Archive for novembre 2012

Le mie prime convinzioni

30 novembre 2012

keyneslemieprimeconvinzioniIn questa splendida edizione di Adelphi ci sono due saggi di John Maynard Keynes molto diversi per argomento che sono stati composti a vari anni di distanza l’uno dall’altro. Sono due testi caratterizzati da una limpida prosa e sono stati pensati per essere letti in pubblico a una piccola platea di amici intimi.

Melchior: un nemico sconfitto è il ritratto di un banchiere ebreo, membro della delegazione tedesca alla Conferenza di pace di Parigi del 1919, che Keynes ebbe modo di incontrare e frequentare nel corso dei lavori della Conferenza. Un giudizio a caldo sul testo (che risale al 1921) è in una lettera di Virginia Woolf, che aveva dovuto lasciare la riunione prima della fine: «Caro Maynard, ci faresti avere il tuo manoscritto in modo che possiamo leggere quello che ci siamo persi ieri sera? Lo terremo segreto e te lo restituiremo subito. Ci è parso magnifico, e non so dirti quanto ti invidio per il modo come descrivi i personaggi. Sempre tua Virginia Woolf»

Le mie prime convinzioni è stato scritto nel 1938 e presentato il 9 settembre durante un ritrovo nella casa di vacanze di Keynes a Tilton, nel Sussex. Qui l’economista evoca con nostalgia e ironia l’ambiente filosofico in cui si trovò immerso quando, nell’autunno del 1902, fece il suo ingresso all’Università di Cambridge, dove si formò la sua prima cerchia di amici (molti dei quali, trasferitisi a Londra negli anni successivi, sarebbero entrati a far parte del nucleo originario del sodalizio di intellettuali che, a partire dal 1905 e fino alla prima guerra mondiale, sarebbe stato conosciuto come il Gruppo di Bloomsbury).

John Maynard Keynes, Le mie prime convinzioni, a cura di David Garnett, traduzione di Pierangelo Dacrema e Brunella Bruno, Piccola Biblioteca Adelphi, 2012.

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Scrittori in viaggio

22 novembre 2012

C’è un bambino di sette anni che prende un vecchio treno malmesso per attraversare campagne e colline e per affacciarsi dal finestrino e godere del vento sul viso: mica gli interessa cosa ci vada a fare al Pelagallo, il vecchio ospizio che è la loro meta, la giovane che lo accompagna, né perché non sia contenta quanto lui di andarci. Ci sono i pensieri, sparsi lungo un percorso qualunque, di un tale che ne sta per condividere alcuni importanti con un amministratore delegato. Ci sono strani giochi, una sorta di caccia metropolitana tra lo sferragliare  dei binari e le facce stravolte dei pendolari. C’è “il tempo  vuoto del pendolarismo”  incredibilmente “trasformato in quello della poesia”. C’è chi, dopo aver desiderato a lungo un’auto, capisce che solo su un bus dell’Atac gli potrà capitare di godersi il sorriso di Roma, quello che fa sorridere anche te, pure se non lo vuoi. Ci sono gli addii, rapidi, brevi, affilati e taglienti come un racconto di poche parole, che fanno male come un fermo immagine di binari inesorabilmente paralleli in quel ventre caldo e indifferente della terra che è una metropolitana. Ci sono viaggi senza ritorno in compagnia di una vecchia pazza e della voce di un poeta che ha scritto il nome sull’acqua o  paralleli a ciò che non si è realizzato e vissuto. Ci sono le paure, che nei ricordi e nella nostalgia dell’adolescenza hanno uno spazio preciso: quello sporco, pericoloso, puzzolente di un sottopassaggio. Ci sono strani incontri che insegnano a dubitare di chi, in uno scompartimento, sfugge gli sguardi e non ha voglia di scambiare due parole. C’è la metropolitana che può diventare una strana terapia dagli esiti dubbi. Ci sono viaggi da incubo in cui manca l’aria ed è difficile dominare un attacco d’ansia oppure viaggi che regalano incontri di sguardi dagli sviluppi interessanti.

