nel 2010. La sorpresa è stata grande perché al momento del suo riconoscimento, L’ultimo inverno era ancora un prodotto acquistabile solo in librerie indipendenti.


Paul Harding

L’ultimo inverno
(traduzione di Luca Briasco)
Neri Pozza
2012

Il ragazzo che leggeva Verne

27 settembre 2012

Tutti i giorni cominciavano così, gli stessi passi, le stesse parole, il rumore lieve delle sue dita che aprivano le persiane e quel bacetto, la pelle di mia madre che sfiorava appena la mia, una delicatezza prodotta dalla fretta e per nulla somígliante alla chiassosa, ripetuta pressione delle labbra che mi davano la buonanotte come se volessero restare per sempre impresse sulle mie guance. Tutti i giorni cominciavano così, ma la prima gelata, pur senza cambiare nulla, cambiava tutto. In altre case del paese si mettevano a guardare la montagna aggrottando la fronte, la stessa espressione preoccupata su tante facce diverse. Nella mia, che non era proprio una casa ma tre stanze della caserma di Fuensanta de Martos, tutti ci comportavamo meglio, perché sapevamo che, appena cominciava l’inverno, a mia madre passava la voglia di scherzare.

E’ il 1947. Nino ha nove anni, è figlio di un poliziotto e vive in una caserma del villaggio di Fuensanta de Martos nella Sierra Sur de Jaén. Scopre i libri di Jules Verne ed è conquistato dalle imprese eroiche del guerrigliero Cencerro.
La storia di Nino si svolge nella Spagna rurale nel cosiddetto triennio del terrore (1947-49), quando il regime aizzò una feroce repressione che doveva sopprimere il sostegno dei civili alle guerriglie antifranchiste.
Almudena Grandes ricrea personaggi solidi e scene magistrali con una straordinaria ricchezza di linguaggio. Il suo è uno studio dettagliato del comportamento umano a prescindere dall’ideologia, ma anche una miscela sagace di realtà e irrealtà che incanta e illumina.
Con Il ragazzo che leggeva Verne, un libro molto atteso, la Grandes prosegue un progetto molto ambizioso ispirato agli Episodi nazionali di Benito Pérez Galdós: sei romanzi autonomi uno dall’altro equiparati dal titolo di Episodi di una guerra interminabile.


Almudena Grandes

Il ragazzo che leggeva Verne
(traduzione di Roberta Bovaia)
Guanda
2012

Un’occhiata al Nocturama

24 settembre 2012

Nella seconda metà degli anni Sessanta mi recavo di frequente, in parte per motivi di studio, in parte per altre ragioni a me stesso non ben chiare, dall’Inghilterra al Belgio, a volte solo per un giorno o due, a volte per parecchie settimane. Durante una di quelle puntate in Belgio che – questa era allora la mia impressione – mi portavano in terre sempre molto lontane, capitai anche, in una scintillante giornata di inizio estate, ad Anversa, città che fino a quel momento conoscevo soltanto di nome. Già all’arrivo, mentre sferragliando il treno avanzava lentamente sotto la volta buia della stazione, dopo aver attraversato un viadotto dalle strane torrette a guglia su entrambi i lati, fui subito colto da un senso di malessere che, per tutto il tempo trascorso quella volta in Belgio, non mi avrebbe più abbandonato. Ricordo ancora con quali passi incerti girovagavo in lungo e in largo nel centro della città, per la Jeruzalemstraat, la Nachtegaalstraat, la Pelikaanstraat, la Paradijsstraat, la Immerseelstraat e per molte altre vie e stradine, e come alla fine, tormentato dal mal di testa e dai cattivi pensieri, trovassi rifugio al giardino zoologico situato in Astridplein, nelle immediate vicinanze della stazione centrale. Rimasi lì seduto, finché non mi sentii un po’ meglio, su una panchina in penombra accanto a una voliera in cui svolazzavano numerosi fringuelli e lucherini dal piumaggio variopinto. Verso il tardo pomeriggio feci una passeggiata nel parco e infine entrai a dare un’occhiata al Nocturama, che era stato aperto solo da qualche mese. Ci volle parecchio prima che i miei occhi si abituassero alla semioscurità artificiale e io riuscissi a distinguere i diversi animali che, dietro le vetrate, trascorrevano quella loro vita umbratile, illuminata da uno scialbo chiarore lunare. Non ricordo più con esattezza quali animali io abbia visto quella volta nel Nocturama di Anversa. Probabilmente erano pipistrelli e iaculini, originari dell’Egitto o del deserto dei Gobi, esemplari della fauna locale come istrici, gufi e civette, opossum australiani, martore, ghiri e lemuri, che balzavano da un ramo all’altro, passavano rapidi sul terreno di sabbia giallastra o erano sul punto di sparire in un intrico di bambù. Un ricordo nitido mi è rimasto in fondo solo dell’orsetto lavatore che osservai a lungo mentre, con espressione seria, se ne stava seduto ai bordi d’un rigagnolo, continuando a lavare sempre lo stesso pezzo di mela, quasi sperasse, mediante quell’operazione che andava ben al di là di ogni ragionevole scrupolo, di poter evadere dal mondo illusorio in cui era capitato senza, per così dire, il suo personale intervento. Per il resto, degli animali alloggiati nel Nocturama, ricordo soltanto che alcuni avevano occhi straordinariamente grandi e quello sguardo fisso e indagatore, riscontrabile anche in certi pittori e filosofi i quali, per mezzo della pura intuizione e del puro pensiero, cercano di penetrare l’oscurità in cui siamo immersi.

