Archive for febbraio 2013

Mi chiamo…

25 febbraio 2013

mi chiamoIn quella sera di maggio, nella sua stanza da letto, nella notte infinita come l’angoscia, lei è sola, completamente sola, ed ha paura. Le manca il respiro e implora il suo cuore perché smetta di battere così forte. Sgrana infiniti perché senza risposta e  il tempo che scorre lento  su un rosario di dolore, nel tentativo di dominare la paura e pensare. I ricordi. Ecco, ripercorrere i ricordi da quel tempo lontano in cui è stata felice, quando era solo una bambina, Domenica si chiamava – il suo nome, allora, non faceva paura – , e con le sue tre sorelle godeva del mare e del sole che scaldava anche l’anima nel suo paese, giù in Calabria. Fino a che le prime ombre erano giunte a turbare la sua gioia di vivere e, brutali, le avevano insegnato l’abbandono e l’insicurezza, quando suo padre, quell’uomo forte che amava i libri, aveva lasciato sole le sue donne ed era andato via. Poi era arrivata la musica a salvarla, e lei aveva scoperto che la sua voce era capace di sollevarla sulle sue fragilità. Era diventata forte allora, e quella bambina spaventata e incerta che voleva cercare la libertà in Amazzonia era diventata una donna che sapeva cosa voleva dalla vita. ”Io volevo solo cantare. Riempire il vuoto con le parole e con la musica.” E lei sapeva farlo bene, meglio di tutti, perché sapeva commuovere e toccare le corde del cuore. Lei ora è Mimì, in tanti le vogliono bene ma la sua fame d’amore non si appaga. Ha successo e uno come Charles Aznavour, dopo due anni,  la vorrebbe con sé ancora  in tournée. Ma l’invidia è una brutta cosa e sa farsi subdola e strisciare viscida, insinuandosi lenta proprio  nell’ambiente in cui lavora. Suo padre, da bambina, le aveva insegnato quella parola greca che è un peccato terribile, la hybris, il peccato di chi è bravo e vuole andare oltre, terribile perché scatena l’invidia degli dei. Ma gli dei non esistono, e tuttavia c’è la gente che è capace di fare non meno male. E il caso, poi, sa essere cattivo quanto la gente, quando comincia ad inanellare episodi stupidi a vicende tragiche. Lei, Mimì, non ha colpa, ovviamente, ma diventa “quella lì”, quella il cui nome fa paura, è impronunciabile, perché fa accadere brutte cose. Perché dicono questa cosa terribile, che cresce, cresce come una valanga? “Come se si rispondesse a una fame antica. La fame di scaricare altrove i propri problemi o di trovare una soluzione all’incomprensibilità della vita.” Ora anche lei ha paura di quel nome, lei che adesso è sola in quella stanza con la sua sofferenza, lei che sa che dovrebbe chiamare qualcuno ma non ce la fa, lei che, rannicchiata su se stessa, cerca di smettere di pensare perché le fa troppo male, cerca di dormire, respirare e dormire. Per riposare, finalmente. “Adesso non c’è più poesia.”

Il 12 maggio 1995 muore, in circostanze dubbie, Mia Martini, una della voci più straordinarie del panorama musicale italiano. L’autopsia parlò, all’epoca, di una overdose di medicinali. Mimì era stata sempre una donna apparentemente forte e piena di gioia di vivere ma mai aveva sanato la ferita causata dall’abbandono paterno; aveva sempre portato nel cuore il sole della sua terra e quando cantava era capace di trascinare chiunque l’ascoltasse nel mondo meraviglioso creato dalla sua voce. Tormentata ma entusiasta è stata capace di cadere e risollevarsi più volte, di superare tanti momenti critici nella sua vita artistica e privata, rialzandosi ogni volta più forte e più coraggiosa di prima. Ma tutti abbiamo un limite oltre il quale non si riesce a sopportare, oltre il quale è difficile prendere altri schiaffi. Mimì donava l’amore di cui era capace attraverso la sua musica, ma aveva bisogno di riceverne altrettanto. Ed invece, soprattutto il suo mondo, quel mondo dello spettacolo così legato alla superstizione, per invidia ha ripagato la sua generosità di donna e di artista con la subdola e infida maldicenza, affibbiandole la nomea di iettatrice. Una cosa assurda, che farebbe anche sorridere, se non fosse che la paura e la cattiveria si autoalimentano e sanno diventare pericolose, molto pericolose. Fino a spegnere il sole dentro, e poi a distruggere la vita.

