Archive for aprile 2013

Sei tornato

30 aprile 2013

Qualcuno lo stava spiando.
Mark Fife cominciò a percepirlo in un caffè a tre isolati dalla casa dove abitava con Allison, la sua fidanzata, seduto su una sedia imbottita con la schiena rivolta alla vetrina. Era il mattino presto di un giorno lavorativo; tutto l’Ohio centrale si era svegliato sotto dieci centimetri di neve fresca e Mark e Allie avevano deciso di fare una passeggiata finendo per arrivare lì. Appena prima dell’ora di punta, A Cup O’Joe era pieno, rumoroso, l’aria calda e umida per la neve che si scioglieva sotto la suola di decine di scarponi. Allison aveva lasciato Mark da solo per andare in bagno e lui nell’attesa fingeva di leggere il «Dispatch». E in quel momento ecco il pizzicore al collo, quel fremito improvviso, come il gesto d’intesa di un’amante che ti passa la punta di un dito sulla nuca, tra i capelli corti.
Alzò gli occhi dalla pagina e passò in rassegna il locale, ma nessuno lo guardava. Quindi si girò sulla sedia e rimase nuovamente sbigottito: una donna, sconosciuta, lo scrutava da oltre A vetro.La donna era più vecchia di lui, sui quarantacinque. Aveva il viso rotondo, con un’abbronzatura innaturale per il mese di dicembre, avvolto in una sciarpa color argento; i capelli che ne spuntavano erano ricci e scurissimi. Teneva gli occhi spalancati: sembrava sorpresa di vederlo, un’espressione che Mark riconobbe, e che gli guastò l’appetito.
Avrebbe potuto ignorarla, ma era troppo bizzarra – troppo nervosa e frenetica – per essere ignorata. Aveva la bocca aperta, le mani inguantate strette davanti a sé. Non era soltanto sorpresa di vederlo. Era spaventata.

Sei tornato2Sette anni dopo la morte di suo figlio, Mark Fife è di fronte a una donna convinta che il fantasma del bambino continui a frequentare la sua vecchia casa. Questa rivelazione minaccia di destabilizzare la nuova vita che nel tempo Mark si è costruito e sembra l’inizio di un qualche cosa di inquietante che non si sa dove potrà portare.
La cosa più notevole di questo romanzo è l’architettura sottilissima e il profondo senso di emozione e meraviglia che vi scorre dentro.
Sei tornato è il romanzo d’esordio di uno dei migliori giovani scrittori americani, Christopher Coake, noto finora per i suoi racconti.
Un libro emozionante e intenso, un viaggio straziante nei meandri del cuore umano che si legge come un romanzo di suspense. Una cosa è certa. E’ molto più di una semplice storia di fantasmi.

Christopher Coake, Sei tornato, traduzione di Corrado Piazzetta, Guanda, 2013.

Venezia

29 aprile 2013

Ho avuto la fortuna due volte di incontrarmi con Venezia in modo del tutto speciale, in condizioni assai migliori di quelle concesse ai comuni mortali. Sono arrivato a lei attraverso la bocca di porto di San Nicolò che taglia la lingua protesa del Lido: una volta nel 1960, su una nave proveniente da Costantinopoli; un’altra, ancor più indietro nel tempo, qualche anno prima della seconda guerra mondiale, su una piccola nave partita da Dubrovnik, l’antica Ragusa. Mia moglie ed io eravamo addormentati nelle nostre cuccette; ci risvegliammo all’alba quando il battello aveva già attraccato alla Dogana da Mar, di fianco alla Salute, nel cuore stesso di Venezia, tra San Giorgio Maggiore, il Palazzo dei Dogi e la Piazzetta.

braudel venezia2Pubblicato per la prima volta nel volume fotografico Venezia. Immagine di una città (di Fernand Braudel e Folco Quilici, questo saggio riproposto oggi da Il Mulino è una riflessione straordinaria su un labirinto di rara bellezza qual è Venezia, città-mosaico prigioniera del sale che mai si è pensata come un insieme. Una città che “non ha proprio nulla di geometrico, bisogna ammetterlo” e in cui “il rischio di perdersi è molto forte”. Una città sospesa sopra la durata, il miraggio di una realtà, una somma di linguaggi che ci offre ogni volta una magistrale lezione di armonia. “Un labirinto, un insieme di isole, un aggregato di singole unità costruite dapprima l’una indipendentemente dall’altra, e poi riunite per dare corpo a una città compatta: le case, i canali, i rii (fiancheggiati da palizzate, poi da blocchi di pietra, le fondamenta), infine le calli, le stradine e i viottoli che formano una sorta di tessuto interstiziale attraverso il quale, lentamente, i rioni sparsi della città si sono saldati, rimarginati come i lembi di una ferita.”
Con questo piccolo saggio Braudel, grazie a una scrittura luminosa e intelligente, riesce a unire divagazioni letterarie a memorie vive, ricca cultura a immagini reali in modo sagace e sorprendente. Non è facile scrivere di Venezia, meta eccellente, luogo incantato e interiore che ha da sempre vissuto una ineguagliata concentrazione di artisti. Braudel, però, ci riesce e lascia il segno, mette a fuoco e intuisce, coglie ed equilibra.
“Quando sento pronunciare il nome di Venezia, penso subito al viaggiatore che la incontra per la prima volta, non ancora sedotto dalla città… Un modo per ritrovarsi tutt’a un tratto sulla soglia della giovinezza e insieme, per la prima volta, di fronte alla città cresciuta in modo così assurdo là dove non avrebbe dovuto, ma che ha comunque prosperato e continuato a vivere per il piacere dei nostri occhi…”
Fernand Braudel è stato tra i maggiori storici del Novecento, uno dei grandi maestri e modelli della ricerca storica e storiografica, fra i principali esponenti della Ecole des Annales che raccoglieva il più prestigioso gruppo di storici francesi del XX secolo.

