Archive for maggio 2013

Il giornalismo culturale

24 maggio 2013

Che cos’è il giornalismo culturale? Porsi questa domanda potrebbe sembrare ozioso, perché la risposta parrebbe semplice e immediata: è il giornalismo che si occupa di cultura, così come il giornalismo economico o sportivo si occupa di economia o di sport. Se anche si ammettesse che la cultura è un campo più difficilmente definibile dello sport o dell’economia, si potrebbe comunque fare riferimento, e quindi esaminare, quegli spazi e quei contenuti che nei quotidiani, nelle riviste, e anche sugli altri media, vengono esplicitamente definiti “informazione culturale” Purtroppo non è così, la risposta non è facile né univoca. Il punto che rende le cose complicate è che il termine “cultura” è tra i più complessi e polisemici dell’intero vocabolario; nel corso del Novecento è stato sottoposto a una sorta di costante radiografia e il suo significato è andato continuamente mutando, allargandosi in modo sensibile.

gc zanchini2Indubbiamente si può dire che in un giornale tutto è cultura. Si nota nel modo di impaginare, nel taglio dei pezzi, nel contenuto di una cronaca, nella struttura di palinsesti radiofonici o televisivi…
Il concetto di cultura si è profondamente evoluto soprattutto nel secondo dopoguerra e in pochi anni si è assistito a una vera e propria rivoluzione dei consumi che ha contribuito in modo decisivo a modificare contenuti e forme dell’informazione culturale. La crescita esponenziale del benessere, del tempo libero e dell’industria dell’intrattenimento hanno avuto l’effetto di un terremoto sulle abitudini delle persone e sono lievitate domanda e offerta di prodotti culturali che riguardano la sfera “estetica” degli individui. A beneficiarne sono state tutte le attività un tempo considerate popolari: cinema, televisione, musica leggera, teatro d’evasione.
Tutto questo ha significato una crescita quasi esponenziale degli spazi dedicati alle attività che occupano gli uomini nel tempo libero, e ai protagonisti di questi universi. Parliamo delle pagine che si occupano di spettacolo e in particolare di televisione, ma più in generale del cosiddetto skowbusiness. Tutto ciò ha avuto riflessi profondi anche per l’informazione culturale in senso più stretto, quella legata alla produzione artistica e intellettuale più tradizionale.
Sulla stampa di qualche decennio fa il giornalista culturale svolgeva funzioni diverse: da un lato il cronista culturale, dall’altro l’organizzatore delle pagine (che in gran parte si basavano sui contributi di collaboratori esterni al giornale, ovvero scrittori, intellettuali e artisti). Oggi si sono molto ampliati gli argomenti di cui si deve occupare e si è ridotto il ruolo dei critici. La figura del giornalista culturale è quindi diventata più elastica e tende a perdere in specializzazione…
Un saggio vivo e vivace da leggere con attenzione. Un libro per tutti gli addetti ai lavori, ma anche per chi segue con interesse, passione e “innamoramento” il giornalismo e la scrittura.

Giorgio Zanchini, Il giornalismo culturale, Carocci, 2013.

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Grida di pietra

20 maggio 2013

La stanza era illuminata a malapena da una lampada a olio che proiettava riflessi giallastri sul volto delle quattro persone sedute in cerchio sui cuscini.
Hussein si era messo a destra dell’amico Zeyd, tenendo lo sguardo fisso sull’uomo che stava loro di fronte, che doveva avere ventisette o ventotto anni. Un tipo imberbe dal naso prominente, il labbro inferiore spesso e sporgente. Le sue pupille nere brillavano di una luce vivace. All’inizio a Hussein era parso che esprimesse una certa malizia, ma presto aveva cambiato idea: nessuna malizia, era lo sguardo di una volpe.
Con un gesto nervoso l’uomo scostò un lembo della kefiah a quadri neri su fondo bianco che gli copriva la testa, spostandola sulla spalla sinistra. Quello non era un copricapo qualunque – Hussein lo sapeva bene -, anche se veniva indossato tradizionalmente dalla maggior parte dei beduini e dei contadini arabi. Ma dal 1936, dopo le rivolte organizzate dal padre di Zeyd, quella kefiah era diventata un simbolo: il simbolo della resistenza contro la presenza inglese in Palestina. A quel tempo serviva al combattenti per proteggersi il volto e non essere riconosciuti dai soldati britannici.
Un altro elemento aveva attirato l’interesse di Hussein appena entrato nella casa: la fila di libri allineati su uno scaffale. Quasi tutti erano biografie delle più importanti figure del sionismo: Theodor Herzl, Vladimir Jabotinsky; Moshe Hess e Nachman Syrkin.
«Fratello, non mi stai ascoltando!»
Hussein sobbalzò. La voce dell’uomo aveva risuonato netta, con una punta d’impazienza nell’accento egiziano.
«Invece si: non ho perduto nemmeno una parola».
«E allora cosa ne pensi?»
La domanda era stata posta da colui che sedeva a fianco dell’uomo con la kefiah, che si era presentato con il nome di Abu Jihad. Non doveva avere più di vent’anni.

Grida di pietraL’11 settembre del 2001 Gilbert Sinoué, scrittore e sceneggiatore francese nato a Il Cairo, si è chiesto come si è arrivati a questo punto e ha cominciato a scrivere la saga di Inshallah. Grido di pietra è il secondo volume di Inshallah e conclude l’affresco di un secolo delineando il destino di quattro famiglie.
Grazie al suo talento di scrittore, Sinoué riesce a illuminare la complessità di una regione in cerca di pace e dimostra che, nonostante la guerra, l’amore ha un suo posto.
Il lettore trova qui dei personaggi immaginari che appartengono a famiglie egiziane, irachene ebrei e palestinesi incontrate nel primo volume e, ancora una volta, il confronto dei destini individuali con la grande storia funziona.

