L’ultimo giorno di Joseph Conrad

JC aveva richiesto l’approvazione di Curle per la scelta della nuova casa. L’avevano individuata lui e Vinten, più o meno una settimana prima, e avevano deciso di traslocarci dopo la guarigione di Jessie. A Curle era parso che quel viaggio per JC rappresentasse una sorta di ritorno – la promessa di un rientro in patria -, ma si trasformò invece in quel che Curle più tardi avrebbe ricordato come “il viaggio interrotto verso Hythe”. A tre chilometri dalla costa era risultato chiaro che quello di JC era un attacco: aveva smesso di respirare normalmente, e così Curle aveva dato ordine a Vinten di tornare indietro a tutta velocità.
Aveva tenuto la mano fredda di JC per tutta la strada fino a Oswalds e sorretto il suo peso morto, senza mai perderlo di vista. L’interno del dito indice macchiato di marroncino, le unghie tutte rosicchiate e irritate, le dita ancora affusolate ed eleganti, la pelle raggrinzita sulle nocche, le vene violacee, sporgenti sotto i nei, le cicatrici e altre macchie, una piccola verruca su un lato dell’anulare. Della mano sinistra, non di quella con cui scriveva. L’uomo ingoiava l’aria che entrava, dal finestrino come fosse acqua, il petto che si sollevava, il corpo esausto e tremante per lo sforzo, la mano inerte in quella di Curle.
Quando arrivarono a Oswalds, Arthur Foote portò quasi di peso JC su per le scale fino alla sua camera da letto, mentre Vinten chiamava il dottor Reid. Curle e Foote avevano deciso di non disturbare jessie e di avvertirla solo quando JC fosse stato sistemato a letto. Curle indugiò al piano di sotto prima di risalire in camera sua, cosa che in altre circostanze normalmente avrebbe fatto, per stendersi un secondo sul letto a contemplare le punte lustre delle scarpe, i fili d’erba umidi che la pioggia scintillante vi aveva incollato, senza sapere come comportarsi o dove andare. Fece ciondolare le gambe dal letto e si guardò intorno.
C’era una strana calma per un pranzo del sabato, come se quella mattina non fossero usciti di casa, quasi l’orologio si fosse spostato indietro per annunciare la colazione che già avevano consumato tutti insieme, con le chiacchiere sul lavoro, i libri, i giorni a venire.

L’ultimo giorno di Joseph Conrad non è solo un romanzo conradiano per tema e caratterizzazione. E’ un poema epico in miniatura. Un libro di pregevole fattura sulla fragilità dell’amore familiare e sulla desolante esperienza del lutto. Un’indagine in profondità che colpisce e impressiona per la sua acutezza psicologica offrendo un ritratto persuasivo ed efficace sul dolore.
David Miller stupisce e sorprende per dettagli, punti di vista e note introspettive descrivendo con grande acutezza le tensioni e le angosce che emergono quando il personale diventa pubblico.
Il presente è lievissimo: è nato stamani e domani non ci sarà più: è pieno di incanto e di grazia, come tutto ciò che è effimero e non ha radici, forse nemmeno futuro…

Twitter:@marcoliber


David Miller

L’ultimo giorno di Joseph Conrad
(traduzione di Simona Fefé)
Neri Pozza
2012

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