Aldo Nove, scrittore e poeta di successo, racconta le ultime ore di Mimì, immaginandola sola, a parlare – come Archiloco più di duemila anni fa – col suo cuore impazzito, con i ricordi felici, con quelli terribili. Alle prese con perché senza risposta, a tentare di non avere freddo, a fingere di dimenticare il buio. Ma “È notte dappertutto.”
Il ritmo sincopato, la prosa lirica asciutta e paratattica, destinata alla descrizione di quelle ultime ore, danno il senso del tempo del cuore accelerato e quello del respiro spezzato  di chi sente l’angoscia premere sul petto. Questi momenti si inframmezzano al racconto dei ricordi, nella ricostruzione dolente di una biografia fatta di luci ed ombre, racconto che ha altro linguaggio, quasi fanciullo nella sua spiazzante semplicità. È un pugno allo stomaco doloroso leggere questo libro, significa immaginarsi nella sofferenza generata dalla cattiveria e dalla stupidità, significa cum-patire, sentire insieme, e stare male con Mimì. Un libro, dunque, per chi l’ha amata e ancora la ama, perché magari lei forse può ancora sentirlo quell’amore di cui si nutriva e che in vita non le è bastato. Ma un libro anche per conoscere un aspetto ulteriore della mediocrità umana, della piccineria italica che ha preferito mostrarsi ignorante e abbandonarsi ad un retaggio assurdo come la superstizione, piuttosto che riconoscere la bravura altrui. Un libro, infine, per chi ha conosciuto notti come quella immaginata da Aldo Nove, “la lunga notte dell’anima” per dirla con San Giovanni della Croce, ma senza l’incontro finale e consolatorio con la luce, le notti di chi ha conosciuto il dolore che fa paura, o la paura che fa male. Che è la stessa, terribile, cosa.

Aldo Nove, Mi chiamo…, Skira, Milano, 2013.

(Alessandra Farinola)

Il buon informatore

19 febbraio 2013

Il cacciatore d’informazioni era un ragazzo molto alto, magro, con la testa troppo piccola per la sua corporatura e un pomo d’Adamo grande come una palla da golf. Aveva degli occhiali con montatura a giorno dalle lenti quasi invisibili, il cui riflesso conferiva ulteriore lucentezza ai grandi occhi neri, rotondi e un po’ sporgenti. Dal mento gli spuntava uno sperone di peli biondi e aveva la fronte, alta e bombata, butterata dalle cicatrici dell’acne. Le mani esili, dalle dita lunghe e affusolate, avevano un pallore perlaceo: mani da ragazza o, quantomeno, come dovrebbe averle una ragazza. Nonostante fosse seduto, il cavallo cascante dei jeans gli arrivava a mezza coscia. Sulla maglietta non proprio pulita campeggiava la scritta LIFE SUCKS AND THEN YOU DIE: la vita fa schifo e poi muori. Aveva l’aria di un diciassettenne, ma secondo John Glass doveva essere vicino ai trenta, quantomeno. Con quel suo collo lungo lungo e quella testina piccola e quei grandi occhioni lucidi assomigliava tantissimo a un roditore esotico di cui lì per lì non gli veniva in mente il nome.

banvilleIl buon informatore è il terzo thriller per John Banville e il suo alter ego Benjamin Black (per Banville il “prodotto di una diabolica alleanza tra Georges Simenon e uno script TV”).
Si potrebbe definire un racconto più che un romanzo, ma anche una sorta di bozza per un romanzo (molto più lungo e più complesso) che verrà.
Originariamente uscito a puntate per il New York Times Magazine, The Lemur (questo il titolo originale in lingua inglese) è un racconto oscuro e misterioso ambientato nella New York di oggi e scritto con ottimo senso del ritmo e con quel linguaggio affascinante e seducente che contraddistingue Banville, i cui libri sono come cattedrali barocche piene di passaggi elaborati spesso travolgenti.
E’ una storia, The Lemur, che ci offre trame a più livelli (con un eccellente livello di suspense) e indubbiamente beneficia della brevità imposta dalla sua serializzazione.
Un giallo ben costruito, mirabilmente efficace, con sprazzi di prosa abbagliante ricca di umorismo sagace.

John Banville, Il buon informatore, Collana Narratori della Fenice, Guanda 2013.