Tutto questo e altro ancora in questi ventuno racconti divertenti, alcuni bellissimi, altri tristi, altri stranianti, almeno quanto le fotografie che a ciascuno di essi si accompagna. Racconti spesso brevissimi di viaggi più o meno reali, più o meno lunghi, più o meno piacevoli. Ma un viaggio, qualunque viaggio, reale o simbolico che sia, è soprattutto emozioni, suggestioni, sensazioni, pensieri che si rincorrono, ricordi che si riaffacciano, rimpianti che graffiano, nostalgie che affiorano. Nel grigiore di certa monotona quotidianità, connotata dal precariato e dal pendolarismo privi di riferimenti e certezze, si insinuano speranze, aspirazioni, relazioni curiose, amori a senso unico disegnati su un solo sguardo. E ancora, desiderio di ricominciare da qualche parte, voglia di rifugiarsi nella folla, illusione di dimenticare o di crederci ancora …
Nato da un viaggio in treno al limite del surreale, come capita a tanti nella nostre beneamate ferrovie, vissuto dal curatore dell’antologia Alex Pietrogiacomi, scrittore, giornalista e consulente editoriale, e dal fotografo Gianluca Giannone (che stava raccogliendo scatti tra i pendolari delle prime ore del mattino per un suo progetto), l’agile libretto dal formato tascabile sia avvale dei contributi di ventuno penne, diverse per esperienza, età, sesso, che hanno scritto indipendentemente e, in larga parte,  senza nemmeno conoscersi, coordinandosi in un gruppo su facebook. La prefazione è dello scrittore Filippo Tuena, la postfazione del giornalista John Vignola.

Una citazione tra le tante possibili: “ Il treno è abbastanza veloce da non farti pensare, abbastanza lento da lasciarti scrivere, male “.

(di Alessandra Farinola)

La ragazza che cadde dal cielo

5 novembre 2012

Era uscita dal palazzo, passando accanto a sentinelle e sacchi di sabbia, nella luce intensa di Northumberland Avenue. Qualcuno l’aveva notata? Sperava di sì. Le sarebbe piaciuto apparire straordinaria agli occhi dei passanti. Sperava che quegli anonimi pedoni si accorgessero di quanto era in gamba, audace, avventurosa. La Francia… Come ci sarebbe arrivata? Via mare? 0 varcando di nascosto il confine con la Svizzera? 0 forse con un piccolo velivolo? Non importava, grazie a quell’incarico misterioso sarebbe tornata in Francia. Aveva attraversato la strada, accostandosi alla riva del fiume. C’era la bassa marca e i gabbiani raspavano nel fango. facendo versi che parevano gemiti o sogghigni. Avrebbe voluto mettersi a ridere e piangere insieme a loro. Ridere di gioia e piangere per il panico che le toglieva il fiato. I treni passavano sferragliando sul ponte sopra la sua testa. La gente sbucava dalle ombre della stazione della metropolitana, accecata dalla luce del sole. Anche lei si sentiva abbagliata dalla nuova vita che l’attendeva, Forse presto sarebbe stata sulle rive di un altro fiume. La Senna. Quel pensiero le dava quasi il capogiro: lei, Marian Sutro, che viveva a Parigi sotto falso nome – Colette non le sarebbe dispiaciuto – e indugiava sulle rive della Senna accanto al Pont Neuf, lo sguardo rivolto all’altra sponda, al Louvre, oltre l’Île de la Cité. I parigini che aveva intorno forse si chiedevano se e quando gli inglesi sarebbero venuti a salvarli, e non potevano, indovinare che erano già lì, nella persona di quella ragazzina minuta.

La ragazza che cadde dal cielo è ambientato nei primi anni ’40 in piena guerra e segue le sorti di una ben educata ragazza borghese, Marian Sutro, figlia bilingue di un diplomatico cresciuta sulle rive del lago di Ginevra e in Inghilterra. Metà francese e metà inglese, Marian verrà paracadutata nel sud-ovest della Francia, ma la sua vera destinazione è Parigi, in cui dovrò cercare un amico di famiglia, Clément Pelletier, un fisico nucleare impegnato a costruire una nuova e terrificante arma…
La ragazza che cadde dal cielo può essere anche definito un thriller coinvolgente che però trascende i limiti del genere. Di sicuro una lettura gratificante e al tempo stesso una meditazione sul patriottismo, sul tradimento e sui limiti dell’amore.
Un omaggio sentito alle tante donne che hanno servito e sono morte durante la Resistenza.

Simon Mawer, La ragazza che cadde dal cielo, traduzione di Massimo Ortelio, I Narratori delle Tavole, Neri Pozza, 2012.

