Archive for ottobre 2012

La luna…

17 ottobre 2012

E, dopo diciotto anni, rispunta anche La luna

Un vecchio articolo di giornale

17 ottobre 2012

Un vecchio articolo di giornale ritagliato spunta fuori da un cassetto dopo quasi vent’anni…

Il sorriso eterno

16 ottobre 2012

Nel buio eterno dell’aldilà i morti siedono a milioni nel silenzio desolato del nulla senza fine. Uno dopo l’altro prendono la parola per raccontare chi furono in vita ma nessuno degli altri ascolta, ognuno perso nella propria infelicità, ancora a domandarsi il senso della vita quanto della morte. Un “c’era una volta” per quella che non è una favola ma un triste rosario: ”Noi non possiamo dimenticare niente”. Un morto ricorda di aver vissuto vicino al mare  e che ascoltava “la tempesta e il silenzio”; uno fu un uomo importante, l’altro un noto commerciante; uno aveva pensato solo a lavorare per poi morire nell’unica occasione in cui si interessò ad un altro essere umano; uno fu un assassino, uno rubò la gioia agli altri perché voleva “diventare l’uomo più felice del mondo”. Un morto resta in silenzio perché “per parte sua, non aveva sperimentato nulla di grande […]; aveva vissuto soltanto con una quieta gioia”, lavorando come guardiano di un gabinetto pubblico. Tanti si sentono terribilmente soli:” Ognuno ben sentiva la propria sofferenza, ma non concepiva quella dell’altro, soltanto la intuiva vagamente così come s’intravede un debole chiarore nella lontananza della morte”. Un innamorato parla dell’amata che dopo cent’anni, a suo dire, lo aspetta ancora sulla riva di un fiume, testardo e ossessionato solo dal suo sentimento a dispetto del tempo e della morte, nonostante un vecchio gli ripeta come un mantra: “Che cos’è l’amore, che cos’è la vita, quando siamo tutti morti?”. C’è poi un essere antico, privo di ricordi, che non ha nemmeno il dono della parola: solo un odore lo lega alla sua vita terrena. Uno che era sempre felice volle uccidere un uomo “perché la luce era troppa” e anelava ad un po’ di buio. Anche Gesù, che fu “il salvatore dell’umanità” dice:” Quando venni qui, non ebbi padre. Fui un uomo come voi”. Allora la moltitudine infinita prende una decisone:” Non posso sopportare la mia solitudine in uno spazio che non ha fine. Voglio cercare dio, ciò che è sempre vero”. Così, con la forza della disperazione, si mettono in marcia per cercarlo, “per renderlo responsabile della povertà della vita”. Ma dio è solo un vecchio falegname senza risposte e sa solo ripetere:”Io non ho inteso la vita come qualcosa di notevole. Ho fatto il meglio che ho potuto”. Come troveranno, allora, pace?

Suggestivo e complesso, questo piccolo libro non è di facile lettura. Come osserva Italo Alighiero Chiusano, il curatore dell’introduzione, da sempre i poeti hanno fatto parlare i morti ma Pär Lagerkvist lo fa con la sofferenza di un cuore straziato dal dubbio e dalla segreta e, forse, inconfessata speranza che quel Dio negato giunga all’improvviso a confortarlo in una luminosa epifania. Dopo aver perso la fede da giovane, infatti, Lagerkvist cercò per sempre risposte, anche attraverso la sua arte, e fu infatti poeta, drammaturgo, autore di racconti e romanzi, sì da essere annoverato tra i classici svedesi. Nel 1951 meritò anche il Nobel per la letteratura. Tuttavia, mai colmò questo vuoto interiore e mai trovò le risposte al perché della vita e della morte che cercava, fino alla morte nel 1974. E le sue domande trovano eco qui, nelle voci senza volto dei protagonisti di questo libretto, alla ricerca di certezze negate all’Uomo. Un libro dunque per chi si fa quelle stesse domande, ma anche per chi crede di aver già trovato le sue risposte, perché è la condizione stessa dell’Uomo, e di quello moderno in particolare, ad esigere momenti importanti di riflessione come quelli offerti da Il sorriso eterno.

