Mi chiamo Irma Voth

La prima volta che ho incontrato Jorge è stato al rodeo di Rubio. Lui non era né un cowboy né un lanciatore di lazo. Era solo uno spettatore seduto sugli spalti. Normalmente noi non avevamo il permesso di andare al rodeo, ma mio padre era lontano da casa, nel Belize, in visita a un’altra colonia, e mia madre aveva detto a mia sorella Aggie e a me che potevamo prendere il pick-up e andare a passare il resto della giornata al rodeo, a patto che portassimo con noi anche i bambini così lei poteva riposarsi.
Forse era incinta. O forse aveva appena perso il bambino. Non ricordo. Ma quel pomeriggio se ne infischiava delle regole, e così, per miracolo, ci eravamo ritrovati a un rodeo. Non so se a rendermi audace sia stata la scarica di adrenalina che ho avuto al solo pensiero di essermi allontanata dalla fattoria, fatto sta che ho notato Jorge seduto là da solo, tutto preso dallo spettacolo, che muoveva abilmente il proprio corpo a seconda dei movimenti dei veri cowboy, e l’ho trovata buffa, come cosa, e ho deciso d’andarlo a salutare.
Fai finta di essere un cowboy? gli ho chiesto in spagnolo.
Lui ha sorriso, un po’ imbarazzato, credo.
E tu, fai finta di essere una mennonitzcha? ha detto.
No, io lo sono davvero.
Mi ha chiesto se volevo sedermi accanto a lui e io ho detto sì, ma solo per poco, perché bisognava che tornassi da Aggie e i bambini.
Abbiamo chiacchierato in un cattivo inglese e in un cattivo spagnolo, ma non è stata una gran conversazione, perché non appena mi ero seduta accanto a lui, la mia audacia era svanita di colpo e le mie ginocchia si erano messe a tremare dalla tensione. Avevo paura che qualcuno mi vedesse parlare con un giovane messicano e lo riferisse a mio padre.

A diciannove anni Irma Voth vive in una comunità mennonita nella regione semi desertica del Chihuahua messicano. Sono passati sei anni da quando la sua famiglia ha lasciato il Canada per sfuggire agli occhi indiscreti del governo e preservare la propria libertà religiosa, ma a Irma manca ancora la sua piccola città canadese. Le manca il freddo, ma non solo quello.
La vita in Messico non è facile, anzi. Irma si ritrova abbandonata dal giovane marito che l’ha lasciata per perseguire una vita di spaccio invece che lavorare nella fattoria della sua famiglia.
Ora suo padre l’ha relegata in un casolare ai margini della comunità e tutto sembra crollare, ma le cose cambiano per Irma solo quando nella casa vuota accanto alla sua arriva una troupe cinematografica a fare un film sulla comunità mennonita gettando inevitabilmente lo scompiglio…

Quando Miriam Toews sembra parlare del presente, ci porta lontano. La sua è una voce eccentrica, ma autentica, discorde, insolita. Non la afferriamo mai, perché abita altrove, anche quando pare soffrire e lacrimare davanti ai nostri occhi. Commuove e diverte (con un umorismo tagliente e spesso cupo) allo stesso tempo e scrive in un modo straordinariamente fresco parlando di felicità tortuose o di esistenze al limite con grande umanità e intensità emotiva.
Una scrittrice importante dallo stile lieve, rapido, sciolto che introduce uno struggente e fantastico respiro amoroso.


Miriam Toews

Mi chiamo Irma Voth
(traduzione di Daniele Benati)
Marcos y Marcos
2012

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