Grida di pietra

La stanza era illuminata a malapena da una lampada a olio che proiettava riflessi giallastri sul volto delle quattro persone sedute in cerchio sui cuscini.
Hussein si era messo a destra dell’amico Zeyd, tenendo lo sguardo fisso sull’uomo che stava loro di fronte, che doveva avere ventisette o ventotto anni. Un tipo imberbe dal naso prominente, il labbro inferiore spesso e sporgente. Le sue pupille nere brillavano di una luce vivace. All’inizio a Hussein era parso che esprimesse una certa malizia, ma presto aveva cambiato idea: nessuna malizia, era lo sguardo di una volpe.
Con un gesto nervoso l’uomo scostò un lembo della kefiah a quadri neri su fondo bianco che gli copriva la testa, spostandola sulla spalla sinistra. Quello non era un copricapo qualunque – Hussein lo sapeva bene -, anche se veniva indossato tradizionalmente dalla maggior parte dei beduini e dei contadini arabi. Ma dal 1936, dopo le rivolte organizzate dal padre di Zeyd, quella kefiah era diventata un simbolo: il simbolo della resistenza contro la presenza inglese in Palestina. A quel tempo serviva al combattenti per proteggersi il volto e non essere riconosciuti dai soldati britannici.
Un altro elemento aveva attirato l’interesse di Hussein appena entrato nella casa: la fila di libri allineati su uno scaffale. Quasi tutti erano biografie delle più importanti figure del sionismo: Theodor Herzl, Vladimir Jabotinsky; Moshe Hess e Nachman Syrkin.
«Fratello, non mi stai ascoltando!»
Hussein sobbalzò. La voce dell’uomo aveva risuonato netta, con una punta d’impazienza nell’accento egiziano.
«Invece si: non ho perduto nemmeno una parola».
«E allora cosa ne pensi?»
La domanda era stata posta da colui che sedeva a fianco dell’uomo con la kefiah, che si era presentato con il nome di Abu Jihad. Non doveva avere più di vent’anni.

Grida di pietraL’11 settembre del 2001 Gilbert Sinoué, scrittore e sceneggiatore francese nato a Il Cairo, si è chiesto come si è arrivati a questo punto e ha cominciato a scrivere la saga di Inshallah. Grido di pietra è il secondo volume di Inshallah e conclude l’affresco di un secolo delineando il destino di quattro famiglie.
Grazie al suo talento di scrittore, Sinoué riesce a illuminare la complessità di una regione in cerca di pace e dimostra che, nonostante la guerra, l’amore ha un suo posto.
Il lettore trova qui dei personaggi immaginari che appartengono a famiglie egiziane, irachene ebrei e palestinesi incontrate nel primo volume e, ancora una volta, il confronto dei destini individuali con la grande storia funziona.

Gilbert Sinoué, Grida di pietra, Neri Pozza, collana Le tavole d’oro, traduzione di Giuliano Corà, Neri Pozza, 2013.

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