Fernand Braudel, Venezia, traduzione di Giuliana Gemelli, Il Mulino, 2013.

Mangiare bene per cambiare il mondo

17 aprile 2013

dilonnivoro2Forse il modo migliore per dare una risposta ai nostri dilemmi è andare direttamente alle radici del problema, ovvero seguire dall’inizio la catena alimentare che ci nutre, dalla zolla fino alla tavola.
“Era mia intenzione osservare da vicino come ci procuriamo il cibo e come lo consumiamo, per entrare dentro la più fondamentale transazione tra specie: mangiare ed essere mangiati («La natura nel suo complesso» scrisse il teologo inglese William Ralph Inge «non è che la coniugazione del verbo mangiare, nelle sue forme attiva e passiva»). Mi sono avvicinato al problema come un naturalista, armato sia dello sguardo d’insieme di scienze come l’ecologia e l’antropologia, sia della visione ravvicinata dell’esperienza personale.”
Michael Pollan è partito fondamentalmente dalla premessa che l’uomo, come ogni altra creatura sul pianeta, è un anello della catena alimentare e che il suo posto in questa catena ha contribuito in modo determinante a plasmare i caratteri della specie. La nostra natura deve molto al fatto che siamo onnivori, dal punto di vista fisico e intellettuale.
“L’acuto spirito di osservazione, la prodigiosa memoria, l’innata curiosità e la voglia di sperimentare cose nuove sono caratteristiche legate molto strettamente alla nostra versatilità alimentare.” Lo stesso può dirsi di certi adattamenti evolutivi, come l’abilità nella caccia e l’uso del fuoco per cucinare, che ci hanno consentito di eludere le difese di altre specie viventi per cibarcene. C’è chi pensa che il nostro grande appetito sia responsabile della nostra barbarie e allo stesso tempo delle più alte conquiste della nostra civiltà. Chi può mangiare di tutto ha però bisogno di darsi delle regole, dei limiti, un’etica, dei rituali…
Siamo davvero quello che mangiamo? Michael Pollan mette subito le cose in chiaro e lo fa portando punti di vista completamente nuovi su questioni solo apparentemente ordinarie. Il suo è un messaggio convincente, persuasivo, efficace.
Siamo una società di onnivori voraci sempre più confusa e stiamo appena cominciando a riconoscere le profonde conseguenze delle semplici scelte alimentari di ogni giorno, sia per noi stessi che per il mondo naturale.
Cosa dobbiamo mangiare? E che cosa ci dobbiamo farci per cena?
Michael Pollan affronta questo argomento con arguzia e intelligenza. Mangiare bene, dice, può essere un modo piacevole per cambiare il mondo.

Michael Pollan, Il dilemma dell’onnivoro, traduzione di Luigi Civalleri, gli Adelphi, Adelphi, 2013.

Fogli multicolori

15 aprile 2013

Non sempre i casi della vita sono forieri di disgrazie, ma non ci sentiremmo a ogni modo di affrontare una théologie du malheur, men che mai lasciando Simone Weil per Offenbach. Il professor Pio Dallapiccola, suddito austro-ungarico, insegnava latino e greco presso il Liceo di lingua italiana in Pisino d’Istria, di cui divenne poi preside. Ma il tollerantissimo governo pensò, attorno al 1916, di chiudere baracca e burattini, convinto (probabilmente non a torto) che fosse quello un covo di irredentisti, come si diceva allora: e in realtà le vicende avrebbero mantenuto tali sospetti: cittadina dell’Impero, passata all’Italia, poi alla Croazia, e forse ancora irrequieta. Risultato spiacevole per il probo docente; non altrettanto, diremmo, per il figlio Luigi che, con l’esilio a Innsbruck, ci guadagnò parecchio. Il cambio di un paesetto istriano con la bella città consentì al ragazzo (dodicenne) di avere insegnanti migliori, e di frequentare un rispettabile teatro d’opera, ove, in tre anni, vide rappresentare Mozart e Verdi, Wagner e Puccini: sorte ammirevole, dunque, per il futuro compositore, anche se di quei sommi non doveva, diciamolo subito, ereditare granché. Imparò certo a conoscerli, e ad adorarli; ma, come si diceva, rima,leva la distanza, proprio sul piano teatrale (si pensi solo alla «parola scenica») invalicabile affatto.

fogli multicoloriFogli multicolori raccoglie una vasta scelta di articoli usciti in questi ultimi anni per Il Foglio. Mario Bortolotto, prima che un musicologo con un gusto colto e raffinato, è soprattutto un musicista che ama la bellezza e la ricercatezza, ma non superficialmente. Un connaisseur che impara tutto riguardo una cosa per il gusto di averne la conoscenza.
Il suo orecchio assoluto si sofferma di volta in volta su artisti che riescono a trasmettere ed esprimere la loro forte personalità come Schoenberg, Strauss, Schumann, Stockhausen, Mahler, Debussy, Monteverdi, Strawinsky, Bartók, Janáček, Ives o Ligeti.
È un viaggio serpentino, zigzagante, morbido e aggraziato che si rappresenta piano piano grazie a connessioni, relazioni, legami e nessi logici coinvolgenti, emozionanti. Nulla sfugge allo sguardo lucido e brillante di Bortolotto. Mentre scrive tutto diventa presente, tutto è foltissimo di sentimenti, di immagini e di suoni. Tutto è pieno di respiro e leggerezza, con scorci e illuminazioni improvvise e folgoranti.

Mario Bortolotto, Fogli multicolori, Saggi. Nuova serie, Adelphi, 2013.