Un uomo di passaggio

5 novembre 2012

Il mio piano originario prevedeva di imparare la lingua leggendo i capolavori della letteratura spagnola in originale, e avevo fantasticato sulla natura e l’effetto di uno spagnolo assimilato cosí, sul modo in cui le sfumature arcaicizzanti e la solennità formale della retorica si sarebbero scontrate con la banalità della vita quotidiana, dando l’impressione che fossi venuto non tanto da un altro paese, quanto da un altro tempo. Mi immaginavo usare uno splendido e raffinatissimo giro di parole davanti al fuoco, dopo che Jorge aveva tirato fuori quell’erba micidiale, e vedevo dipingersi sulle facce degli altri la consapevolezza che l’incapacità a capirmi non dipendeva dalla mia ignoranza o dall’accento, ma da quanto erano lontani dai vertici della loro stessa lingua. Mi immaginavo dalla loro prospettiva dopo che ero arrivato a padroneggiare quella lingua alta: aurato, con il mio esempio che si affermava come simbolo di una forza latente nella loro lingua, e da allora in poi persino i miei silenzi sarebbero apparsi finemente cesellati, carichi di significato. Ma sembrava che non riuscissi a dedicarmi alla prosa in spagnolo, anche perché dovevo cercare così tante parole che non riuscivo mai a sentire per davvero il movimento di una frase; per me continuava a essere una serie di particelle, mai un’onda; non avevo la pazienza di leggere e rileggere lo stesso brano finché le parole smettevano di essere semplici punti e formavano una linea. Arrivai a rendermi conto che, piú della trama e del significato convenzionale, per me era di gran lunga piú importante il movimento in una precisa direzione che percepivo leggendo opere in prosa, la filigrana del tempo nel suo trascorrere, la macchina bianca della vita.
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Niente è più americano che scappare verso l’Europa fingendo di non essere americani.
Adam Gordon è un brillante e inaffidabile giovane poeta americano che arriva a Madrid nel 2004 dopo aver vinto una prestigiosa borsa di studio. Sembra che stia lavorando a un lungo poema sulla guerra civile spagnola, ma in realtà la sua “ricerca” personale sta prendendo una forma diversa. Adam è cosciente che non esistono risposte e che bisogna continuare a porre domande. Ha però grossi dubbi sul valore della poesia, sul ruolo del poeta che cattura la realtà sulla pagina sapendo già di fallire.
Che cosa è reale quando le nostre esperienze sono mediate dal linguaggio, dalla tecnologia, dai farmaci e dalle arti? La poesia è una forma d’arte essenziale o è semplicemente uno schermo per le proiezioni del lettore?
Scritto con una prosa molto particolare che passa dal comico al tragico, Un uomo di passaggio è il ritratto ferocemente contemporaneo di un artista da giovane condannato a vagare per i corridoi bui della propria autenticità.

Ben Lerner, Un uomo di passaggio, traduzione di Laura Prandino, collana Bloom, Neri Pozza, 2012.

La curiosità di Mario Praz

2 novembre 2012

Come in ogni altro campo, così per l’arredamento gli uomini si dividono in due classi, anzi addirittura in due razze, direbbe Charles Lamb. Come ci sono i belli e i brutti, i buoni e i cattivi, gli statici e i dinamici, gli allegri e i melanconici, i loquaci e i taciturni, i prodighi e gli avari, e infinite sfumature intermedie, e le più strambe combinazioni di opposti. Per il Lamb tutte le più svariate classificazioni si ridurrebbero alla diversità originaria di «uomini che pigliano a prestito e uomini che danno in prestito». lo mi azzarderei a proporre una distinzione originaria ancor più fondamentale: uomini che tengono alla casa e uomini che non ci tengono affatto. Naturalmente, anche qui, le solite sfumature intermedie: uomini che ci tengono un poco, o così così, o in certe fasi soltanto della loro vita: uomini che mostrano qualche interesse per i mobili soltanto quando metton su casa per il matrimonio, e una volta fatta quella spesaccia, non se ne occupan più (e forse costoro, inorridiamo a pensarci, son la maggioranza). Vi sono alcuni del tutto insensibili a ciò che li circonda, altri che si adattano, e magari provan gusto a vivere in ambienti che i più giudicherebbero intollerabili. Confesso che mi riesce estremamente difficile capire l’animo degli uomini incuranti delle cose e della casa.

Pietro Citati spiega bene come la mente di Mario Praz fosse la più estesa e smisurata tra quelle dei saggisti italiani del secolo scorso. Una mente affollata di sensazioni, di sentimenti, di conoscenze, di oggetti. Una mente ricca di tanti aspetti, tante facce, tante luci, tante ombre, tanti colori.
La curiosità di Mario Praz non aveva limiti e quando nel 1964 pubblica questa sua storia dell’arredamento da Roma ai giorni nostri lo fa in un modo unico, appassionato, innovativo. Come un erudito secentesco, aveva letto intere biblioteche e tutte queste letture gremivano fino all’orlo la sua mente fornendogli ogni associazione possibile. Forse per questo riesce a farci entrare nelle case del passato restituendoci tutta la forza espressiva e la vitalità di quegli ambienti.

Mario Praz, La filosofia dell’arredamento, Biblioteca della Fenice, Guanda, 2012.