Gilbert Sinoué, Grida di pietra, Neri Pozza, collana Le tavole d’oro, traduzione di Giuliano Corà, Neri Pozza, 2013.

Sinbad torna a casa

4 maggio 2013

… il marinaio si fermò e rimase a contemplare, con tenerezza, quel caro, giovane viso avvolto nei tiepidi veli dell’alba. La fanciulla, che dormiva accanto alla madre, dovette percepire lo sguardo di Sindbad, giacché mandò un sospiro e affondò la testa tra i cuscini. Ma la donna, come la selvaggina quando avverte un fruscio tra i cespugli, si svegliò di colpo. Si mise seduta, fissò con gli occhi sbarrati Sindbad, che se ne stava fermo con la testa inclinata da un lato, e saltò giù dal letto come se avesse visto un fantasma.
«Caro Sindbad» sussurrò con voce ardente infilandosi la vestaglia e precipitandosi davanti alla pettiniera per aggiustarsi con qualche gesto frettoloso, come se la casa stesse andando in fiamme, le ciocche spettinate ancora calde di sonno. «Ieri ci hanno staccato la corrente».
«Ci penso io» mormorò Sindbad, conscio delle proprie colpe. « In città conosco un tizio con cui una volta sono andato alla festa della maialatura nell’Oltredanubio».
«Dobbiamo procurarci del denaro» disse sottovoce la donna accostandosi a Sindbad e posandogli le mani sulle spalle. «Zsóka ha bisogno di un vestito da mettersi per gli esami. E poi c’è la fattura dell’elettricità da saldare. Già ieri ci siamo fatte portare il pranzo da Medve, il caffettiere, e il signor Mókus, il giovane oste, ci ha prestato un po’ di grasso e di cipolle per la cena. In casa non ci sono soldi, Sindbad. A Obuda non fanno credito».
«E’ il destino degli scrittori. La patria è indifferente. Ma so io che cosa fare» ripeté ostinatamente il marinaio, turbato. «Oggi tornerò a casa presto. Può aspettarmi per le otto, mia cara. Zsóka avrà il suo vestito, e pagheremo anche la luce. Ma intanto parli un po’ con il signor Medve a proposito del pranzo. Ora che il giovane Medve non solo gestisce la caffetteria, ma si accinge anche a calcare il palcoscenico, per lui è senz’altro importante coltivare i rapporti con la stampa. Ho sentito dire che di recente ha fatto un provino al teatro Kisfaludy, qui vicino, cantando un pezzo da Szibill… Si faccia prestare anche una candela, perché non mi piace cenare al buio».
«Cenerà qui a casa!» esclamò sommessamente la donna, con quella singolare voce soffocata con cui solo le donne che molto sopportano sono capaci di esclamare, silenziose e padrone di sé. «Farò dei cavoli ripieni. Porterò anche del vino dalla cantina di Mókus. Ma mi prometta che tornerà a casa presto, e che per strada non si fermerà a bere da nessuna parte».
A questa richiesta, Sindbad si mise a riflettere con la testa china da un lato. Non gli piacevano le promesse avventate.
Un tempo aveva mentito alle donne con facilità, spesso e volentieri. Il più delle volte aveva promesso loro che le avrebbe portate da Gárdonyi, suo buon amico, a Eger, dove poi avrebbero ballato la csárdás nella locanda, dopo mezzanotte, quando ormai se ne erano andati a dormire anche i commessi viaggiatori di oggetti sacri e solo i più giovani tra i canonici si avventuravano nelle sale del Korona, tra le correnti d’aria notturne. Le donne, creature totalmente ignare di faccende letterarie, prestavano fede a Sindbad quando raccontava che dopo mezzanotte l’eremita di Eger era solito ballare la csárdás in onore di Sindbad, e la maggior parte di loro non sapeva neppure che l’autore di L’uomo invisibile già da parecchio tempo era morto e se ne stava là in cima alla collina cinta dalle mura del castello di Eger, sotto le stelle eterne, immerso nei suoi sogni tristi e misteriosi. La credula ignoranza delle donne divertiva Sindbad.

sinbadcop2Apparso per la prima volta nel 1940, Sinbad torna a casa di Sándor Márai è il narratore Gyula Krúdy, antieroe leggendario della bohème di Budapest ai primi del Novecento e famoso autore di novelle e romanzi.
Per Márai è un maestro, uno scrittore diverso, inconsueto e straordinario di un’epoca che non c’è più. Il narratore meraviglioso ed emozionante di un’altra Ungheria, il dandy anarchico e borghese da ricordare. L’artista immenso la cui opera è sopravvissuta alla morte apparente. “Il lettore ungherese, che aveva un gusto ancora guastato dalla broda del realismo socialista, sorseggiava questa beve da diversa – l’opera di Sinbad -, ed era come se avesse scoperto, in una bottiglia avvolta da una ragnatela (così è intitolata una delle sue raccolte di racconti), un nobile liquore, che accende il sangue.”

Sándor Márai, Sinbad torna a casa, traduzione di Marinella D’Alessandro, Biblioteca Adelphi, Adelphi, 2013.