W.G. Seebald, da Austerlitz.

Facciamoci una bella tazza di tè

23 settembre 2012

“Bene” tagliò corto la signora Ramotswe. “Allora facciamoci una bella tazza di tè e studiamo il modo di affrontare il problema che ci ha sottoposto la signora Holonga l’altro giorno. Non possiamo stare tutto il tempo a parlare di uomini, dobbiamo metterci al lavoro. C’è molto da fare.”
La signorina Makutsi preparò il tè rosso e lo sorseggiarono discutendo la strategia migliore per trattare la questione dei pretendenti della signora Holonga. Il tè ovviamente ridimensionò il problema, come sempre, e dopo il primo giro, quando la signorina Makutsi prese la teiera leggermente sbreccata per riempire di nuovo le tazze, avevano ormai ben chiaro in testa cosa fare.

Alexander McCall Smith, da Il tè è sempre una soluzione.

Il verbo «odiare»

22 settembre 2012

I bambini attribuiscono al verbo «odiare» significati diversi. Può voler dire che hanno paura.
Non che si sentano in pericolo di un’eventuale aggressione come mi succedeva, ad esempio, con certi bambini grandi e grossi che, in bicicletta, si divertivano a tagliarmi la strada strillando come indemoniati, mentre passeggiavo sul marciapiede. Non è una minaccia fisica che si teme quanto piuttosto un sortilegio, una malevolenza. È una sensazione che, da molto piccoli, si può provare anche riguardo alle facciate di certi edifici, o a dei tronchi d’albero e, spessissimo, a cantine umide o armadi a muro profondi.

Da Troppa felicità di Alice Munro

Appartamento ad Atene

21 settembre 2012

Il capitano, come precauzione igienica, insistette per avere il bagno e lo stanzino del water per sé. «Voi greci avete tutti qualche malattia venerea» spiegò. Dal momento che dovevano comunque risparmiare sull’acqua calda, e non potevano permettersi il sapone, il fatto di avere a disposizione solo l’acquaio non peggiorò di molto la situazione; ma dover scendere ogni volta in cortile per raggiungere la latrina comune era duro, specialmente per la signora Helianos che soffriva di cuore.
La notte, durante i mesi invernali, faceva spesso troppo freddo perché il capitano potesse alzarsi per andare in bagno – le infreddature erano la sua maledizione -, e in quei casi suonava il campanello perché gli portassero un pitale; e li faceva aspettare mentre lo usava. A Helianos piaceva pensare di essere lui a rispondere invariabilmente a quel richiamo, ma era un po’ sordo, e spesso sua moglie si alzava senza disturbarlo per poi lagnarsene il mattino dopo. Non seppero mai se Kalter, nella sua qualità di tedesco altolocato, fosse abituato a quel genere di intimo servizio, o se provasse semplicemente gusto a scomodarli e umiliarli. Non scherzava mai e non diceva mai battute, ma a volte sembrava che gli occhi azzurri gli brillassero.
Vi potrà sembrare strano che provvedere a se stessi e a quell’unico ospite potesse tenerli occupati da mane a sera, snervandoli oltre ogni dire, ma così era. La spesa era responsabilità di Helianos, che vi dedicava tutta la mattina; e a volte, quando nei mercati del circondario c’erano solo cose immangiabili o lunghe code, anche parte del pomeriggio. Il carbone per la cucina bisognava andare a comprarlo piuttosto lontano, ora in piccole quantità, ora tutto il rifornimento settimanale in una volta; nello stesso giorno potevano essere necessari parecchi viaggi, con l’aiuto di Alex. A causa della malattia della moglie, a Helianos toccavano anche i lavori pesanti. Si erano rassegnati alla sporcizia dei loro abiti, ma il capitano si faceva lavare e stirare le camicie e la biancheria. La signora Helianos non faceva che cucire e rammendare, e man mano che il corredo familiare diventava sempre più consunto il lavoro aumentava e diventava sempre più difficile.

Best-seller nel 1945, Appartamento ad Atene colpisce per la prosa cristallina e il simbolismo vivido.
E’ la storia di una famiglia greca costretta a condividere la propria casa con un ufficiale tedesco durante la seconda guerra mondiale.
Glenway Wescott mette in scena un dramma intenso e claustrofobico con una trama degna di una vera tragedia greca.
La brutalità della guerra si svolge tutta nei dialoghi, nelle emozioni e negli stati d’animo che emergono dai piccoli dettagli di ogni monologo interiore o conversazione.

Wescott (1901-1987) è un autore oggetto di crescente interesse negli ultimi anni. Anche se raramente letto oggi, il suo contributo alla letteratura americana è stato significativo.
Wescott ha sviluppato vasti legami con la comunità americana espatriata in Francia in cui ha vissuto negli anni ’20 e ’30. Ernest Hemingway e Gertrude Stein hanno profondamente influenzato il suo lavoro e il suo stile di vita. Lui e il suo compagno di vita, Monroe Wheeler, sono diventati in seguito figure centrali nelle comunità artistiche e gay della New York negli anni ’50 e ’60.


Glenway Wescott

Appartamento ad Atene
(traduzione di Giulio Arborio Mella)
Adelphi
2012