(di Alessandra Farinola)

Due

13 ottobre 2012

L’abito di Solange, adorno di volant di pizzo, bianco e leggero come la schiuma del mare, balenò per un istante, illuminato da una finestra aperta, poi attraversarono grandi corridoi bui; la sala del ristorante era vuota, le sedie di paglia capovolte sui tavoli. Oltrepassarono una terrazza spoglia, dal pavimento sabbiato, e videro finalmente i fari dell’auto, gialli e luminosi, che bucavano la nebbia. Marianne sentì all’improvviso il freddo del mattino sulle braccia nude e sul collo. Prese il cappotto che Antoine le porgeva. Solange mosse qualche passo, si portò la mano alla fronte, disse con voce alterata:
«Oh, non voglio andarmene da qui!».
Provavano tutti la stessa, voluttuosa, disperazione, quell’angoscia che prende l’anima quando la felicità è finita, ma è un’angoscia ancora intrisa di felicità, come il limo della terra è intriso d’acqua. Il fiume scorreva nel silenzio più profondo. Così a volte, in sogno, ci appare un’onda muta e incolore che scaturisce ai nostri piedi, passa e ci trascina verso pallide rive.
Stavano immobili sulle sue sponde, incantati, quando un piccolo grido freddoloso si levò da un cespuglio accanto a loro, e videro volar via un uccello dalle piume grigie, percorse da un fremito, che si appollaiò sulla cima di un albero. Un pesce saltò nell’acqua. Le campane cominciarono a suonare; era la mattina di Pasqua.

Con l’intensità della sua scrittura, Irène Némirovsky rappresenta con precisione la classe borghese del suo tempo e tutte le sue contraddizioni.
Non è ironica, ma severa, essenziale, sobria, delicata.
Profondamente russa e sofisticatamente francese, la Némirovsky scrive di giovani reduci della prima guerra mondiale che tornano a casa senza dimenticare l’orrore delle trincee e di una Parigi che vuole tornare a vivere e a gioire dopo tanta sofferenza. Sono loro i reali protagonisti di queste relazioni bizzarre, strambe, ma limpide, sorprendenti, così nuove e inconsuete per quei tempi.
Due è un piccolo capolavoro sull’eterno gioco dei sentimenti che può risultare scomodo per tutto ciò che rivela.

 