Un incontro di infinita tenerezza

14 febbraio 2013

De MoorAd Amsterdam un pittore cammina sul Prinsengracht. Va a disegnare una ragazza morta. I pittori possono raffigurare quello che vogliono e se realizzano qualcosa così com’è nella realtà, percepibile con i loro occhi, definiscono il risultato pittura dal vero.
Il pittore è diretto a dipingere dal vero una ragazza morta.
Particolare nella sua situazione non è il fatto che sia morta, ma che sia stata legata a un palo e strangolata, “finché la morte, questa morte, era sopraggiunta alla fine di una cerimonia non del tutto impeccabile, purtroppo”.
Il pittore segue l’ansa a nord del Prinsengracht, che termina sulle banchine dell’IJ. Da lì ha intenzione di prendere una barca.
Il tempo è bello e perfetto per disegnare all’aperto. La maggior parte degli abitanti di Amsterdam che lo vede passare, un po’ curvo, lo riconosce. Per chi lo riconosce è quell’artista invecchiato e triste, non più tanto di moda. E’ Rembrandt, si è lui. Pare stia lavorando a “La sposa ebrea”, una delle sue prove più estreme e toccanti, un grande inno all’amore.
La vita, l’amore e la morte sono i temi su cui Margriet De Moor costruisce la sua storia sul senso dell’arte in cui il tempo è di secondaria importanza.
La meraviglia è nell’osservare ogni singolo istante, è catturare l’eternità attraverso un momento.
L’incontro tra il pittore e la ragazza è silenzioso, ma vivissimo e toccante, di infinita tenerezza. La scrittura di Margriet de Moor è sensibile, ricca di partecipazione e comprensione. Entra nella mente e nel cuore creando un rapporto empatico con chi legge.

Margriet de Moor, Il pittore e la ragazza, traduzione di Claudia Cozzi, Neri Pozza 2013.

Frammenti di scrittura nascente

2 febbraio 2013

Charles SimićNel maggio 2012 Adelphi pubblica, con il titolo Il mostro ama il suo labirinto, i taccuini di Charles Simić, poeta serbo naturalizzato statunitense, una delle voci più interessanti del panorama letterario americano contemporaneo, più volte candidato al Nobel per la Letteratura. Questo libriccino, da gustarsi lentamente, una pagina ogni tanto, magari aprendolo a caso di volta in volta, è proprio questo: un quadernetto di appunti – diviso in cinque parti – dalla forma non definita che spazia dall’aforisma alla citazione, dalla polemica alla riflessione di carattere filosofico, politico, religioso, letterario e altro ancora. Largo spazio hanno i ricordi, spesso attinti dagli anni della crescita del poeta in mezzo alle crudeltà della guerra feroce che dilaniava il suo paese natale. Ricordi terribili, ricordi dolci dal sapore d’infanzia, a volte anche iniziazioni lubriche e ad un tempo innocenti.
Originale e scanzonato, poetico e visionario Simić non risparmia battute fulminanti al mondo della poesia e della cultura così come a quello della politica. A volte si aprono margini di brevi narrazioni surreali nelle quali i periodi si inanellano l’uno nell’altro quasi senza continuità e tuttavia con effetti di sorprendente lucidità. Irriverente e pungente Simić sconfina spesso in una ironia quasi macabra e non risparmia giudizi spietati a proposito di qualsiasi argomento ma, sopra tutti, sulla stupidità dell’uomo, ripiegandosi tuttavia, alcune volte, anche su riflessioni piene di poesia, dolcezza e inaspettata delicatezza, riuscendo, anche in questo, ad essere spiazzante.
Appunti personali, quindi, (persino sul jazz di cui è grande appassionato) come un disordinato insieme di note e idee da fermare sulla carta per non dimenticarsene.
È come se Simić ci avesse regalato il momento dell’intuizione, della nascita dell’ispirazione, permettendoci così di sbirciare tra questi frammenti di scrittura nascente.
A proposito della singolarità che caratterizza il genere di questa raccolta sono illuminanti le parole dello stesso autore: “La mia aspirazione è creare un non-genere fatto di narrativa, autobiografie, saggistica, poesia e, naturalmente pochade!”
A dimostrazione, quindi, che questi taccuini non sono affatto poco meditati e poco rifiniti.
Impossibile non sottolineare a matita alcune delle parti più belle durante la lettura.

“Il tempo della poesia è il tempo della speranza”.
“Il poeta vede quello che il filosofo pensa”.
“Ogni difesa della poesia è una difesa della follia”.
“Scrivo per irritare Dio e per far ridere la Morte. Scrivo perché non ci arrivo. Scrivo perché voglio che ogni donna del mondo s’innamori di me. Ma alla fine tutto si riduce al fatto che scrivo perché scrivo”.

(Alessandra Farinola)