Irène Némirovsky
Due
Traduzione di Laura Frausin Guarino
Adelphi
2012

Vite immaginarie

13 ottobre 2012

Veramente si chiamava Paolo di Dono; ma i Fiorentini lo chiamarono Uccelli, o Paolo Uccelli, a causa del gran numero di uccelli raffigurati e di bestie dipinte che riempivano la sua casa, essendo egli troppo povero per nutrire degli animali o per procurarsi quelli che non conosceva. Si dice anche che a Padova eseguì un affresco dei quattro elementi, e che diede come attributo all’aria l’immagine del camaleonte. Ma non ne aveva mai visti, sicché rappresentò un cammello panciuto che ha la bocca spalancata. (Ora il camaleonte, spiega il Vasari, è simile a una piccola lucertola smilza, mentre il cammello è una grande bestia dinoccolata). Perché Uccello non si preoccupava affatto della realtà delle cose, ma della loro molteplicità e dell’infinito delle linee; e così fece campi blu, e città rosse, e cavalieri vestiti d’armature nere su cavalli d’ebano, dalla bocca infiammata, e lance dirette come raggi di luce verso tutti i punti del cielo. E aveva l’abitudine di disegnare dei mazzocchi, che sono dei cerchi di legno ricoperti di panno che si mettono sulla testa, in maniera che le pieghe della stoffa buttata indietro circondino tutto il viso. Uccello ne raffigurò alcuni a punta, altri quadrati, altri sfaccettati, disposti in piramidi e in coni, seguendo tutte le apparenze della prospettiva, cosicché trovava un mondo di combinazioni nelle pieghe del mazzocchio. E lo scultore Donatello gli diceva: «Ah! Paolo, tu lasci la sostanza per l’ombra!».
Ma l’Uccello continuava la sua opera paziente, e raccoglieva i cerchi, e divideva gli angoli, e esaminava tutte le creature in tutti i loro aspetti, e andava a chiedere l’interpretazione dei problemi d’Euclide al suo amico matematico Giovanni Manetti; poi si rinchiudeva e ricopriva le sue pergamene e i suoi legni con punti e curve. Si dedicò perpetuamente allo studio dell’architettura, e in questo si fece aiutare da Filippo Brunelleschi; ma non lo faceva affatto con l’intenzione di costruire. Si limitava a osservare le direzioni delle linee, dalle fondamenta sino ai cornicioni, e la convergenza delle rette nelle loro intersezioni, e in qual maniera le volte giravano sulle loro chiavi, e lo scorcio a ventaglio delle travi del soffitto che sembravano unirsi all’estremità delle lunghe sale. Raffigurava anche tutte le bestie e i loro movimenti, e i gesti degli uomini al fine di ridurli a linee semplici.

Le vite immaginarie di uomini illustri o le vite reali di personaggi rappresentano un tema letterario di grande suggestione che ha affascinato scrittori come Marcel Schwob, Jorge Luis Borges, Alberto Savinio, Giuseppe Pontiggia.
Marcel Schwob (1867-1905), scrittore eclettico, filologo, romanziere, traduttore e drammaturgo, è forse la figura più singolare e meno “francese” dell’ultimo ottocento letterario d’oltralpe.
E’ sempre stato fortemente attratto dalla relazione tra realtà storica e verità fantastica. La sua immaginazione è un vasto territorio abitabile, esteso più nel tempo che nello spazio, dove ogni cronologia sembra abolita…
Come scrisse anche Jorge Luis Borges, la vita da bibliomane di Marcel Schwob fu consacrata a compilare e comparare memorabili vite immaginarie.

 

Marcel Schwob
Vite immaginarie
A cura di Fleur Jaeggy
Adelphi
2012

L’ultimo giorno di Joseph Conrad

9 ottobre 2012

JC aveva richiesto l’approvazione di Curle per la scelta della nuova casa. L’avevano individuata lui e Vinten, più o meno una settimana prima, e avevano deciso di traslocarci dopo la guarigione di Jessie. A Curle era parso che quel viaggio per JC rappresentasse una sorta di ritorno – la promessa di un rientro in patria -, ma si trasformò invece in quel che Curle più tardi avrebbe ricordato come “il viaggio interrotto verso Hythe”. A tre chilometri dalla costa era risultato chiaro che quello di JC era un attacco: aveva smesso di respirare normalmente, e così Curle aveva dato ordine a Vinten di tornare indietro a tutta velocità.
Aveva tenuto la mano fredda di JC per tutta la strada fino a Oswalds e sorretto il suo peso morto, senza mai perderlo di vista. L’interno del dito indice macchiato di marroncino, le unghie tutte rosicchiate e irritate, le dita ancora affusolate ed eleganti, la pelle raggrinzita sulle nocche, le vene violacee, sporgenti sotto i nei, le cicatrici e altre macchie, una piccola verruca su un lato dell’anulare. Della mano sinistra, non di quella con cui scriveva. L’uomo ingoiava l’aria che entrava, dal finestrino come fosse acqua, il petto che si sollevava, il corpo esausto e tremante per lo sforzo, la mano inerte in quella di Curle.
Quando arrivarono a Oswalds, Arthur Foote portò quasi di peso JC su per le scale fino alla sua camera da letto, mentre Vinten chiamava il dottor Reid. Curle e Foote avevano deciso di non disturbare jessie e di avvertirla solo quando JC fosse stato sistemato a letto. Curle indugiò al piano di sotto prima di risalire in camera sua, cosa che in altre circostanze normalmente avrebbe fatto, per stendersi un secondo sul letto a contemplare le punte lustre delle scarpe, i fili d’erba umidi che la pioggia scintillante vi aveva incollato, senza sapere come comportarsi o dove andare. Fece ciondolare le gambe dal letto e si guardò intorno.
C’era una strana calma per un pranzo del sabato, come se quella mattina non fossero usciti di casa, quasi l’orologio si fosse spostato indietro per annunciare la colazione che già avevano consumato tutti insieme, con le chiacchiere sul lavoro, i libri, i giorni a venire.

L’ultimo giorno di Joseph Conrad non è solo un romanzo conradiano per tema e caratterizzazione. E’ un poema epico in miniatura. Un libro di pregevole fattura sulla fragilità dell’amore familiare e sulla desolante esperienza del lutto. Un’indagine in profondità che colpisce e impressiona per la sua acutezza psicologica offrendo un ritratto persuasivo ed efficace sul dolore.
David Miller stupisce e sorprende per dettagli, punti di vista e note introspettive descrivendo con grande acutezza le tensioni e le angosce che emergono quando il personale diventa pubblico.
Il presente è lievissimo: è nato stamani e domani non ci sarà più: è pieno di incanto e di grazia, come tutto ciò che è effimero e non ha radici, forse nemmeno futuro…

Twitter:@marcoliber


David Miller

L’ultimo giorno di Joseph Conrad
(traduzione di Simona Fefé)
Neri Pozza
2012

Indagine 40814

2 ottobre 2012

Manca poco all’anno Mille e Ulderico, vescovo di Augusta in Baviera, è convinto che dovrà essere il frate benedettino Zenobius l’uomo giusto per portare a termine un importante e vitale incarico. Quando Ulderico lo fa chiamare Zenobius si mette subito in cammino e dopo un mese eccolo di fronte all’amico… E’ lì con alcuni suoi confratelli monaci… Sono dodici come gli apostoli di Gesù.
Frate Zenobius è pensieroso e incerto se chiedere al vescovo cosa deve portare in salvo. Prende coraggio e una volta formulata la domanda viene finalmente esaudito…

Indagine 40814 è un romanzo ricco di colpi di scena, un giallo-thriller con intermezzi storici. E’ ambientato nella provincia vicentina e presenta numerosi flashback che riportano il lettore all’epoca medioevale e alla seconda guerra mondiale. È uscito alla fine di settembre 2011 ed è il primo romanzo dello storico e giornalista scledense Luca Valente (edito da Attilio Fraccaro Editore, una giovane casa editrice di Bassano del Grappa che si sta facendo conoscere al pubblico anche grazie al successo di questo libro).

Il mistero da decifrare è complesso e chi legge viene catapultato verso il passato sentendosi però a suo agio tra gli avvenimenti che accadono e che appassionano fin dall’inizio. La forma di diario, con capitoli brevi cadenzati dall’indicazione di luogo e data, agevola il lettore nel ricorrente passaggio da un’epoca all’altra e non fa mai perdere il filo del discorso.
Indagine 40814 può contare su una tessitura notevole, complessa e intricata. Una trama a intreccio psicologico gestita con fine intelligenza e con personaggi a tutto tondo, credibili e convincenti, tanto da sembrare reali.
Il testo si caratterizza per una scrittura scorrevole e accurata che avvince ma coglie anche l’occasione per far riflettere. I dialoghi sono ad alto coinvolgimento, il ritmo della storia è veloce e avvincente perché si mescolano indizi veri con piste false che alimentano continui colpi di scena fino a un sorprendente finale.
Un libro a dir poco suggestivo che merita di essere letto e conosciuto anche dal grande pubblico.

(Simone Ruffini)

Luca Valente
Indagine 40814
Attilio Fraccaro editore
2011